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LETTERATURA: “Mille anni che sto qui” di Mariolina Venezia, Einaudi

19 Ottobre 2010

di Francesco Improta              

Grazie alla segnalazione di un amico, dotato di sensibilità non comune, ho avuto la possibilità di rimediare a una mia negligenza e di leggere finalmente, a distanza di quattro anni dalla sua pub ­blicazione per i tipi dell’Einaudi, Mille anni che sto qui di Mario ­lina Venezia (Premio Campiello 2007), riempiendomi gli occhi, la mente e il cuore di parole e immagini. Parole che si fanno corpo, sangue, polpa e immagini che sfumano in luci, suoni, odori e sa ­pori.

Si tratta di una saga familiare che si snoda, meglio ancora si di ­pana data la moltitudine dei personaggi, dall’Unità d’Italia alla ca ­duta del muro di Berlino, quasi centotrenta anni di storia collettiva e di vite individuali, dure, faticose, sofferte quali si sono trascina ­te, e non poteva essere diversamente, per tanto tempo a Grottole, un paese di 3000 anime affondato e dimenticato nella Basilicata più arcaica e depressa. Qui vive la famiglia Falcone, le cui vicende da Francesco a Gioia, l’io narrante, che con mano incerta e tremo ­lante traccia un sommario albero genealogico all’inizio del ro ­manzo, si srotolano da un gomitolo intricato di passioni politiche e carnali, superstizioni antiche e grottesche, tradimenti, speranze deluse, gravidanze inaspettate e decessi attesi, voluti e organizzati, indossando l’abito della festa, con l’entusiasmo di una giovane sposa; è il caso di Albina e di Candida, rispettivamente nonna e madre di Gioia.

Libro magico, sospeso, incantato, dove anche le vicende storiche (brigantaggio, fascismo, emigrazione, cooperative contadine, con ­testazione, droga e lotta armata) sfiorano appena quel mondo sen ­za tempo che rimane uguale a se stesso, immobile e catafratto nei suoi riti e nelle sue credenze. Si è parlato a tal proposito di realismo magico e qualche critico ha rinfacciato all’autrice di aver riecheggiato la grande letteratura sudamericana, ed in particolare Gabriel G. Marquez e Isabel Allende, ma io sono sempre più convinto che, nel mondo della letteratura, a meno che non ci si avventuri nei territori inesplorati del fantasy, e anche in questo caso nutro forti dubbi, l’originalità sia soltanto un’utopia o una forzatura, ne consegue che non sono i contenuti a sancire la qualità di un’opera quanto la trasparenza dello sguardo, le pulsazioni del cuore e soprattutto la scrittura, che in questo caso risulta corposa e veloce, agile e grave, sapida e odorosa, intensa e profonda spesso surreale. Valga come esempio l’incipit del libro:

      “Certi giorni si alzava un vento colorato che sollevava la polvere e tutto iniziava a lievitare come la pasta del pane sotto la coperta. I fatti successi tornavano e quelli ancora da venire diven ­tavano visibili. In quei giorni gli spifferi sotto la porta sembravano risatelle di bambini non nati, avvolgevano le caviglie delle donne con lacci impalpabili, che le facevano inciampare.”

Subito dopo quell’oro liquido, che sceso dallo stretto del Sarace ­no, dopo aver formato una piccola pozza, aveva proseguito infi ­lando vicoli e scalinate, inseguito dalle donne e dai bambini del paese – perché gli uomini erano in campagna a lavorare -. Scena che a me, inguaribile cinefilo, ha ricordato i bambini di L’argent de poche, che all’uscita dalla scuola si riversano come un torrente in piena per le stradine del paese appollaiato sulla collina. Così come le lotte contadine, l’impegno politico, le scuole serali a Reg ­gio Emilia di Rocco, nel quale è possibile intravedere almeno un’ombra di uno dei figli più illustri della Basilicata, Rocco Sco ­tellaro, mi ha richiamato alla memoria quel grande affresco storico che è Novecento di Bernardo Bertolucci.

La vera protagonista di questa saga familiare, comunque, è la quotidianità, materiata di cerimonie solenni o di piccoli gesti, con cui tutti i personaggi, colti nei momenti essenziali della loro esi ­stenza (nascita, istruzione, matrimonio e dipartita) devono con ­frontarsi, accompagnati ora dalla simpatia e dalla partecipazione accorata e nostalgica dell’autrice ora dalla sua graffiante ironia. Prevale una visione fondamentalmente pessimistica per le con ­tinue perdite e assenze di cui è costellata la nostra esistenza e dalla quale esce sconfitta la stessa nostalgia della protagonista che, dopo aver attraversato frettolosamente la storia confusa e ingarbugliata degli anni settanta e ottanta, decide di tornare al mondo della sua infanzia le cui voci continuava a sentire indistintamente dentro di sé si accorge che anche quel mondo è finito:

      “Il nucleo rimasto intatto per secoli, o per millenni, – come suggerisce il titolo e dice esplicitamente la nonna Candida – si era frantumato nel giro di pochi anni, ma nessuno sembrava averci fatto caso Lei che ci aveva scalciato contro, adesso si rammaricava della sua perdita e ne celebrava in silenzio un funerale senza lacrime.”

A proposito di questa seconda parte, critici e lettori hanno rilevato una narrazione più ellittica e uno stile più sincopato e lo hanno attribuito a una fretta maggiore da parte dell’autrice che non vi avrebbe dedicato la disponibilità del tempo pieno o a frequenti sollecitazioni da parte della casa editrice. Io credo che la narra ­zione più convulsa, fatta prevalentemente di analessi o meglio di flash back essendo la Venezia anche una sceneggiatrice, e il ritmo più frenetico siano voluti per preparare o nostos o, per dirla con Almodovar, el volver e per far risaltare ancora più i tempi lenti e cadenzati della sua infanzia a Grottole, dove la storia non è un fiume in piena ma un lago di acqua stagnante.


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1 commento

  1. Commento by Giorgio — 22 Ottobre 2010 @ 22:53

    Bella e convincente critica, molto lusinghiera per l’ autrice di questo romanzo che si è invogliati a leggere.

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