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LETTERATURA: Mistero al rifugio Aronte

10 Luglio 2013

di Mario Camaiani

Sui monti delle Alpi Apuane sorgono molti rifugi per gli escursionisti
i quali, intraprendendo   faticose ‘camminate’, vengono ripagati del sacrificio fatto scoprendo meravigliose bellezze della natura e panorami stupendi, che elevano l’animo verso il sublime. Uno di questi, il più antico, è il rifugio-bivacco Aronte, inaugurato nel 1902, a quota metri 1642, raggiungibile sia dal versante massese delle Apuane,   sia da quello garfagnino; ed è composto da un solo ambiente,   con cucina a legna e due tavolati, sovrapposti, dotati di sei cuccette. Molti amanti della montagna lo inseriscono nei loro itinerari dove in esso possono sostare, rifocillarsi ed anche pernottare. Conosco vari ‘marciatori’ del territorio Val di Serchio- Garfagnana: uno di questi, Giovanni, del quale sono amico, giorni or sono con lui parlando di escursioni montane (delle quali anche il sottoscritto fino a qualche anno fa è stato praticante), mi ha narrato di un un inspiegabile fatto, avvenuto proprio nel suddetto rifugio, di cui è stato testimone diretto, accaduto tanti anni fa, del quale a suo tempo ne ebbi vagamente sentore. Dunque: Giovanni, con   Eliano, Gino e Lino, suoi amici, tutti appassionati della montagna, decisero di trascorrere qualche giorno insieme percorrendo la traversata delle Apuane. Erano in ferie, nel mese di agosto; si procurarono tutto l’occorrente, perfino una tenda…e via, eccoli alla partenza per l’impresa   partendo, a piedi naturalmente, dalla Val Serenaia, che era stata raggiunta dai quattro mediante il treno e l’autobus. Il tempo era buono, ed i nostri escursionisti procedevano allegramente, anche scherzando e cantando; finché verso mezzogiorno, già un po’ affaticati, si fermarono presso un cantiere di cavatori e lì, conversando con alcuni di loro, consumarono il pasto. Poi, dopo una breve pausa di riposo, si rimisero in marcia: la prossima tappa   era al rifugio Aronte, dove avrebbero trascorso la notte. Ma con il passare delle ore aumentava la fatica, il percorso, in salita, era duro e la tenda ed i bagagli pesavano sempre di più; ed inoltre il cielo, da terso che era, si annuvolava, non promettendo niente di buono. Giunsero alla meta che già piovigginava; ma mentre Giovanni ed Eliano rinunciarono subito a passare la notte in tenda, gli altri due si ostinarono a montarla dopodiché entrarono nel rifugio, un po’ bagnati, per cenare, sperando che il temporale passasse velocemente onde poi tornare in tenda per trascorrervi la notte. Nella piccola costruzione erano già presenti tre escursionisti fiorentini, di cui uno era sacerdote; cosicché, facendo rapida amicizia, cenarono insieme. Cucinarono una abbondante pastasciutta, poi affettati e formaggi con pane; ed infine frutta e caffè, corretto con un po’ di grappa! In serena conversazione parlavano soprattutto di escursioni, ed ognuno narrava le proprie esperienze.   Giunta l’ora di coricarsi, mentre i fiorentini e Giovanni ed Eliano presero posto nelle cuccette, gli altri due, dato che aveva quasi smesso di piovere, vollero tentare di dormire in tenda: “Sennò – dissero -, che l’abbiamo portata a fare?”. Ma la loro ostinazione non fu premiata, perché di lì a poco prese a piovere a dirotto, ed i due tornarono di corsa nel rifugio. Si asciugarono alla meglio al fuoco che era ancora acceso (ed il calduccio che emanava nell’ambiente non era certo sgradevole) e, mentre Gino si coricava nell’ultima cuccetta libera, Lino si sdraiò su un materassino   sotto il tavolo, con la testa vicina alla porta.

Ed eccoci al fatto: verso mezzanotte qualcuno bussò alla porta, mentre da fuori, distintamente, una voce di uomo chiedeva aiuto: “Scusate, scusate, è permesso, posso entrare?”. Lino scattò in piedi e aprì la porta in un attimo, certo di trovarsi davanti un escursionista che cercava riparo; ma non c’era nessuno! Nello stesso tempo Giovanni e due dei fiorentini, presa la torcia, uscirono fuori e ispezionarono la zona nei pressi del piccolo edificio, ma non videro anima viva, come si suol dire, e rabbrividirono, non per il freddo e per la pioggia, ma per la percezione di essere stati a contatto con qualcosa che non è di questo mondo.

Il rifugio, situato in una zona impervia, lungo un sentiero scosceso con dirupi, da percorrere con attenzione di giorno, è impossibile raggiungerlo di notte, e con quel tempaccio!   Nessuno aveva più   sonno ed i commenti, le ipotesi, i dubbi, le domande reciproche, si incrociavano in un clima surreale:

“Ma che sia stato il fantasma di un morto in incidente di montagna?”, fece uno dei fiorentini.

“Appunto – ribadì un suo compagno rivolgendosi a noi -: qualcuno di voi è a conoscenza di qualche incidente mortale qui avvenuto?”.

Gli rispose prontamente Eliano: “Eccome, ne sono avvenuti più di uno; tanto è vero che sul retro di questa costruzione vi è una lapide con su scritti i nomi di coloro che sono morti in incidenti su questi monti…-. Poi aggiunse: – Che il fantasma che si è qui manifestato, sia di uno di questi citati sulla lapide che, perso il sentiero e vagando disperso di notte sotto la pioggia, abbia cercato invano riparo in questo rifugio ma, non potendo   entrare perché dentro non c’era nessuno ed era chiuso,   proseguì, vagando quasi alla cieca, ed infine sia precipitato in un burrone…Lei, reverendo, che ne dice?”.

Il prete fiorentino, così interpellato, ci pensò qualche attimo, e disse: “Come credente, e sono sacerdote, non posso escludere a priori che dall’al di là ci giungano dei segnali, che innanzi tutto dimostrano e confermano un’altra esistenza: in particolare sono evidenziati, in modo serio e documentato, nella vita dei Santi; e possono essere di provenienza divina o satanica o di spiriti di defunti. In questo nostro ‘caso’, dato che all’accaduto non c’è spiegazione razionale, logica, si può pensare che si sia trattato di un ‘fatto’ ultraterreno. Ma non bisogna chiederci troppi perché, ipotizzando risposte personali o ricercando il fenomenale; bensì inchinarci umilmente di fronte al mistero di fatti arcani. E pregare il Signore per eventuali anime bisognose. Cosicché, a questo proposito, alla Santa Messa che qui celebrerò domattina, cioè fra   qualche ora, pregheremo anche per i defunti a causa di incidenti su queste montagne. Ed ora stiamo calmi e cerchiamo di dormire”.

Ma, non riuscendo a chiudere un occhio, i sette continuarono a parlottare del fatto, a gruppetti; infine Eliano, alzando la voce raccontò a tutti un suo ‘caso’ personale:

“Una volta, da solo, stavo compiendo un’escursione sui monti presso l’Alto Matanna, quando sentii distintamente dei passi dietro di me. Mi girai per vedere chi era che sopraggiungeva, ma non c’era alcuno, ed i passi cessarono. Un po’ sorpreso ripresi il cammino ma, dopo aver girato intorno ad un poggio, riudii i passi: erano di scarponi pesanti: mi fermai e quando dal rumore di questi mi aspettavo di vedere qualcuno sbucare dalla curva, tutto cessò; allora, di corsa, tornai   indietro, rifeci la curva:…niente! Questa volta capii che   il fatto era paranormale, mi spaventai, ed un brivido mi corse giù, dalla testa   fino al fondo schiena. Ma non mi prese il panico, perché era giorno, e si notavano degli escursionisti lungo i monti attorno. Tornai indietro a passo svelto, voltandomi continuamente, attento a qualsiasi rumore, ma non udii più quelli dei ‘passi’ e, giunto al bar dell’albergo, al   Matanna, finalmente mi rilassai, senza dire ad alcuno del fatto capitatomi.”.

“Avrai scambiato   rumori di altro genere per passi di persona – fece uno dei fiorentini -, in quella zona ci sono animali quasi allo stato libero…”.

“Ecco – ribatté Eliano -, che feci bene a non parlare del fatto, tanto è scontato che in questi casi chi li narra non viene creduto e, come avviene ora, gli vengono rivolte obbiezioni infantili, viene trattato da visionario, o peggio”.

“Non volevo dire questo – riprese l’altro -, solo volevo approfondire la cosa, scusami – aggiungendo, dopo avere riflettuto -: ed hai ragione, perché infatti oggi la cultura corrente trascura il trascendente, come se la morte non esistesse, tutta presa ad occuparsi di cose di questo mondo, rifiutando di pensare ad altre realtà e cercando di mettere a tacere chi le propone. Una volta invece, fino a tempi non troppo lontani, magari quelli dei nostri nonni, la gente credeva, umilmente, in modo semplice ”.

“Proviamo a dormire?”, esclamò uno degli astanti.

“Buonanotte a tutti”, fecero altri.

Nessuno però riuscì a dormire come si conviene:   l’episodio vissuto qualche ora prima aveva scosso tutti, chi più, chi meno…All’alba il sacerdote celebrò la Santa Messa, fra il raccoglimento totale; poi la colazione, ma nessuno aveva voglia né di scherzare, né di manifestare allegria. Il sole saliva all’orizzonte, si preannunciava una bella giornata; il frastagliato territorio montano si presentava in tutta la sua naturale, selvaggia bellezza, con larghi scorci di territorio circostante…Una visione meravigliosa da ammirare. Ma i sette escursionisti solo di sfuggita osservavano tutto questo, presi dall’ispezionare il sentiero d’accesso al rifugio o lo spiazzo davanti alla porta e, sul retro della costruzione, muti e meditabondi di fronte alla lapide con su i nomi delle vittime di incidenti, consci di avere vissuto brevemente uno straordinario episodio d’incontro con un altro ‘mondo’, nel quale tutti i viventi devono approdare. Poi, dopo un frugale desinare, il commiato: i fiorentini presero il sentiero diretti verso nord, mentre i nostri decisero di far ritorno al loro paese, rinunciando al programma stabilito che comprendeva un altro pernottamento ad un altro rifugio. Il racconto di Giovanni era terminato ed io, nel ringraziarlo, gli chiesi ancora:

“Ricordo, Giovanni, che a quel tempo fui informato casualmente da un amico che ad un circolo scacchistico-culturale di Fornaci di Barga, che adesso non c’è più, qualcuno parlò di un fatto misterioso accaduto, appunto, al rifugio ‘Aronte’, sui nostri monti, il che scatenò un interesse generale; ed alcuni dei presenti narrarono di altri simili episodi   accaduti in montagna… Penso che il fatto si riferisse a quello in questione: per caso, tu eri presente in detta circostanza?”

“No – mi rispose l’amico -; e non sono a conoscenza che alcuno dei miei tre compagni di quella escursione vi abbia   partecipato. E’ evidente però che chi ha citato a detto circolo il fatto, l’abbia saputo da altri, magari da me.”.

“Un’ultima cosa – gli chiesi ancora -,   prima di salutarci: personalmente, a distanza di anni, come valuti l’episodio: lo ritieni terreno o soprannaturale?”.

Ed egli: “Rifletti su come te lo ho narrato; e la risposta la puoi dare tu stesso!”.


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1 commento

  1. Commento by Mario Camaiani — 11 Luglio 2013 @ 23:16

    Ho ricevuto dall’amico Gian Gabriele Benedetti, che tanto ringrazio, il seguente  bellissimo commento  al mio modesto lavoro.

    “Vorrei porre l’accento nei confronti dei tre aspetti principali che emergono dal racconto: la passione per la montagna, l’amicizia e il mistero.

    Innanzi tutto, freme intenso nei protagonisti questa vibrazione così genuina verso gli antichi silenzi e gli abbracci di vette incontaminate. Sensazioni che portano appese nell’animo, come un amore in cammino verso l’alto, fino a raggiungere il cielo e Dio. E lo splendore di una natura dal fascino eterno emerge puro e quasi ammalia, offrendo consolazione e sollievo sia all’animo che al corpo.

    In seconda istanza, l’amicizia, sentimento che si crea spontaneo, lega, e dà vita ad una comunanza di intenti. Sentimento che la montagna, nella sua schiettezza, nella sua limpidezza e nella sua intima soglia aperta all’immenso, corrobora e rende carica forte di vera e decisa empatia.

    Infine, il mistero, che diviene il cuore e l’essenza del racconto. E qui la scrittura arriva ben presto a coinvolgerci ancor più e a portarci verso motivi riflessivi su momenti di grande tensione. Tensione vissuta acutamente non da sprovveduti e creduloni, bensì da persone coscienti e adulte, tra le quali un sacerdote.

    Immerso emotivamente nei fatti verificatisi, l’autore ci offre, tra l’altro, un percorso di profonda analisi: l’esistenza o meno di presenze sulla terra, provenienti dall’aldilà. Non vi sono dubbi che l’evento riportato abbia un fondo stabile di verità, perché subìto da diversi individui di provata onestà intellettuale.

    Ai lettori credere o dubitare, tuttavia non si può discutere la serietà di chi ha vissuto il fatto misterioso, che, per chi crede ed ha fede, non è poi così “misterioso”.

    Ancora, dunque, un testo tracciato con viva adesione dall’autore, sempre presente e abile nel suo nitido, intenso e coinvolgente repertorio narrativo.

     

    Gian Gabriele Benedetti”

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