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L’egemonia culturale e la crisi della cultura

10 Luglio 2013

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 10 luglio 2013)

Nei giorni scorsi il nuovo Ministro dei Beni Culturali ha denunciato le condizioni disastrose in cui versa il suo Ministero e, di conseguenza, il bacino culturale più importante del pianeta rappresentato dal nostro territorio nazionale. Di fronte ai dati disastrosi forniti da Massimo Bray, il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha preannunciato una maggiore attenzione, in termini di investimenti, per quel settore della cultura che per le sue caratteristiche e la sua incredibile ricchezza potrebbe rappresentare un grande fattore di ripresa e di sviluppo. L’annuncio di Letta, sempre che presupponga una effettiva inversione di tendenza, è sicuramente positivo.

Ma, per diventare concreto ed essere efficace , dovrebbe essere preceduto da una riflessione sul bizzarro paradosso che grava sul settore che rappresenta, insieme all’ambiente, il principale elemento d’identità del nostro paese. I paradosso in questione può essere sintetizzato in un semplice interrogativo: come può essere mai avvenuto che la cultura sia diventata una cenerentola pur rappresentando un gigantesco patrimonio dell’umanità ed essendo stata perennemente gestita nel segno e sotto la cappa di quella egemonia culturale della sinistra che in Italia ha trovato nascita e ferrea applicazione per lunghissimi decenni? Nessuno oggi si chiede perché mai il cinema, che dal neorealismo ad oggi è sempre stato dominato dall’egemonia culturale della sinistra, versi in tragica crisi. Lo stesso vale per il teatro, per la letteratura e l’editoria in genere. E, naturalmente, per i Beni Culturali retti da una struttura di Sovrintendenze formata per la stragrande maggioranza da funzionari rigidamente allineati alla cultura dominante. Per quale singolare paradosso, allora, chi ha sempre considerato la cultura un valore prioritario al punto da trasformare la propria in egemone su ogni altra forma di cultura esistente nel paese deve oggi registrare che la cultura ed I beni Culturali italiani versano in una condizione di totale rovina? La spiegazione, assolutamente semplice, è che il valore prioritario non era la cultura ma l’egemonia della cultura stessa.

Cioè che per decenni il settore non è stato considerato e trattato come un fattore di identità in grado di essere una delle principali risorse italiane ma solo come un territorio di conquista da utilizzare come ammortizzatore sociale per le proprie clientele debitamente acculturate nel segno dell’ideologia dominante. A fallire, allora, non è la cultura, che ancora oggi e malgrado anni ed anni di devastante occupazione clientelare, costituisce una enorme ricchezza non sfruttata, ma è l’uso che ne è stato fatto in nome di una egemonia indirizzata solo all’occupazione burocratica del settore. Se Letta vuole dunque raccogliere il grido d’allarme lanciato dal Ministro Bray non deve far altro che prendere atto del fallimento della cultura egemone procedendo allo smantellamento delle strutture clientelari ed assistenziali da essa realizzate. Il rischio , altrimenti, è che i nuovi stanziamenti servano solo a garantire le vecchie clientele!


Mediaset, il Parlamento si ferma per un giorno
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 10 luglio 2013)

Polemiche in Parlamento per la sospensione dei lavori per la giornata di mercoledì. Dopo il Senato, anche Montecitorio ha approvato lo stop accogliendo la richiesta del Pdl che in questo modo vuole dare un segnale di insofferenza per la decisione della corte di Cassazione di calendarizzare per il 30 luglio l’udienza del processo Mediaset che vede imputato Silvio Berlusconi, già condannato in primo e secondo grado.

LA CAMERA – Esattamente come è accaduto nella conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, anche la Camera ha deciso di interrompere i lavori per «una pausa di riflessione ». A favore della sospensione, per la giornata di mercoledì, hanno votato, oltre al Popolo della libertà, Pd e Scelta civica. Contrari invece M5S, Sel e Lega. I voti di differenza sono stati 171. «Da parte nostra non c’è alcuna volontà di bloccare il Parlamento – ha spiegato il capogruppo al Senato Schifani -. Abbiamo chiesto la sospensione del lavori per fare in modo che i nostri gruppi discutano sulla delicatissima e drammatica situazione che sta vivendo il Paese ». Ora a rischio è la partecipazione dei berlusconiani al vertice di maggioranza. Secondo il presidente dei deputati Renato Brunetta, a questo punto la cabina di regia «non ha ragione di essere ».

M5S, VIA LA GIACCA – Dopo il voto favorevole allo stop dei lavori a Palazzo Madama, i senatori del M5S si sono levati giacca e cravatta in aula per protesta. Crimi ha poi invitato i senatori a uscire dall’Aula per rivestirsi e ha dichiarato: «Il Parlamento viene espropriato a causa di una persona, dell’eterno assente dal Parlamento. Ci chiediamo che cosa ci sta a fare a palazzo Madama un senatore che non è mai presente ».

BAGARRE IN AULA – A Montecitorio i M5S si sono scagliati contro i colleghi del Pd che hanno votato a favore dello stop insieme a Pdl e Scelta civica. Al termine del voto, i deputati grillini sono usciti dall’aula e si sono seduti per terra in piazza Montecitorio: «Usciamo da questo posto fetido », ha detto l’ex capogruppo Roberta Lombardi.

TENSIONI NEL PD – La decisione di votare a favore della richiesta del Pdl genera qualche malumore dentro il Pd. Alla Camera gli astenuti sono stati una ventina. Tra i più contrari ci sono i renziani: «Ci siamo adeguati alla decisione ma una scelta così è assurda, contro il nostro popolo, non ci capiscono », spiega Luca Lotti, molto vicino a Matteo Renzi. Tra chi non condivide la scelta, si contesta anche la mancata convocazione di una riunione del gruppo per decidere la linea. «In chi ha scelto di astenersi c’è molto opportunismo », dice invece Matteo Orfini dei «giovano turchi ». Duro anche l’intervento del segretario del Pd Guglielmo Epifani che sottolinea che le vicende di oggi rendono «ancora una volta esplicito il problema di fondo di questi mesi: la vicenda giudiziaria di Silvio Berlusconi e il rapporto d azione di governo e di Parlamento. Questo nodo deve essere sciolto solo tenendo distinte le due sfere, perchè se no, a furia di tirare, la corda – ammonisce Epifani – si può spezzare, con una scelta di irresponsabilità verso la condizione del paese e la sua crisi drammatica ».

LA LEGA CONTRARIA – Il segretario Roberto Maroni a nome della Lega si è opposto alla richiesta del Pdl: «Sono convinto che chiudere il Parlamento in queste condizioni sia un vulnus alla democrazia: se così sarà chiederemo immediatamente un incontro a Napolitano ». A favore invece Scelta Civica: «Rispettiamo la richiesta di sospensione presentata dal Pdl: se un gruppo politico rilevante è in difficoltà e ha bisogno di tempo per riflettere e confrontarsi su alcuni passaggi, Scelta Civica è responsabilmente disponibile e accoglie la richiesta », così Andrea Olivero, coordinatore politico del partito guidato da Mario Monti.

LA RICHIESTA – Inizialmente Brunetta aveva parlato di uno stop di tre giorni. Poi ha specificato alle agenzie che la «pausa di riflessione » sarebbe durata solo due giorni. Quindi il senatore ed ex ministro Maurizio Gasparri ha ulteriormente assottigliato la richiesta: «Abbiamo chiesto la sospensione dei lavori solo per oggi ». Intanto, comunque, il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, si affretta a blindare il governo Letta: «L’anticipo della sentenza della Cassazione non mette a rischio la maggioranza ma la democrazia in questo Paese. Noi continuiamo a fare il nostro lavoro e andiamo avanti ».


Banditi di Stato
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 10 luglio 2013)

Quella che vedete qui a fianco è la storia in numeri della più grande persecuzione giudiziaria mai messa in atto al mondo contro un singolo uomo.

Nonostante siano numeri da fare paura e indegni di un paese civile, l’uomo, Silvio Berlusconi, ha resistito pur pagando prezzi politici, economici e personali rilevanti. Ciò non può essere solo frutto, come sostengono a sinistra, di sotterfugi e presunte leggi ad personam. Detto che sarebbe peraltro legittimo rispondere ad accanimento giudiziario con accanimento difensivo, è che evidentemente non una delle centinaia di accuse rivoltegli contro era fondata. Nessun criminale può farla franca se beccato in castagna. E allora ecco gli intrighi, le furberie per arrivare, dopo 18 anni, alla prima condanna (processo diritti Mediaset, sei anni con sospensione dell’agibilità politica).

Un passo indietro. Tutto iniziò nel 1994 con un avviso di garanzia (poi dimostratosi infondato) consegnato a mezzo stampa dal Corriere della Sera durante il G8 che si teneva a Napoli. E tutto potrebbe finire con l’intimazione fatta ieri dallo stesso Corriere della Sera alla Corte di cassazione di anticipare il verdetto finale sul caso diritti Mediaset. Già, perché rispettando tempi e procedure la sentenza sarebbe dovuta arrivare a settembre, fuori tempo massimo (non vi annoio con i tecnicismi) per provocare effetti definitivi sulla vita personale e politica di Berlusconi. E che fa la Corte? Ubbidisce al Corriere, organo della procura di Milano oltre che di quei tre o quattro poteri che ancora contano nel Paese (Fiat, Mediobanca, Banca Intesa) e a sorpresa anticipa (cosa senza precedenti) la sentenza al 30 luglio. In caso di conferma di condanna, dal 1 ° agosto Silvio Berlusconi sarà agli arresti e perderà i diritti politici, compresa la carica di senatore.

Accanimento con trucco, in combutta con giornali, banche e aziende che da sempre vanno a braccetto con la sinistra. Questo è quello che sta succedendo e questo a casa mia si chiama banditismo, una trattativa tra Stato (i magistrati) e privati molto più grave di quella tra Stato e mafia già nota alle cronache. Forse non è un caso che i due litiganti per il controllo del Corriere, Fiat e Della Valle, nelle ultime ore siano stati molto attivi, con pratiche inusuali, nei confronti di Napolitano, altro arbitro sulla cui imparzialità i dubbi sono sempre maggiori.

Non è più tempo delle parole, dei distinguo e delle cautele. Dei banditi stanno per sparare non solo al presidente Berlusconi ma a tutto il Pdl per impadronirsi di ciò che resta del Paese. Che facciamo, stiamo a guardare? Spero di no. Chi se ne frega della sorte di questo governo. Meglio lottare dall’opposizione che farsi spegnere in maggioranza.


Le «minacce » alle larghe intese e quella finestra elettorale a ottobre
di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 10 luglio 2013)

ROMA – Il giorno del giudizio universale è più vicino, ora che è stata fissata la data per la sentenza su Silvio Berlusconi. E la celerità, che ha colto tutti di sorpresa, non ha comunque cambiato il copione dei protagonisti né il canovaccio di una drammatica storia che va in scena da venti anni e ora sembra arrivata all’ultima replica. «È stata la procura di Milano a dettare la decisione della Cassazione », sostiene il Cavaliere. Ed è un già detto, come quello di Enrico Letta, secondo cui «sul governo non ci saranno conseguenze »: un mantra per il premier che cerca di esorcizzare il rischio della crisi, qualora il leader del centrodestra venisse definitivamente condannato.

La trama insomma sembra svilupparsi senza variazioni, ripetitiva e dunque noiosa, se non fosse che l’evento potrebbe far collassare l’intero sistema, già in preda alle prime convulsioni. Con un partito, il Pdl, scosso e frastornato, che è accecato dall’ira verso le «toghe politicizzate » quasi quanto il suo capo, e medita ciò che medita da sempre, le manifestazioni di piazza, i girotondi attorno ai palazzi di giustizia e alla Cassazione, le dimissioni di massa dal Parlamento, la crisi di governo; denunciando quel che Berlusconi per ora non può denunciare, e cioè la manona internazionale, il golpe nazionale, i complotti editorial-giudiziari.

Tutto già detto, tutto già previsto, come nel finale di una partita a scacchi: con la condanna del leader, il voto del Senato che lo dichiara decaduto, la sentenza che lo rende ineleggibile. Un atto di guerra a cui rispondere dichiarando anzitempo guerra, con la fine del governo e il disperato tentativo di arrivare alle urne prima dello scacco matto giudiziario. In effetti la finestra elettorale è formalmente ancora aperta, lo sarebbe anche a fine luglio quando è prevista la sentenza, consentendo il voto per metà ottobre. I calcoli sono stati fatti ieri a palazzo Grazioli, davanti a un Berlusconi a cui l’avvocato Coppi ha imposto il silenzio, esponendosi mediaticamente come mai aveva fatto nella sua carriera forense, proprio per evitare che il suo assistito si esponesse.

Resta da capire, e non è poco, se davvero l’esito (giudiziario) è scontato. Così come resta da capire, e non è poco, se davvero l’esito (politico) sarebbe altrettanto scontato, se il tentativo del Pdl di forzare la mano per ottenere le urne andrebbe a segno, data la contrarietà del Quirinale. E dire che il copione della legislatura era stato studiato fin nei dettagli, sotto la regia di Napolitano: prevedeva l’orizzonte del 2015 per il governo «di servizio », le riforme costituzionali, una nuova legge elettorale. E non c’è dubbio che la buona volontà del premier di portare a compimento la missione ci fosse e ci sia ancora, se è vero che ieri sera – nonostante la tempesta giudiziaria fosse già iniziata – Letta ha assicurato la cancellazione dell’Imu sulla prima casa, rendendo pubblica la promessa fatta a Berlusconi.

Ma sul Colle c’è grande preoccupazione, anche perché tutto sembra tramare contro l’esperimento delle «larghe intese », dentro e fuori i confini nazionali, visto che ieri l’ineffabile agenzia di rating S&P ha deciso di declassare l’Italia proprio mentre si intravvedevano i primi segnali di ripresa economica. Non è detto però che il finale giudiziario sia già scritto, siccome nel Palazzo c’è una scuola di pensiero secondo la quale l’accelerazione del giudizio su Berlusconi da parte della Cassazione sarebbe prodromica a una sentenza benevola. E comunque non è detto che – a fronte di una condanna del Cavaliere – il governo cadrebbe per mano del centrodestra.
Ecco l’unica variante di un copione mandato ormai a memoria dagli attori politici e dal Paese. E se, invece del Pdl, fosse il Pd a staccare per primo la spina a Letta, qualora Berlusconi capitolasse? Ieri, per evitare di far salire ulteriormente la tensione, i dirigenti democrat non hanno rilasciato commenti. Solo la Bindi ha rotto la consegna del silenzio, e la sua critica alle dichiarazioni dei ministri pdl solidali verso il Cavaliere è parsa anche un contropelo al premier. Questa sortita è la spia di un sentimento ostile alle «larghe intese » che nel Pd non si è mai sopito, e che potrebbe risvegliarsi se il leader del centrodestra venisse definitivamente condannato.

In quel caso, fino a che punto lo stato maggiore democratico riuscirebbe a reggere le pressioni della base che chiedesse di rompere con il partito di Berlusconi? Quanto a lungo il Pd potrebbe resistere all’offensiva dei social network, ai girotondi su internet e nelle piazze? «E chi – si chiede Fioroni – avrebbe interesse a cavalcare tutto questo per fini personali? ». Il dirigente democrat – senza mai citarlo – evoca Renzi, ormai lanciato verso palazzo Chigi e che nell’eventuale sfida elettorale si troverebbe davanti un centrodestra orfano del leader storico. Fioroni non va oltre, aggiunge solo che «per fortuna abbiamo un capo dello Stato a cui stanno a cuore gli interessi del Paese e non gli interessi particolari ».
Si torna così sempre a Napolitano, considerato il garante di un sistema che rischia di crollare. Il giorno del giudizio universale si avvicina e non è detto che il copione sia scontato. Di certo non ci saranno altri rinvii a una sentenza che non riguarda solo Berlusconi.


Cassazione, venti giorni al responso. E il Pdl pensa a una risposta-choc
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 10 luglio 2013)

I tempi della politica si sono improvvisamente ristretti. Fino a ieri sembrava che l’ora della verità, coincidente con la sentenza della Cassazione sul Cavaliere, appartenesse a un futuro incerto collocabile tra fine settembre e gennaio 2014: troppo in là nel tempo per condizionare le tattiche dei partiti. Adesso invece sappiamo che al verdetto finale mancano appena 20 giorni. Che il peso della decisione graverà su magistrati scelti in base ai turni delle ferie estive, dunque con un altissimo tasso di imprevedibilità. Che in caso di condanna di Berlusconi la reazione del centrodestra si annuncia distruttiva. Che il governo sarebbe, inevitabilmente, la prima vittima.

La ragione dello sconquasso inevitabile si chiama «istinto di sopravvivenza ». Gli esponenti del Pdl sono tutti concordi (senza distinzione tra «falchi » e «colombe ») che, senza una replica forte, fortissima, saranno spazzati via. Di fronte alla liquidazione del loro leader, tuttora capace di coagulare un elettorato che supera il 30 per cento, non potranno mandare avanti maggioranza e governo come se nulla fosse successo. Dal loro punto di vista, qualche forma di protesta eclatante sarà inevitabile. Non hanno ben chiaro cosa, ma quel qualcosa dovrà risultare clamoroso agli occhi del Paese. L’ipotesi più accreditata consiste al momento nelle dimissioni di massa dei deputati e dei senatori Pdl con l’obiettivo di rendere inevitabili nuove elezioni, perfino nel caso in cui dovessero perderle… Una reazione politicamente insensata, dettata appunto dagli istinti più che dal cervello, ma proprio per questo disperata e temibile. Perso per perso, venderanno cara la pelle.

Venti giorni, dunque, e sapremo se alle disgrazie di questo sventurato Paese (ci mancava il downgrade di S&P…) si aggiungerà pure la fine tumultuosa dell’unico punto di equilibrio politico imposto neppure tre mesi fa da Giorgio Napolitano. Unica certezza: Il primo presidente della Cassazione, contro cui si scatena l’ira del Pdl per la decisione di affrettare i tempi, se l’era scelto ai primi di maggio il centrodestra dopo uno scontro molto duro al Csm. Santacroce tutto può essere definito, tranne che una «toga rossa »…


Le carte della difesa: i cinque punti chiave trascurati dalle toghe
di Redazione
(da “il Giornale”, 10 luglio 2013)

Pubblichiamo la memoria presentata dal collegio difensivo di Silvio Berlusconi nell’ambito del procedimento sui diritti tv Mediaset. Il 30 luglio davanti alla sezione feriale penale della Cassazione si svolgerà l’udienza. La fissazione della discussione è avvenuta sulla base del ricorso presentato dai difensori dell’ex premier.

«Lascereste al suo posto il capo dell’ufficio acquisti dell’azienda di vostra proprietà se veniste a sapere che si fa corrompere e fa la cresta sugli acquisti? ». La risposta negativa è assolutamente ovvia.
Ma la domanda non è provocatoria poiché è proprio sulla incredibile negazione di questo assunto che il Tribunale di Milano prima e la Corte di Appello poi, recependo in maniera acritica l’assurda tesi della Procura di Milano, con pervicacia accusatoria che connota da sempre l’agire a Milano nei confronti del presidente Berlusconi, ha aperto e trascinato per anni un inverosimile procedimento fondato sul nulla.
Tale processo, convenzionalmente denominato «diritti Mediaset », è basato su una ipotesi accusatoria così assurda e risibile che in presenza di giudici non totalmente appiattiti sull’accusa e davvero «super partes », sarebbe finito ancor prima di iniziare, con grande risparmio di tempo per i magistrati e di denaro per i contribuenti.
Basti pensare che una sola delle molte inutili consulenze contabili ordinate dalla Procura è costata ai cittadini quasi tre milioni di euro.
Non è azzardato ipotizzare che tra consulenze, rogatorie ed atti processuali questa vicenda sia già costata allo Stato una ventina di milioni di euro.

Veniamo ai fatti.
Il gruppo televisivo fondato da Silvio Berlusconi era ed è uno dei principali acquirenti di diritti televisivi al mondo. Una piccola parte, di questi diritti (da 30 a 50 milioni di dollari, sul totale di quasi 1 miliardo di dollari acquistati annualmente) veniva acquistata ogni anno da tale Frank Agrama, un imprenditore americano che operava ed opera nel settore diritti da oltre 40 anni.
Agrama, grazie ai suoi rapporti di amicizia con il Presidente della Paramount, Bruce Gordon, godeva di una sorta di esclusiva per la vendita dei prodotti Paramount sui mercati europei ed otteneva dalla stessa Paramount prezzi e condizioni particolarmente favorevoli.
Secondo alcune testimonianze, Frank Agrama e Bruce Gordon erano soci. Agrama acquistava ogni anno da Paramount l’intera produzione dei film e delle fiction e poi li vendeva, singolarmente o a pacchetti, ai vari operatori europei assumendo su di sé il rischio dell’acquisto globale della produzione Paramount.
Fininvest prima e Mediaset poi, per acquisire i prodotti Paramount, tra i migliori sul mercato americano, dovevano quindi, necessariamente, trattare sempre e solo con Agrama.
A conferma di questo un nuovo amministratore di Mediaset cercò di aggirare questa situazione trattando direttamente con Paramount. Il risultato fu che, quell’anno Paramount cedette tutti i suoi prodotti alla Rai anziché a Mediaset.
I magistrati milanesi non si arrendono a questa realtà e ipotizzano addirittura che la causa dell’esclusiva di Agrama sarebbe stato il fatto che Silvio Berlusconi sarebbe socio occulto di Agrama e che avrebbe diviso con lui gli utili delle vendite Paramount.
Risulta invece incontestabilmente dagli atti che: A) Silvio Berlusconi ebbe a conoscere il signor Agrama (due o tre incontri soltanto) agli albori della Tv commerciale negli anni ’80 non avendo avuto successivamente alcun rapporto con lui.
B) Dai conti correnti di Agrama sequestrati dai PM milanesi si evince incontestabilmente che tutti i guadagni provenienti dall’attività commerciale di Agrama sono rimasti nella sua esclusiva disponibilità e che mai somma alcuna è stata trasferita a Silvio Berlusconi.
C) Nel corso degli anni, Agrama ebbe a versare ad alcuni dirigenti di Mediaset ingenti somme di denaro in «nero » (in un caso addirittura 4 milioni e mezzo di euro) per far sì che l’azienda acquistasse l’intera produzione annuale di Paramount.
D) Tutti i testimoni ascoltati hanno categoricamente escluso che Silvio Berlusconi si fosse mai occupato dell’acquisto di diritti televisivi.
E) Tutti i testimoni hanno confermato che dal gennaio 1994, data della discesa in campo nella politica, Silvio Berlusconi dopo essersi dimesso da ogni carica, si è totalmente distinto ed allontanato dalle aziende da lui fondate.
È evidente quindi che Silvio Berlusconi, che era proprietario al 100% di Mediaset e che anche dopo la quotazione in Borsa ne era il principale azionista e il principale beneficiario degli utili, mai avrebbe avuto interesse ad acquistare prodotti Paramount in eccedenza rispetto alle esigenze di Mediaset per poi dividere una piccola parte dell’utile con Agrama e mai avrebbe acconsentito al pagamento di tangenti in «nero » a propri dirigenti per agevolare Agrama.
Gli sarebbe stato sufficiente una semplice telefonata ai suoi sottoposti per ottenere l’acquisto dei diritti esitati da Agrama senza che questi dovesse pagare alcuna tangente, secondo l’accusa per il 50% di pertinenza di Berlusconi.
Sorge evidente una domanda: quale imprenditore avrebbe continuato a mantenere come responsabili dell’Ufficio acquisti, (un ufficio che trattava i prezzi e acquisiva annualmente venti volte il pacchetto dei diritti Paramount e cioè «diritti » per quasi un miliardo di dollari all’anno), dei dirigenti corrotti che pensavano al loro interesse e non a quello dell’azienda, che anzi avrebbero potuto procurare ingenti danni patrimoniali all’azienda?
La risposta è assolutamente scontata: nessun imprenditore con la testa sulle spalle, avrebbe mai tollerato per più di un minuto la permanenza in azienda di tali personaggi.
Ancora: il Collegio del Tribunale di Milano, era presieduto dal dott. D’Avossa, giudice già ricusato poiché in altro processo riguardante proprio il Gruppo Fininvest si era espresso affermando che era fatto notorio che in tale gruppo si utilizzassero fondi «neri » ed aveva perciò condannato i dirigenti imputati, che poi furono invece assolti in Appello e in Cassazione per insussistenza dei fatti.

Ancora: la Presidente della Corte d’Appello che ha incredibilmente confermato la sentenza di condanna del Tribunale aveva manifestato pubblicamente la sua disapprovazione nei confronti del governo Berlusconi.
Ancora: i fatti ipotizzati dall’accusa sarebbero accaduti nella prima metà degli anni ’90 e quindi sono risalenti nel tempo di oltre 20 anni.
La Magistratura, anziché prendere atto dell’intervenuta prescrizione ha invece, con tesi assolutamente pretestuosa, sostenuto che la compravendita dei diritti aveva continuato a produrre i suoi effetti in tutti gli esercizi di bilancio in cui gli stessi diritti avevano trovato utilizzazione, ancorché fossero stati integralmente pagati all’epoca dei contratti primigenii risalenti agli anni ’90 ed interamente ammortizzati nei bilanci aziendali.
Questi i teoremi accusatori che sono stati protratti all’infinito solo per poter arrivare a condannare il nemico ideologico e politico Silvio Berlusconi.
Ma ciò che rende ancor più assurda tutta questa vicenda è rappresentato dal fatto che i magistrati milanesi, contro ogni logica, non hanno tenuto conto di due precise sentenze della Corte di Cassazione, che con decisioni passate in giudicato hanno statuito l’insussistenza di quei fatti e comunque l’estraneità di Silvio Berlusconi alla gestione di Mediaset proprio negli anni in questione.
In qualunque altra sede giudiziaria, dunque, a fronte di decisioni consimili si sarebbe doverosamente ed immediatamente pervenuti ad una sentenza più che assolutoria. Ma eravamo a Milano.


In attesa delle mosse di Silvio Berlusconi
di Titta Sgromo
(da “L’Opinione”, 10 luglio 2013)

La presa per i fondelli a carico degli italiani ha raggiunto i livelli massimi, se il duo catto comunista Letta-Napolitano, in presenza della stagnazione economico-sociale nella quale si trova il Paese, si permette di illudere il popolo di fessi (come considerano gli italiani), promettendo la ripresa e, insieme a questa, la speranza di un’impossibile rinascita. Il problema serio non è tanto questo, conoscendo gli italiani, molto meno fessi di quanto i predetti possano considerarli, è che forse ci credono loro, certi come sono che nulla succede di preoccupante per il loro status e quello dei tanti leccapiedi che li circondano.

Fra questi vi sono personaggi, da sempre senza arte né parte, che gongolano al solo pensiero che nulla cambia e cambierà a causa della veramente desolante giovane classe dirigente, che si accontenta delle briciole lasciate sul tavolo da questi mestieranti della politica, abituati ormai da sessant’anni e passa a dominare non solo la materia che è molle e addomesticabile, ma anche le menti involute, al grido di vittoria per avere ottenuto il 6 politico. Sicché, senza cultura, viene a mancare il culto della tradizione e con esso l’amor patrio con la consapevolezza di essere nati nel Paese che ha dato i natali a geni, artisti, scienziati e poeti che il mondo ci invidiava. Oggi al solo pensiero che Benigni possa interpretare Dante e recitare la Divina Commedia, i nostri avi si rivolterebbero nella tomba, pensando a De Santis, Monti, non quello di Scelta Civica, Leopardi, Carducci, Pascoli e via dicendo. Ma forse esagero, pensando che la gioventù allevata a pane e hot dog abbia avuto modo di sentir parlare di questi personaggi, posto che in un quiz televisivo, alla domanda: come si chiamava Boccaccio, il concorrente ha risposto Francesco e a quella: come si chiamava Petrarca, il concorrente ha risposto Giovanni.

Purtroppo questo è lo stato delle cose, amaro quanto si vuole, ma temo irreversibile, posto che la gioventù entusiasta e dotta cerca altrove il meritato successo, e con fortuna, posto che la genialità del popolo italiano si esprime non solo nel male ma anche e soprattutto nel bene. Magra consolazione se vengono spesi tanti soldi dalla televisione di Stato per far vedere le bellezze naturali, uniche al mondo dell’Italia tutta, la cui orografia è unica al mondo, per osservare alla fine di una trasmissione che si occupa del meraviglioso territorio calabrese che si snoda tra il mar Tirreno e il mar Ionio all’esterno e la Sila e l’Aspromonte all’interno, che quella regione è purtroppo afflitta da un male incurabile: la criminalità organizzata. È come dire, togliete via da qual si voglia itinerario turistico la Calabria infestata non da animali pericolosi ma da gente infrequentabile. Il che non è affatto vero, posto che la Calabria è la terra di Cassiodoro e di Pitagora per non parlare di tanti altri e che, pochi lo sanno, ha dato il nome all’Italia. Forti di questa antica tradizione, i calabresi non solo sono ospitali ma data la loro ben nota genialità con la loro presenza nobilitano l’intero territorio nazionale. Purtroppo l’assistenzialismo democristiano l’ha fatta da padrone per tanti anni creando quella commistione tra politica e affari, tutt’ora in vigore.

Ciò che veramente non si riesce a spiegare è l’inerzia del Cavaliere che, obbediente ai diktat del monarca Napolitano sta irritando la gente che non riesce a spiegarsi il perché di questo atteggiamento, che nulla ha a che vedere con l’indubbia persecuzione giudiziaria della quale è vittima e per la quale ha la solidarietà di gran parte del popolo italiano. Siamo a luglio e gli italiani in larga maggioranza hanno già rinunciato alle vacanze estive, gravati come sono da tasse, imposte e balzelli vari, e prima o poi reagiranno in modo davvero incontrollabile, non potendo sopportare più la politica del rinvio; e le imprese, tartassate da Ires, Irap e contributi vari, falliranno in massa, con le ovvie conseguenze sull’occupazione. La spesa pubblica che è la causa di tutti i mali deve essere abbattuta senza temere la reazione dei sindacati dai quali gli stessi lavoratori si stanno allontanando, avendo compreso che gli stessi non sono altro che occasione di privilegi. Infine, caro Cavaliere, che cosa aspetta a mandare all’aria questo Governo che sta facendo di tutto per farlo apparire quello che non è, un pagliaccio. Il senso di responsabilità è una virtù salutare se si mantengono le promesse, altrimenti è la scusa comoda per una pagliacciata con tutte le conseguenze del caso!


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Bart