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LETTERATURA: Morena Fanti: “Orfana di mia figlia” (Il pozzo di Giacobbe, 2008)

7 Gennaio 2009

di Massimo Maugeri  

Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Questo è l’incipit di Anna Karenina di Tolstoj, nella traduzione di Pietro Zveteremich. Uno degli incipit più celebri della storia della letteratura mondiale. Ed è vero che “ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Ma è anche vero che ci sono diversi livelli di infelicità. E diversi gradi di dolore. Ma se qualcuno dovesse domandarmi: “qual è  il dolore più grande?” Be’, non avrei esitazioni a rispondere: “la perdita di un figlio”.
Credo che per un genitore non ci sia sofferenza più forte, intensa e ineluttabile di quella che deriva dalla morte del proprio figlio… e dalla consapevolezza di essere costretti a sopravvivere a lui.
Quella domanda – e quella risposta – mi sono tornati in mente quando mi sono imbattuto nel libro di Morena Fanti: “Orfana di mia figlia” (Il pozzo di Giacobbe, euro 16, pagg. 200). È il racconto di una storia terribile e vera.
Federica muore a soli 24 anni, investita da un’auto mentre attraversa la strada davanti casa.
È il 2 ottobre del 2001. Un mese dopo l’incidente, Morena apre un diario… lasciando confluire in esso il dolore per la perdita dell’unica figlia.
Quel diario, poi, diventa libro; con l’idea di devolvere i proventi saranno a scopo benefico.
“Quando ho scritto questo libro”, ci dice Morena Fanti, “ho creduto, pensato e sperato, che parlandone avrei potuto sollevare l’anima di chi leggeva e si trovava nello stesso mio dolore. Ho pensato allora, e lo credo tuttora, che sentire una voce che si era sollevata dal buco nero in cui si cade, potesse aiutare chi provava lo stesso dolore e potesse far pensare che anche per gli altri tutto ciò era possibile. Il mio è sempre stato, nelle mie intenzioni, un messaggio di speranza. Ho scritto in forma di diario ma non l’ho mai pensato come un diario. Per me è sempre stato un libro anche quando non lo era. Infatti, ancora prima di terminare la scrittura, ho cercato il modo di renderlo disponibile in rete e l’ho pubblicato sul sito vittime della strada, cosa che mi ha permesso di entrare da subito in contatto con tante persone e mi ha dato un riscontro di ciò che stavo facendo.
Chi leggeva si riconosceva nelle mie parole e ciò mi è stato di grande conforto e sostegno”.
Leggendo il volume ci si immerge nella profondità del dolore, ma – al tempo stesso – si coglie il messaggio di forza e speranza ma soprattutto il desiderio di continuare ad amare.  

(dal “Corriere Nazionale”)


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 7 Gennaio 2009 @ 17:56

    La perdita di una persona cara è sempre motivo di inconsolabile dolore, ma quando si tratta di perdere un figlio, credo che la sofferenza raggiunga il suo massimo grado. Condivido appieno, pertanto, quanto affermato nel saggio, anche se non ho meritato il piacere di avere figli(ho, in compenso, ricevuto la grande grazia e l’incalcolabile gioia di condividere da quasi quarantotto anni una vita meravigliosa con la persona che è, per me, la più cara al mondo: mia moglie).
    Ammiro fortemente quelle famiglie, che, subiti tali drammi, riescono in qualche modo a superarli. Ciò, a mio avviso, avviene per grande fede e nel ricordo sempre vivo di chi si è perduto
    Gian Gabriele Benedetti

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