Napoleone e Chateaubriand #5/10

di Panfilo Gentile
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 15 agosto 1969]  

Questo secondo centenario della nascita di Bonaparte ca ­de in un’epoca che ha visto ben altri tiranni. Perciò gli oratori francesi, chiamati alle celebrazioni (tra giorni toc ­cherà a Pompidou, che si re ­cherà appositamente ad Ajaccio) non si sentiranno imba ­razzati tra il culto della ban ­diera, che comanda l’esaltazione del grande condottiero, e l’ossequio ai principii dell’89 che comanda la con ­danna dell’usurpatore del 18 brumaio. In fondo, suppongo che pensino così codesti oratori: Napoleone, a cospetto dei tiranni contemporanei, fu un tiranno bonario e mode ­rato e i suoi furono peccati veniali al confronto delle mo ­struose ribalderie dei super-ti ­ranni degli anni nostri.
In questi giorni voglio man ­dare anch’io un pensiero in ­dulgente agli Invalidi e rac ­conterò come Bonaparte si comportò con quegli che fu il suo più ostinato, se non il più pericoloso suo avversario: Chateaubriand. Come la gran ­de maggioranza dei francesi, Chateaubriand accolse con en ­tusiasmo il colpo di Stato del 18 brumaio e per un certo periodo mantenne la sua fidu ­cia verso il capo geniale che aveva domato l’anarchia del Direttorio e che sembrava in ­tento a riconciliare l’antica e la nuova Francia. Nella pre ­fazione al Génie du Chnstìanisme definì enfaticamente Napoleone: « L’uomo possen ­te, che ci ha risollevato dall’abisso, colui al quale è stata concessa la forza per pacifica ­re il mondo ed il potere per restaurare la Francia ».
Ma l’esecuzione del duca di Enghien lo indignò, e allora Chateaubriand passò all’oppo ­sizione e vi rimase inflessibil ­mente per tutta la durata del regime. Certamente non ebbe peli sulla lingua. Subito dopo l’esecuzione, scrisse sul Mercure il famoso articolo, che conteneva la famosa invetti ­va: « Invano Nerone prospe ­ra, quando già Tacito è nato nell’impero ». Il paragone con Nerone era retorico e storica ­mente sbagliato. Ma non cre ­diamo che l’essere paragonato a Nerone potesse riuscire gra ­devole al primo console. Un altro scontro burrascoso vi fu qualche anno dopo, quando Chateaubriand era stato elet ­to all’Accademia il 20 feb ­braio 1811 (ed allora Bona ­parte era all’apice della po ­tenza).
 

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Secondo l’uso il discorso di ricevimento del neo-eletto do ­veva essere approvato pre ­ventivamente dall’Accademia e dall’autorità. Il discorso era un inno mal dissimulato alla libertà ed era zeppo di evi ­denti allusioni antibonapartiste. Sembra che Napoleone avesse perdonato l’articolo del Mercure e che, per riconci ­liarsi il poeta, si fosse inte ­ressato favorevolmente alla sua candidatura. Chateau ­briand pretende addirittura che la candidatura gli sa ­rebbe stata imposta sotto mi ­naccia di essere rinchiuso a Vincennes. Ma quando Bonaparte ebbe il testo del di ­scorso, andò su tutte le furie. Soprattutto gli dispiacquero i passi che si richiamavano alla condanna e alla morte di Luigi XVI. Disse al conte di Ségur: « Questi letterati vo ­gliono riattizzare l’incendio. Io ho fatto tutti i miei sforzi per calmare i partiti e per ri ­stabilire l’ordine. E gli ideolo ­gi vorrebbero ritornare all’a ­narchia. Non si può mettere in questione la restaurazione della monarchia. Non si può più parlare di regicidi, quando io mangio con essi e sto seduto accanto a Cambacérès ».
Ed a Daru: « Non posso tollerare questi ricordi impru ­denti, questi rimproveri al passato. L’autore di questo scritto non comprende né le mie intenzioni, né i miei at ­ti ». Chateaubriand rifiutò di correggere il discorso, non fu ricevuto e dovette attendere tempi migliori per andare a sedere tra gli immortali.
L’episodio illustra sufficien ­temente come l’opposizione di Chateaubriand non era una opposizione di dettaglio. Il poeta, legittimista e liberale nel tempo stesso, impugnava tanto l’usurpatore quanto il tiranno. Napoleone non aveva il         diritto di     sostituirsi     alla dinastia legittima. E non aveva il diritto di opprimere la Francia col   cesarismo perso ­nale. Di più quest’opposizione di regime era professata pubblicamente. Chateaubriand era un uomo di opinione, come al ­lora si diceva, era un uomo influente,   introdotto   ed   atti ­vo   nei   circoli   letterari   e   in quelli   mondani,   gradito   agli aristocratici, era uno di loro, e ai progressisti, avendo ricono ­sciuto     i     diritti     della     nuova Francia uscita dalla rivoluzione. Con Madame de Staél e con     Benjamin     Constant,     fu uno dei   profeti     del   liberalismo costituzionale.     Dunque oppositore     se     non     temibile, perlomeno personaggio di riguardo,   ed   in   questi   casi     i riguardi sono perlomeno un po’ di prigione.
Ebbene, Chateaubriand re ­stò impunito e le reazioni del tiranno furono estremamente blande.
Intendiamoci. Nella realtà, Chateaubriand non fu certo quel cavalier temerario de ­scritto nei Mémoires, con li ­rica autoesaltazione. Se è ve ­ro che resistette sempre con fermezza al tiranno, è altret ­tanto vero che seppe pure mettersi al riparo dietro prote ­zioni importanti. In un’epoca in cui, come egli stesso scris ­se, « le dame interponevano la loro bellezza tra il potere e le persecuzioni », il nostro bel tenebroso non mancò di approfittarne. Nel salotto del ­la sua prima musa, Paolina di Beaumont, aveva conosciu ­to Elisa Baciocchi e Luciano Bonaparte, e con entrambi ri ­mase in buoni rapporti. Era uno degli ospiti abituali del salotto di Madame de La Bi ­che, punto di incontro di uo ­mini di origini e di parti diver ­se. Il genio mondano di que ­sta dama rendeva più tolle ­ranti le diverse opinioni, si prodigava per stabilire fra av-versari obblighi cavallereschi reciproci.
 

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Ma un’amicizia più preziosa e fondata su ragioni più personali fu quella della marchesa de Custine. In altri tempi, essa aveva conteso a Paolina de Beaumont il cuo ­re del poeta e tra i due erano avvenuti malintesi spiacevoli, che però erano stati perdo ­nati. Durante l’impero la mar ­chesa era diventata l’amica di Fouché e quindi aveva assunto il rango di personaggio di grande influenza. Si può facilmente indovinare che qual ­che volta dovette spenderla a favore del suo antico ed in ­fedele amante. Quando avvenne il su ricordato incidente del Mercure, Bonaparte aveva deciso, al primo impeto di collera, di fare arrestare Cha ­teaubriand e di sopprimere il Mercure. Ma l’affare, portato dinanzi a Fouché, fu accomodato benevolmente in tutt’altro modo. Chateaubriand non fu mandato a Vincennes. Il Mercure non fu soppresso. Il tutto si ridusse ad una specie di fusione coattiva del Mer ­cure con la Decade, rivista letteraria conformista, ed a Chateaubriand, a titolo di in ­dennizzo, fu anche riconosciuta una partecipazione finan ­ziaria alla Decade.
Gli   scontri   con     Bonaparte poi furono attutiti anche per un motivo più diretto. Ognuno indovinò una simpatia segreta per l’altro. Chateaubriand andava incontro al gusto di Bonaparte per l’eloquenza e le declamazioni romantiche.  Bonaparte disse a Sant’Elena: «Chateaubriand ha ricevuto dalla natura il fuoco sacro e le sue opere lo provano: il suo stile non è quello di Racine, ma quello di un profeta. » Dall’altra parte Chateaubriand fu sensibile alla gloria e alla grandezza, fu affascina ­to dall’epopea napoleonica, an ­che se ne avvertì, da politico, tutti i lati avventurosi e spre ­giudicati. E’ esatto quanto su questo punto sta nei Mémoi ­res: «Bonaparte ogni tanto simpatizzava con me, per una inclinazione naturale cercava di associarmi alle sue fortune fatali. Qualche volta io incli ­navo verso di lui per l’ammi ­razione che mi ispirava e per il fatto che io assistevo ad una trasformazione sociale e non ad un semplice cambiamento di dinastia. Ma le nostre na ­ture, antipatiche sotto molti aspetti, ricomparivano e se egli mi avrebbe fatto fucilare volentieri, io avrei potuto ucciderlo senza molti rimorsi. »
 

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Una sola volta Chateau ­briand subì una misura di ri ­gore. Il 4 settembre del 1812 infatti un ordine del prefetto di polizia Pasquier gli intimò di allontanarsi da Parigi e fu costretto a ritirarsi a Dieppe. Più tardi, poiché i personaggi versatili, come noi stessi sap ­piamo, sopravvivono sempre ai regimi, Chateaubriand potette ritrovare lo stesso Pasquier suo collega all’Accade ­mia e alla Camera dei Pari. E per giunta lo stesso Pasquier potette essere un assiduo del salotto di Madame Chateau ­briand. E’ da supporre che Chateaubriand non avesse di ­menticato del tutto il biglietto di quel settembre.
La bonomia napoleonica pe ­rò aveva anche una sfumatura di disprezzo per gli intellet ­tuali, i letterati, gli ideologi in politica, verbosi e velleitari, capaci di brillare solo nei re ­gimi del bavardage, che egli aveva abbattuto il 18 brumaio. La sua indulgenza era un po’ suggerita dalla loro innocuità. Dinanzi a tipi come Moreau o Cadoudal, egli aveva altri sentimenti.
Comunque è certo che Bonaparte non rassomiglia ai ti ­ranni moderni e che i suoi celebratori, in questo secondo centenario, non dovranno igno ­rare troppe pagine della sua eccezionale esistenza.

 

 

 

 

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Commenti

2 risposte a “Napoleone e Chateaubriand #5/10”

  1. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Non assocerei Napoleone ai peggiori dittatori della Storia. Anche se dittatore lo è stato. La sua mania di grandezza (ciò è tipico di chi ha il “complesso del basso”, cioè della bassa statura) era smisurata, come grandi le sue intuizioni, la sua capacità di aggregazione e di condottiero. L’accostamento che fa Chateaubriand di Napoleone con Nerone, mi sembra assai azzardato, anche se Nerone non fu, tutto sommato, quel mostro esclusivamente dipinto dalla Storia stessa.
    Tuttavia, con l’avvento del grande Corso, mi vien fatto di pensare quale fine avevano avuto i famosi principi sanciti dalla Rivoluzione Francese: uguaglianza, fraternità, libertà.
    Io, sinceramente, non provo una grande simpatia per Napoleone, in quanto lo considero un ambizioso ed un subdolo conquistatore. In effetti, con la scusa di portare quei principi della Rivoluzione nel mondo, si impadroniva di gran parte dell’Europa e pretendeva di dominarla.
    Tra le cose che condivido, vi è quella fermamente contestata dal Foscolo nei “Sepolcri”. Anch’io non ritengo troppo giusto lo sfarzo nell’allestire certe tombe, che reputo un inutile spreco ed uno spregio nei confronti di chi ha veramente bisogno. Sono più vicino a “La livella” di Totò e credo immensamente alla grande utilità della preghiera (la Chiesa comunicante).
    Infine così limpidi non mi sono apparsi sempre gli atteggiamenti ed i comportamenti anche di Chateaubriand
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Eh, sì, Totò, un grande. Ha scritto ‘a livella e malafemmina, sufficienti a dargli l’immortalità. Oltre ai suoi film, di cui ho da tempo un’ampia collezione.