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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Nando

28 Agosto 2009

di Gian Gabriele Benedetti  

Alto, robusto, vibrante di energia; viso aperto, sereno; occhi dolci, sguardo profondo, intelligente; capelli castani, abbondanti, al vento; vestito alla meglio, con qualche toppa e rammendo, come la maggior parte dei ragazzi di allora. Così era Ferdinando, che noi chiamavamo affettuosamente Nando, il mio caro mai dimenticato amico della fanciullezza.
                      Pur della stessa età, mi sovrastava in altezza di circa due spanne e, accanto a lui, sembravo scomparire. Lo ammiravo, quasi ad invidiarlo, per la sua forza fisica, per la sua abilità nel gioco delle palline, nella caccia ai nidi e nel costruire carretti con le guide ed i freni per le inebrianti discese lungo le vie ripide del paese.
                      Io ero più bravo di lui a scuola, ma non per esclusivo merito mio, ma solo per il fatto che lui aveva ottenuto dalla vita minori fortune di me e situazioni meno vantaggiose. Tra l’altro, non di rado, era stato ed era costretto a lavorare come commesso in un negozio del posto per gli urgenti bisogni della sua numerosa famiglia: una nidiata di figli rimasti, ancor piccoli, privi dell’affetto della mamma, che il buon Dio, nel Suo grande disegno a noi non sempre comprensibile, aveva voluto con Sé.
                      Il padre aveva avuto un gran da fare per “tirare avanti la baracca”, come diceva lui, e quelli erano tempi veramente duri. Ma, nonostante tutto, la cosiddetta “baracca” veniva su bene e qui bisogna dar credito sul serio alla Provvidenza.
                      E Nando era il più bello del “branco”, l’orgoglio di suo padre.
                      Ero legato a lui da un’amicizia profonda, sincera. Tra noi c’era un patto inscindibile: io lo aiutavo a scuola e lui mi “proteggeva” fuori. Vivevamo, spesso insieme, i nostri momenti liberi, a giocare, a “costruire”, a ragionare dei nostri piccoli-grandi problemi, a fantasticare… Era sogno comune possedere una bicicletta. Quando ne vedevamo una, ci soffermavamo a lungo a guardarla ed a studiarne le caratteristiche. In quel tempo, al paese, chi era proprietario di una bicicletta veniva considerato quasi un signore. E proprio il negoziante, presso cui Nando prestava i suoi servizi, aveva una vecchia e robusta “Bianchi”, che talvolta faceva usare al mio amico nel disbrigo di incombenze urgenti. Di tanto in tanto, quando Nando aveva lavorato sodo, il padrone, per premio, gli faceva fare con essa qualche giretto. Ed il ragazzo ne era entusiasta.
                      Fu proprio quel sabato di fine estate che il mio amico uscì con la bicicletta del padrone per l’ebbrezza della corsa attraverso le vie del paese.
                      Il sole era ancora alto all’orizzonte e la natura, sotto i suoi raggi sempre forti, sembrava, inebriata di luce, sorridere. Si avvertiva intorno il senso di gioia che normalmente procura la vigilia della festa. Mai si sarebbe immaginato che quel giorno così lieto si sarebbe tramutato per il paese in grave tragedia.
                      Nando, con il suo mezzo, correva veloce, passando e ripassando dinanzi alla propria casa, che si affacciava sulla via, e dal suo volto sereno e sorridente trasudava tutta la soddisfazione che provava. Il babbo, orgoglioso, lo guardava dalla finestra e lo invitava alla prudenza.
                      Eccolo spuntare nuovamente, per l’ennesimo giro, in cima allo stradone e buttarsi a capofitto lungo la discesa.
                      Al passare dinanzi a casa sua, prima di imboccare la semicurva, al culmine della voluttà, gridò: “Babbo, babbo…, guardate come corro!…”. Le sue gambe agili e forti mulinavano sui pedali; la testa era china sul manubrio. Con tutto se stesso proteso nell’intenso piacere del “volo”, non si era reso conto che procedeva contromano e che in quel momento, in senso contrario, proveniva un camioncino.
                      “Nando, Nando…! Attento! Figlio mio…!” fu il grido di raccapriccio del padre, che, nello slancio disperato, pareva volersi gettare dalla finestra per proteggere il suo ragazzo.
                      Si udì uno stridio lugubre di freni ed uno schianto agghiacciante…
                      Fu lì, amato indimenticabile Nando, in quella pozza di sangue e tra i ferri contorti della bicicletta, che finirono i sogni della tua giovane età.
                      Fu da allora che, ancor ragazzo, cominciai ad assaporare le amarezze dell’esistenza umana.

                                                                                                                                                                 
(Da “Paese”, Ed. Lalli.)

A Nando ho dedicato un paio di poesie. Una la propongo qui.

                                                           

                                                                    Alla memoria del mio amico Nando

Anche tu, amico,
che ti trinceri dietro
ad un silenzio imposto,
interminabile, smisurato,
conosci che dissolta nell’aria
è vibratile la tua presenza
a trattenere l’attimo eterno.
Ancora a fondo, però, scavi,
amico mio, dentro l’anima
che m’appartiene,
il solco del ricordo.
Non più deserto
vi trovo nello sterro,
ma follia dolce
di saperti lungamente vivo.
Inquieta è pur sempre la vita, sai?
e addossa la pena.
Così mi aggrappo
ai tuoi, ai nostri anni
dai quattro soldi di miseria,
anni di qualche nube
e di infiniti passi incantati
sotto cieli di lavanda
a cogliere spighe di sole
e a porci le domande
mai stanche di sogni, una fiumana.
Ora da questa riva vacillante
ti affido di nuovo
le mie parole fruste,
fino a quando non cesseranno
di raggiungerti.
E allora sarà il tramonto.
Intanto fuori c’è il vento.
Anche il vento è diverso stasera:
sfida e scartoccia lesto
il guscio del tempo.
Divora il filo teso
degli anni ormai maturi,
come grano nel campo
all’innocenza cruda del taglio
e al cinguettio smanioso
del passero affamato.


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2 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 28 Agosto 2009 @ 11:00

    Un attacco bruciante, secco, di gran pregio. Nando lo tocchi con la mano. Il brano scappa in un soffio, filante come il passaggio di una vita. Ma la nostalgia per un tempo che fu e lo strazio per la fine di un amico, anzi dell’Amico, nulla possono al cospetto di un bisogno di solarità e di ritorno all’antico che marcano lo scritto.

    La lirica mostra connotati opposti, il lessico si fa meditativo, prevale il disincanto del presente. L’osservazione di una natura sempre più distante e la tristezza per chi è lontano si fondono nell’orizzonte incerto.
    Da ricordare, bravo.

    Carlo Capone

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 28 Agosto 2009 @ 15:49

    Grazie di cuore, Carlo, per questa tua (ulteriore) analisi così approfondita e pienamente sentita al mio raccontino ed alla conseguente poesia. Le tue parole, provenienti da una persona di grande cultura, di grande umanità, di grande sensibilità, mi gratificano non poco.
    Il ricordo di quel mio amico e della sua tragedia resistono al tempo, nonostante siano trascorsi oltre sessanta anni. Certi momenti, certe situazioni, certe persone porti con te per tutta la vita, anche se non son più da chissà quanto, quasi ti accompagnassero giorno dopo giorno col loro nitido presentarsi alla nostra memoria. E riescono a commuoverci ed anche a consolarci
    Ti abbraccio
    Gian Gabriele

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