NATHALIE – Seconda parte

di Felice Muolo

Mi recai alla stazione, presi il treno e scesi a Bruxelles.
Alla sede dei Campi di lavoro chiesi e ottenni di partecipare a un Campo belga che iniziava l’indomani. Alla stessa richiesta, fatta qualche mese prima della mia partenza da casa, non era seguita risposta.
Con l’autostop poi andai a Leuven, dove Natalie studiava.
Era pomeriggio presto, faceva caldo e sudavo, quando suonai all’ingresso della sua pensione. Aprì una ragazza che non era lei. Se lo fosse stato, speravo che ci saremmo abbracciati e la nostra storia avrebbe ripreso a girare. Nonostante che, da un anno che ci eravamo lasciati, c’era stato lo scambio di un paio di lettere e nulla più. Il telegramma non lo consideravo.
Chiesi alla ragazza sue notizie. Rispose che non sapeva di chi parlassi. Era inutile insistere: non avrei ricavato un ragno dal buco. Me ne andavo e stop.
Prima di muovermi, esaminai l’intera facciata dell’edificio che avevo davanti. In alto, dietro una finestra chiusa, intravidi l’ombra una persona nascosta da una tendina.
L’indomani raggiunsi il Campo di lavoro.
Durante la permanenza, indossai il kilt di un ragazzo scozzese. I miei colleghi mi rincorsero e me lo strapparono di dosso. Una ragazza di nome Marion mi propose di seguirla in Olanda, a fine campo. Assomigliava a Nathalie ma declinai l’invito. Una francesina quindicenne di Brest si infatuò di me. Si chiamava Fabienne. La disillusi in tutti i modi.
Stuccando e dipingendo le pareti di un edificio che doveva accogliere ragazzi con problemi passarono tre settimane.
Al momento di scambiarci gli indirizzi, Fabienne disse:
“Non ci rivedremo più. Almeno scriviamoci.”
“Chi lo sa? La vita è lunga. Tutto può succedere,” risposi.

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