di Felice Muolo
Di passaggio in passaggio arrivai al confine con la Francia, l’oltrepassai e proseguii verso Parigi, intenzionato a visitarla. Quando giunsi nei paraggi, cambiai programma e continuai a fare l’autostop con l’idea di raggiungere Brest e fare una sorpresa a Fabienne.
La sera, a metà strada, mi colse alle porte di un paesino, stanco morto e senza aver mangiato nulla durante la giornata. Trovai la stazione ferroviaria e mi sdraiai su una panchina di legno in sala d’aspetto. Scivolavo nel sonno allorché un ferroviere m’invitò a sloggiare, chiudeva la sala d’aspetto a chiave. Gli chiesi di chiudermi dentro, acconsentì e spense la luce. Dormii come un sasso nonostante la durezza del giaciglio e i rumorini del mio stomaco vuoto.
Allo spuntare del giorno ripresi con l’autostop. Salii a bordo di un TIR lento come una lumaca. L’autista era un giovane contento e ciarliero. Aveva la cabina zeppa di giornalini di Asterix.
“Hai saputo della recente contestazione giovanile che c’è stata a Parigi?” mi chiese.
“Qualcosa.”
“Cosa ne pensi?”
“Niente.”
“Chi ha la fortuna di vivere a Parigi non dovrebbe contestare.”
“Perché lo fa?”
“Per la storia. Ci sei mai stato?”
“A Parigi?”
“Nella storia.”
“Mai messo piede.”
“Siamo fratelli.”
A mezzogiorno il camionista bloccò il TIR nel posteggio di una trattoria, si fregò le mani e annunciò che finalmente si mangiava. A chi lo dici dissi.
Arrivai a Brest nel pomeriggio presto, dopo aver chiesto e ottenuto altri passaggi.
Fabienne abitava in una casetta sull’oceano che, in autobus, raggiunsi. In compagnia di due amiche, stava davanti. Appena mi vide, disse.
“Sei ammattito?”