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LETTERATURA: Nel romitorio di Des Esseintes

7 Dicembre 2010

di Mauro Cristofani
(La sua galleria di quadri qui)

            L’eccentrico personaggio siede davanti a me, galleggiante in un horror vacui: ogni spazio invoca decorazione, ogni oggetto pretende ornamento. Il design di mobilio e arredi è in puro stile Art Nouveau: balaustrate e ferri battuti di Louis Majorelle, favrile glass di Gallé, oreficeria di Lalique e architetture dalle forme eleganti e morbose ideate da Guimard. Un paradiso artificiale, dove ogni cosa ha il suo doppio, ogni immagine una opposta significazione.

            -Questa casa è stata allestita secondo i miei desideri. I colori si affermano solo alla luce fioca delle lampade, poiché io vivo solo di notte, quando tutto è spento, tutto è muto, tutto è morto.

            -Il colore dominante è l’arancione…

            -E’ il colore dei fittizi splendori. Ha febbri acide, per questo lo prediligo.

            Gli occhi d’un freddo azzurro metallico di Des Esseintes vagano all’intorno, soffermandosi sui   muri e gli oggetti senza vederli. Rigidamente seduto sul seggiolone, appoggia stancamente la sua mano esile alla tempia, l’intero suo corpo gravato dall’inutilità del mondo.  

            -Il nostro incontro fu   assai singolare, Monsieur.

            -Avevo appena smaltito una sbornia ed ero spossato. Imploravo una fine che solo la viltà della carne m’impediva di darmi. Fortunatamente, fu in quella sera che affiorò in me l’idea di chiudermi in un eremo, lontano dal frastuono della vita.

            Nell’acquario danzavano meravigliosi pesci meccanici, caricati come orologi.

            -Un mirabile artifizio…

           -La natura ha fatto il suo tempo. I suoi paesaggi e i suoi cieli monotoni ci hanno stancato, attingere ancora al suo banale emporio di mari e montagne sarebbe stucchevole.

            Comincio a provare uno strano senso di soffocamento in questo opprimente paradiso artificiale colorato di tinte paradisiache, creato per una vita gaudente e pacata ma non dissimile dall’interno d’un sepolcreto. Ogni soprammobile è un emblema funereo, ogni oggetto sfarzoso è pronto ad accogliere il mesto fiore della tomba. Il gaudioso sentimento che si riflette nello specchio è offuscato da un fiato cimiteriale in cui può ammirarsi Des Esseintes.

            -Nei miei ultimi giorni di Parigi, disgustato di tutto, ero giunto a una tale eccitabilità di nervi che anche solo rasentare un mio simile per la strada era diventato uno dei peggiori supplizi.

            -Questa avversione la provavate per tutti, indistintamente?

            -Solo alla vista di certe fisionomie, di certi visi con l’espressione arcigna o paterna. Fiutavo in essi l’ostilità per le mie idee, il disprezzo per la letteratura e l’arte e per tutto ciò che dà senso alla mia vita.

            -Amate molto la letteratura, Monsieur?

            -Adoro gli autori latini, ma alle roboanti tirate di Luciano preferisco le acute osservazioni di Petronio. Egli descrive splendidamente i vizi d’una società decrepita.

            -E la pittura?

            -Il solo artista che mi procura l’estasi è Gustave Moreau. Indugio intere notti a contemplare la sua Salomé.

            -Siete religioso?

            -Non vorrei essere Colui al quale si deve questo mondo infelice.

            Le finestre dai vetri screpolati e bluastri lasciano penetrare solo una blanda luce artificiale che lambisce le pareti spandendosi sul pavimento ricoperto di pelli di bestie fulve, accarezzando i mobili talvolta semplici come quelli d’una sacrestia e talaltra complicati come quelli dell’età barocca. Un grillo   è prigioniero in una gabbia in filo d’argento, una tartaruga incrostata di pietre preziose s’aggira lenta per la stanza.

            Il mio ospite si alza, annunciandomi che il nostro colloquio sta per terminare. Ma prima vuol mostrami la serra ove coltiva piante esotiche e rare.

            -Sono la mia consolazione, le ammiro con compiacimento. Vedete, non sembrano reali, ma stoffe, carte, metalli, porcellane. Hanno i colori delle membrane interne degli animali, delle loro carni in decomposizione e breve è la loro esistenza.

            Des Esseintes resta a lungo in silenzio, rapito dal senso di dissoluzione, affascinato dalla precarietà del presente.

            Uscendo, mi volto a rileggere la frase d’un poemetto inglese che appare alla porta d’ingresso del romitorio: ANY WHERE OUT THE WORLD…Non importa dove, fuori del mondo.


                                                                                                                                                                                               
Mi ha ispirato questo racconto il romanzo “A rebours” (A ritroso), scritto dal francese Joris-Karl Huysmans nel 1884. Il suo protagonista – che è stato paragonato a quello de La Nausea di Sartre – è già un solitario imbevuto della filosofia pessimistica di Schopenhauer, che afferma ”La vita umana oscilla, come un pendolo, tra dolore e noia”. Il critico Barbey d’Aurevilly scrisse nella sua recensione del romanzo: “Dopo un libro come questo, al suo autore non resta più che scegliere tra la bocca d’una pistola e i piedi della Croce”; e Guy de Maupassant: “Huysmans analizza e descrive la storia della nevrosi di un uomo; eppure, se costui esistesse, sarebbe il solo uomo intelligente, saggio e idealista, un poeta dell’universo”. Nel 1890 Paul Valéry scrive a Pierre Louys:”Rileggo per la quinta volta A rebours, e penso solo a rileggerlo ancora. Non disprezzarmi  troppo, ma è il mio libro”; e qualche anno più tardi, a Albert Degrip: “Torno sempre su A rebours: è la mia Bibbia, il mio libro da capezzale. In questi ultimi vent’anni nulla è stato scritto di più forte“. Illuminante e falsificante ad un tempo, perché all’interno del suo romanzo Il ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde così parla del protagonista di A rebours: “E’ un giovane parigino che cerca di riassumere in se stesso le diverse mentalità attraverso cui lo spirito umano è passato, mimando nella loro stessa artificiosità le rinunzie che gli sciocchi hanno definito virtù e che i saggi chiamano ancora peccati”.


Letto 1865 volte.


2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Nel romitorio di Des Esseintes — 7 Dicembre 2010 @ 12:34

    […] Fonte: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Nel romitorio di Des Esseintes […]

  2. Commento by claudio grosset — 7 Dicembre 2010 @ 14:17

    L’assimilazione attraverso la lettura del personaggio Des   Esseintes mi lascia riflessioni irrisolte insieme alla curiosità morbosa intellettuale di domande e risposte ancora a venire. Ad esempio – e mi pare d’attualità -, Fino a dove “…any where”  l’intelletto e l’intelligenza può spingere lo stesso essere umano. Se la conoscenza del mondo fosse completa, completata o compiuta, tanto per intenderci, – quindi ‘equivalente’ a Dio od al concetto di Dio – all’uomo non resterebbe altro che – estremizzando – come dice lo stesso Des Esseintes  “…una fine che solo la viltà della carne m’impediva di darmi”. Peraltro o per lo stesso verso, sempre lo stesso afferma “… Non vorrei essere Colui al quale si deve questo mondo infelice” pare un netto rifiuto oppure, una preveggenza della secolarizzazione.

    Certo la lettura del libro lascia smarrimento etico ed estetico, scardinando valori e concetti acquisiti o tradizionali, nella consapevolezza delle molteplici ‘invenzioni’ dell’intelletto ad uso e consumo proprio, proprio per sopravvivere. Forse qualcosa del genere, o tutt’altro, avrà smosso  l’inerzia del Cristofani, in  buona  compagnia di scrittori ed artisti del passato, da lui citati.

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