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LETTERATURA: “Non sono un pittore che urla” di Enzo Maiolino – Philobiblon edizioni

20 Settembre 2014

di Francesco Improta

Che un uomo giunto alla veneranda età di 88 anni (cifre che disposte orizzontalmente ci comunicano raddoppiato il simbolo dell’infinito) senta il desiderio, se non il bisogno indifferibile, di fare un consuntivo della sua vita, o meglio del suo itinerario umano e artistico, non ci sorprende. E neppure ci meraviglia, conoscendo la sensibilità e la riservatezza di questo uomo, la scelta della pacata, amabile conversazione e, infatti, Non sono un pittore che urla, di Enzo Maiolino, Philobiblon edizioni, è una lunga, serena intervista rilasciata a Marco Innocenti. Il titolo se da un lato allude in maniera esplicita alla discrezione e alla leggerezza con cui Maiolino ha attraversato il mondo delle arti figurative, quasi si fosse mosso in punta di piedi, senza mai farsi coinvolgere apertamente da polemiche chiassose o risse verbali, approdando, dopo un lungo tirocinio, alla pittura aniconica di matrice neoconcreta, dall’altro il titolo in questione risulta riduttivo perché Maiolino non è stato solo un pittore ma un animatore della vita culturale e artistica della Riviera di Ponente, e un ricercatore instancabile di notizie, testimonianze e documenti su artisti del suo tempo o del passato – impor ­tantissimo un suo studio su Modigliani dal titolo Modigliani vivo – e su eventi di grande risonanza come le mostre dei pittori americani e il Premio 5 Bettole, che hanno visto affluire nella sua città di adozione, Bordighera, artisti, critici e intellettuali da tutto il mondo.

Enzo Maiolino può essere considerato la memoria storica della Riviera dei fiori per la sua impressionante lucidità e per la mole di materiale raccolto, e talvolta messo insieme, con certosina pazienza, in piccole plaquettes, quasi fosse, come scherzosamente amava definirsi, un editore casalingo, sulla falsariga di Arrigo Bugiani, l’inventore dei libretti di Mal’aria, o di Alberto Casiraghi titolare di Pulcinoelefante. Non è un caso che il libro-intervista si apra sugli anni cinquanta quando la vita culturale in Riviera era dominata da alcune prestigiose e carismatiche figure come Carlo Betocchi, tra i maggiori poeti del Novecento, Giuseppe Balbo, pittore già affermato e fondatore di una scuola alla quale aderirono alcuni talenti emergenti come Truzzi e lo stesso Maiolino, Maria Pia Pazielli, titolare della Piccola Libreria, dove si davano convegno giovani scrittori, o aspiranti tali, come Francesco Biamonti e Luciano De Giovanni, e Guido Seborga, intellettuale eclettico, capace di trascinarsi dietro un codazzo di giovani, intellettuali e non, affascinati dal suo carisma e dalla sua facondia. Sono anni di grande fermento culturale che videro in Enzo Maiolino non solo un attento testimone ma anche un valido protagonista. Poi quel fermento si affievolì per i motivi più disparati fino a spegnersi del tutto. Vennero meno, innanzitutto, gli entusiasmi e gli slanci del secondo dopo ­guerra e quella volontà collegiale, abbastanza diffusa, di costruire qualcosa di nuovo e d’importante, senza contare che finirono le mostre di pittura americana, che avevano fatto conoscere pittori come Hopper, Pollock e Rothko e anche il Premio 5 Bettole, dopo poche edizioni, cessò di esistere.

Alla diaspora degli intellettuali, degli artistici e dei critici che avevano preso d’assalto la Riviera fece riscontro il ritirarsi in se stessi degli artisti rimasti in Riviera, e Maiolino, finì coll’appartarsi quasi completamente tanto da meritarsi dallo stesso Biamonti l’appellativo di monaco della luce per la clausura in cui viveva (non ci dimentichiamo che d’estate si rifugia nell’entroterra, a Castelvittorio, dove progetta e prepara, servendosi di col ­lages, il lavoro che svilupperà d’inverno nel suo studio a Bordighera) ma soprattutto per la trasparenza della luce che si sposa nelle sue opere al rigore delle geometrie. Non credo che sia il caso di ricostruire in queste brevi note tutto il percorso artistico di Maiolino, che del resto è chiara ­mente illustrato e approfondito nelle esaurienti risposte che egli dà al suo intervistatore. Non posso, però, esimermi dall’indicare quelli che, per sua stessa ammissione, possono essere considerati i suoi maestri: Piero della Francesca; Paul Cézanne e Giorgio Morandi e le tecniche o i materiali da lui usati prima di giungere al neoconcretismo. Dapprima ha scelto e praticato la pittura a olio per dipingere i paesaggi luminosi e brillanti dell’Italia meridionale (non ci dimentichiamo che Maiolino è originario di Santa Domenica Talao, in provincia di Cosenza e che ha insegnato per un anno in una scuola di Taranto), di ritorno al nord per i borghi dell’entroterra ligure, semi abbandonati e invasi dalle erbacce, ha utilizzato la tempera più adatta a rendere le crepe nei muri e il senso di disfacimento e di abban ­dono; e successivamente ha optato, nel dipingere case o paesag ­gi, la frontalità, primo passo verso quella pittura geometrica e astratta in cui il volume si dissolve in linee e soprattutto in luce. Qualche tempo dopo, sull’abbrivio dell’Homo ludens di Johan Huizinga (1938) e del Situazio ­nismo, fondato a Cosio d’Arroscia in provincia di Imperia nel 1957, che aspira a creare momenti di vita concretamente e deliberatamente costruiti mediante l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di eventi, Maiolino, condividendo non l’aspetto politico e rivoluzionario del movimento di Guy-Ernest Debord e di Giuseppe Pinot-Gallizio ma solo la componente ludica, comincia a giocare con il Tangram e con i polimini, portando a compimento tutta una serie di tavole che arric ­chiscono in maniera gioiosa e creativa la sua produzione pittorica e incisoria.

Peccato che un testimone così lucido e preciso come Maiolino non abbia prestato la stessa attenzione ai fenomeni e agli eventi culturali, verificatisi in Riviera, in anni più vicini a noi, rimanendo tenacemente legato agli anni cinquanta/settanta, come se in quegli anni si fosse esaurita tutta l’attività culturale e artistica. Nell’intervista, infatti, non c’è traccia di altri per ­sonaggi, che pur tra mille difficoltà, hanno cercato di mantenere vivida la fiamma dell’arte e della cultura, qui in Riviera, e mi riferisco a Francesco Biamonti, la cui attività di romanziere si è svolta tutta nell’arco di un ventennio (1980-2000), Nico Orengo che fino alla morte, oltre ad averci lasciato una ricca produzione in versi e in prosa, ha cercato di movi ­mentare con una serie di iniziative e di performance artistiche la vita divenuta sempre più asfittica e languente nell’estremo ponente ligure, Giuseppe Conte, a mio avviso la più autentica voce poetica del nostro tempo, Gianluca Paciucci, un altro indiscusso talento poetico, Enzo Barnabà e Paolo Veziano, storici di notevole spessore, Sergio “Ciacio” Biancheri, pittore di valore, oltre che amico e sodale dello stesso Maiolino, e tanti altri che non ritengo opportuno citare.

Con questo non voglio certo sminuire l’importanza o la qualità del libro di Maiolino che ci consente non solo di gettare luce su un periodo interes ­sante della nostra storia culturale e artistica ma anche di seguire l’attività di un pittore che per tutta la vita ha ricercato l’armonia, l’ordine, l’equi ­librio, “come risposta a un’insopprimibile esigenza espressiva” e, probabilmente, per tacitare quell’ansia d’infinito che urge in ognuno di noi, in maniera più o meno consapevole.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart