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LETTERATURA: Notte insonne

28 Dicembre 2007

racconto di Gian Gabriele Benedetti


[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]

È già tardi, maledettamente tardi e non riesco a prender sonno, come d’abitudine. Deve essere stata quella tazzina di caffè, gustata dopo cena.

Eppure lo sapevo: non avrei dovuto cedere alla tentazione, ma è risultata più forte di me. Quell’aroma così penetrante, distribuito dal fumigare allegro e chiacchierino della caffettiera, ha spezzato ogni mia più ragionevole resistenza.
È mai possibile, mi domando, che ogniqualvolta cedo all’invito di un buon caffè, la notte debba restare ad occhi aperti per ore? Ero convinto di scamparla, questa volta: mi sforzavo di stare tranquillo e facevo finta di niente, come per esorcizzare il potere che ha su di me quel pizzico di caffeina. Ma essa, puntuale, ha colpito ancora e non si è dimenticata di inculcarmi il suo subdolo veleno e di rodermi, piegando la mia fragilità nervosa.
Ed ora son qui nel letto, supino, con le pupille quasi dilatate a frugare nel buio più fitto della camera. Il cuore pare un folletto impazzito e pulsa assai più veloce del normale; una noiosa inquietudine solca insinuante il petto. Non sono capace di tener ferme le gambe, percorse da uno spasimo ossessivo.
È stato detto che bisogna contare le pecore per addormentarci. Ci provo: una pecora, due pecore, tre pecore…, duecentosessantanove pecore… Potrei contare tutte le pecore della Sardegna, comprese quelle oggetto di abigeato, senza che sia in grado di rifugiarmi negli anfratti del sonno. Gli ovini per me non funzionano.
I pensieri intanto si affollano nella mente in sequenze confuse. Mi assalgono, sommergendo ogni sforzo di opposizione ed annullando ogni tentativo di fuga. Le sensazioni si ingigantiscono e tutto appare più difficile, più tortuoso, più insopportabile. Ciò che preoccupa poco o niente di giorno, ciò che alla luce del sole si affrontava con dignitosa forza reattiva e con senso di equilibrio, diviene un incubo pesante di notte.
Come è difficile ed assillante la vita di oggi! Lo stipendio spesso non basta e bisogna fare i salti mortali per veder quadrare i conti, grazie anche all’euro. Si incontrano fastidi e trappole di tutte le specie e sembra che vengan distribuiti ad arte per far tribolare la gente. Le tasse ci scalzano il terreno sotto i piedi: IRPEF, IVA, IRAP, ICI, Comunità Montana, Addizionale Comunale, Addizionale Regionale, quella sui rifiuti solidi urbani e, addirittura, sempre per trovare il modo di spillar quattrini, quella sugli scarichi civili, sulle fognature, insomma… Manca poco che non ti tassino anche l’aria inquinata che tu respiri. Le scadenze di certi pagamenti si susseguono una dopo l’altra con ritmi incalzanti, frenetici: le bollette della luce, del metano, dell’acqua, del telefono (tutte enormemente pesanti) sempre lì all’uscio. Ed ancora: la tassa sul possesso dell’auto, le assicurazioni varie, il canone TV, il rinnovo del passaporto e della carta d’identità, i vari conguagli, il ticket, che è come un calappio, quest’ultimo, che ti prende al collo… Non parliamo, poi, della burocrazia, che rischia di esaurirci e soffocarci sul serio, e dell’inflazione galoppante, che chi la ferma è bravo in questa crisi politica ed economica senza tramonto. E se per caso hai necessità di un idraulico o di un falegname o di un elettricista, lì non serve neppure l’esosa carta bollata: non hai altro che da raccomandarti ai Santi più in vista del Cielo, e che Iddio te la mandi buona!
Si potrebbe continuare di questo passo fino a domattina e farsi prendere dal panico, se non ci fosse l’urgenza di dormire, coprendo col velo del sonno tutti questi “tafani”.
Mi giro e rigiro tra le coperte, che sento così pesanti stanotte. Cerco la posizione giusta, industriandomi di non svegliare mia moglie, che già da un pezzo naviga nel mondo dei sogni. Un sudore molesto, appiccicaticcio traspira da tutta la mia pelle, facendola avvampare.
Fuori, fra le maglie delle tenebre, spira l’anima di un venticello brioso. Lo sento stuzzicare i rami rinsecchiti degli alberi e raspare con dita furtive e curiose alle finestre.
Gli esperti suggeriscono un altro modo per favorire il sonno: mantenere per un po’ la posizione supina, abbandonando le braccia lungo il corpo con le palme delle mani rivolte verso il basso. Così faccio, cercando di annullare quelle preoccupazioni opprimenti e di distendermi quanto più possibile nel fisico e nello spirito.
Passa il tempo, lento e gravoso, e non succede alcunché: mi ritrovo sveglio più di prima. Cambiano solo le immagini generate dai pensieri: ora ho davanti i colleghi di lavoro: tutti buoni, bravi e festosi, finché gli sei utile. Sanno sempre indicarti per affibbiare alla tua non facile e semplice opportunità di rifiutare decisamente quegli incarichi impegnativi, uggiosi, mai retribuiti, che essi scansano regolarmente. E sono capaci per questo di tessere persino un tuo elogio formale, che sa tanto di falso. Sono consapevole che il non tirarmi indietro sia anche colpa mia, ma per evitare lungaggini e patetiche discussioni, non di rado faccio la parte del bischero, come si sentenzia nelle mie terre.
Debbo dire che non li sopporto più, questi colleghi: quasi mai sono disponibili a darti una mano. Non appena ti trovi in difficoltà, alcuni, moderni “Maramaldi”, ti calpestano come un verme o come un serpente nocivo, altri manifestano la loro più infingarda indifferenza, sicché non sai se ritenere peggiori i primi o i secondi. Non ti azzardare, poi, ad invadere, sia pure minimamente ed anche involontariamente, il loro campo, perché allora hai finito di campare per davvero.
Eh, caro mio, gli amici veri, e sono pochi, li conosci al momento adatto, perciò… alla larga!

Stanotte il mio pessimismo è più nero dell’oscurità della camera. Costruisco ancora sbarramenti per frenarne l’avanzata, ma sono impotente. Apro e richiudo gli occhi ed è come se fossi cieco.
È assurdo, mi rimprovero, farsi dilaniare da queste invadenti e disgustose riflessioni. Lo so che domattina tutto cambierà e, magari, ci riderò sopra.
Tento di rivolgere il cammino della mente verso richiami più suadenti e con tenacia, anzi con rabbia mi aggrappo a certe visioni che disegnano dolci indugi. Ho da vincere assolutamente l’insidia di queste tenebre che non mi danno tregua. È sicuramente con tale vigorosa volontà, con tale decisa convinzione che si riesce a domare l’insonnia.
Debbo sapermi rilassare, rilassare, rilassare…
Mi giunge l’abbaiare soffocato di un cane: lo sento ora lontano ora più vicino, a seconda del movimento dell’aria. Anch’esso non dorme, ma stare all’erta e fare la guardia è il suo compito. Io, invece, a quest’ora dovrei dormire simile ad un tasso.
Bisogna sapersi rilassare, rilassare, rilassare… Ce la metto tutta. La mente scivola come su un tappeto nebbioso e corre, corre, corre smarrita, finché non incontra ancora il tarlo dei pensieri molesti, che riprende a rosicchiare la mia già fiaccata difesa.
Ed eccomi di fronte la figura del Capufficio. Lo vedo, con la sua faccia inespressiva, slavata, seduto, secondo la consuetudine, dietro il tavolo nella stanza a lui riservata.
Mi dà fastidio il suo comportarsi da ignavo. Per lui tutti hanno ragione, quando sorge una controversia, e paventa sempre di scontentare chicchessia con una presa di posizione risoluta. È sfuggente. Se è costretto a dare addosso a qualcuno, quello è sicuramente il più debole. La sua prassi di vita è tenersi discosto quanto più possibile dagli ostacoli e non stuzzicare quelli che contano. Mantiene volentieri i piedi su due staffe. Guai, dunque, ad essere nelle condizioni di aver bisogno del suo aiuto per un torto subito! L’unico consiglio, da lui definito saggio, che ti dà è quello della “politica del silenzio”: il lasciar fare senza ribellarsi che tanto le cose van da sé e nessuno le può cambiare: uno dei peggiori aspetti del determinismo. Nei confronti di chi ha un po’ di potere è inutile ribellarsi. E per me non ha mosso nemmeno un dito, quando mi sono trovato in difficoltà, come volevasi dimostrare.
Non lo capisco: al posto del sangue ha dell’acqua? Io, in questi casi, sono più “fumino”, perciò prendo le distanze da lui, che mi pare un pusillanime. Soprattutto credo che tema crearsi rogne solo per non disturbare il suo quieto vivere.
Non sono tuttora riuscito (è da una vita che lo conosco) a capire quale sia la sua fede politica: prima mi sembrava bianco, poi rosso: ora forse è nero? O verde? Anche qui non si sbilancia più di tanto e mi fa una rabbia…!
Me lo devo togliere dalla mente a tutti i costi, altrimenti mi si moltiplica il nervoso e arrivo all’alba sveglio e con le unghie smozzicate.
Provo a scuotere la testa come per scrollar via il peso del Capufficio, e ci vuol tutta per levarmelo di torno. Finalmente ci riesco.
Nel silenzio più assoluto mi arrivano da una torre, navigando sulla cresta del vento, tre rintocchi flebili di campana. Siamo già da alcune ore nel nuovo giorno.
Mi volto di fianco verso mia moglie e avverto che respira più profondamente. Mi avvicino a lei. Il profumo caldo del suo corpo mi attrae: lo individuerei tra mille, tanto mi è noto. Con un braccio le cingo la vita e carezzo delicatamente la sua pelle vellutata.
Mi ritengo fortunato ad avere una compagna come lei: forse non meritavo tanto. La stringo a me e provo un senso di appagamento. Ora sono disteso: un indefinibile torpore percorre le membra, gli occhi pian piano si appesantiscono e su di essi Morfeo stende lievemente la sua mano e mi conduce nel labirinto dei sogni, dove le emozioni salgono vette meravigliose e scendono baratri immensi ed arcani.


Letto 1996 volte.


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Bart