Omaggio a Salvatore Di Giacomo

di Francesco Improta

Illustrare, sia pur brevemente, la figura e l’opera di Salvatore Di Giacomo è un compito a cui un napoletano, amante della musica e della poesia, non può certo sottrarsi, anche perché Di Giacomo appartiene di diritto (un diritto sancito da quel Nume della Cultura che fu Benedetto Croce) al novero dei grandi poeti vernacolari non diversamente da Porta, Belli, Meli o, andando più indietro nel tempo, Cor ­tese e Cesare Giulio Croce.
       La scelta del vernacolo come mezzo di espressione, nel caso di Salvatore Di Giacomo, è in gran parte dettata dall’epoca in cui visse (seconda metà dell’Ottocento), in un ambiente decisamente naturalistico, dove, per giunta, si assiste ad una ripresa della vita teatrale e, nel 1876, al rilancio della Festa di Piedigrotta con i suoi concorsi, le canzoni e lo sviluppo dell’editoria popolare che diedero nuova linfa all’uso e alla diffusione del dialetto.
Va ricordato, comunque, onde evitare equivoci e incom ­prensioni che in lui, accanto a questa vena veristica, si può cogliere, e non è certo marginale, una sensibilità decadente affiorata e alimentata attraverso le letture di Baudelaire e Poe. Si notano, infatti, in Di Giacomo la fusione di verità e fantasia, la ricerca d’impressione pittorica e di scenari oni ­rici e una propensione a vivere attraverso un certo distacco fantastico e contemplativo, dove il brutto e il bello, l’amore e la morte, il piacere e il dolore vengono filtrati da una me ­moria lontana e redenta ma non indifferente ai mali della vita e della società, anche se, per sua stessa ammissione, egli rimase sempre estraneo alle lotte politiche del suo tem ­po: “Vivo nel giornalismo napoletano, ma ne ho sempre ignorato il vocabolario politico.”
       Tornando, però, alla scelta del mezzo espressivo, io cre ­do che il dialetto quando si vuole ancorare la poesia alla realtà, il dialetto offra mezzi, possibilità e risorse sco ­nosciute alla lingua, in quanto dispone di un’immediatezza e una concretezza non reperibili nella lingua ufficiale, ne consegue che il dialetto è la lingua della realtà e di con ­seguenza della poesia se è vero che la poesia deve ma ­teriarsi di realtà. Anche a livello fono-simbolico, del resto, il dialetto presenta una ricchezza di suoni e di numeri che consentono a Salvatore Di Giacomo, come dice Francesco Flora in un suo bel saggio, di disporre le sue sillabe, quasi fossero note, “all’interno di un ideale pentagramma.”
           L’uso del dialetto, inoltre, permette al poeta napoletano di evitare il macigno della Letteratura; se avesse utilizzato la lingua probabilmente sarebbe scivolato nell’arcadico e nel metastasiano e la sua forma sarebbe stata prevalente ­mente se non esclusivamente melodrammatica e libretti ­stica, con il dialetto napoletano, invece, essa è scevra di qualsiasi relatività, è cioè, poetica nell’accezione più auten ­tica del termine, aderendo inoltre alla pelle, al respiro e all’anima di chi lo parla.
            Il Di Giacomo verista di cui abbiamo parlato in precedenza si nota soprattutto nelle novelle e nei drammi ma per la prima volta si affaccia nei sonetti della raccolta ‘O funneco verde laddove, con occhio lucido e partecipe, os ­serva e descrive episodi di vita quotidiana e figure dei bassi napoletani: la sfida a duello tra due camorristi; la piccola usuraia che esige interessi altissimi dalla gente indebitata; le malie di una fattucchiera da cui una ragazza vuole trarre auspici favorevoli per il suo amore. In questi componimenti anche gli ambienti sono rivelatori della sua ispirazione pre ­valentemente ma non esclusivamente veristica: vicoli, taverne, dormitori pubblici, ospedali e carceri. Tutto un mondo vivace e colorito cui l’uso costante del dialogo e la varietà dei personaggi conferiscono un’atmosfera da tragi ­commedia. Non dimentichiamoci che la teatralità è una componente essenziale della natura e della produzione di Salvatore Di Giacomo, che non a caso ci ha lasciato uno dei drammi più belli dell’inizio del novecento: Assunta Spina.
         Come abbiamo accennato, però, Salvatore Di Giacomo ha anche altre frecce al suo arco e penso a due tra i suoi componimenti più belli e più famosi Pianofforte ‘e notte e ‘Na tavernella ‘ngoppa Antignano, dove riesce a creare una dimensione atemporale, una sorta d’incantamento, in cui alla natura idillica, sospesa, si sposa perfettamente un’in ­fanzia purissima di sentimenti, un’aura che potremmo definire aurorale, creaturale.
In un altro componimento Marzo, da cui, per quella tran ­scodificazione che è un suo tratto distintivo, è stata ricavata una famosa canzone, l’alternarsi di sole e di nuvole, di aria fredda e tiepida, caratteristico proprio di quel mese, viene trasposto nel volto di una donna, specchio incantevole di sentimenti contraddittori: capriccio e ostinazione, fascina ­zione e ripulsa. Varrebbe la pena, a tal proposito appro ­fondire quelle sue ambivalenze affettive di attrazione-repul ­sione nei confronti non solo della donna ma della vita in genere; ci manca però il tempo e ci limiteremo a ricordare il fidanzamento lungo e difficile con Elisa Avigliano, che egli sposò, ormai quarantenne, solo dopo la morte della madre, a testimonianza di un rapporto difficile e conflittuale con quest’ultima.
      Per concludere questa breve presentazione possiamo dire che quella di Di Giacomo è una personalità largamente comprensiva e rappresentatrice poiché in lui confluiva buo ­na parte della storia musicale, poetica e pittorica di Napoli.

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Commenti

2 risposte a “Omaggio a Salvatore Di Giacomo”

  1. Avatar Carlo Capone
    Carlo Capone

    Desta stupore la sua mancata nomina a senatore. Meglio, Mussolini firmò il decreto ma il Senato, o quello che ne rimaneva, rifiutò ostinamente di accettarlo, malgrado la candidatura fosse caldeggiata da Benedetto Croce, adducendo motivi di censo. L’Italia del 24….