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LETTERATURA: Passeggiando sulla via Zen (Schegge Zen e altro…)

9 Giugno 2013

Intervista di Maria Antonietta Pinna a Paolo Taigo Spongia, Cintura nera Rokudan (6 ° Dan) del Dojo: TORA KAN : Via di Selva Candida 45, per la rubrica Schegge Zen e altro… (qui)

Cos’è lo zen dal punto di vista di un praticante?

Il mio Maestro usava questa definizione: ‘Lo Zen é la capacità di entrare in relazione con tutti gli esseri, di momento in momento, anche con quelli apparentemente inanimati’.
Lo Zen é innanzitutto una pratica, non una speculazione intellettuale come purtroppo é stato spesso, comodamente, interpretato in Occidente. Pratica significa vita quotidiana, non di certo un ritaglio del proprio tempo bisettimanale da dedicare ad una sorta di ‘massaggio spirituale’.
Il cuore della pratica Zen é, naturalmente, lo Zazen, la meditazione seduta a gambe incrociate di fronte al muro, una pratica che diventa nutrimento quotidiano per il praticante Zen, diventa il centro da cui irraggiare ogni altra azione quotidiana.
Durante le Sesshin (letteralmente da Setsu e Shin= toccare il proprio cuore), i raduni intensivi di pratica Zen che si tengono nei Dōjō e nei Monasteri Zen per periodi di due o piíº giorni, la giornata termina con lo Zazen e il nuovo giorno da lí­ riparte e ogni attivitá quotidiana, il pasto, il lavoro, lo studio… Iniziano ritornando allo Zazen come archetipo della Mente del Buddha che deve ispirare ogni nostra azione.
道 Dō, la Via, é desinenza comune a tutti percorsi che in Giappone sono considerati delle Vie spirituali che permettono all’uomo di raggiungere la pienezza di sé.
Chadō la Via del Té, Judō la Via della Cedevolezza, Karate-dō la Via della Mano Vuota o, come la definiva il mio Maestro, la Via della Mano che scaturisce dal Vuoto (con evidenti significati Buddhisti), Kyudō la Via del Tiro con l’Arco, Shōdō la Via della Calligrafia…
Si tratta di percorsi formativi ed educativi che coinvolgono la mente ed il corpo come unitá.
Questo é un punto fondamentale, in Oriente non esiste quel dualismo tra corpo e mente che il Cattolicesimo e un certo Illuminismo hanno professato contaminando ogni ambito del pensiero Occidentale. Pertanto lavorando sul corpo si rettifica la mente e, viceversa, la qualitá del pensiero ha immediato riverbero sul corpo, sul suo equilibrio, sulla salute.
L’azione del corpo é conoscenza, anche il semplice scalzarsi per entrare in un Dōjō, che significa per l’appunto 道場 Luogo dove si pratica la Via, implica un cambiamento di stato, a volte uno shock che permette di guardare a sé stessi ed al mondo da angolazioni inedite ed inesplorate.

Che rapporto c’è tra Buddhismo e cristianesimo?

Se vogliamo trovare un rapporto lo troveremo, se non lo vogliamo trovare non lo troveremo. Il Buddha non era Buddhista tanto quanto Cristo non era Cristiano.
Se vogliamo trovare dei punti di contatto tra religioni le possiamo trovare solo nella pratica, ecco perché il vero dialogo interreligioso non può avvenire tra cattedratici, Buddhologi, Cristianologi… Ma tra monaci che vivono nell’esercizio quotidiano i principi della loro Dottrina.
Il Buddha non era un Dio ma un uomo pienamente realizzato, Risvegliato (Buddha significa colui che é desto, che si é risvegliato), che ha insegnanto la Via per superare la sofferenza.
In qualche modo, noi occidentali, non possiamo non dirci cristiani e non c’é alcuna contraddizione.
Se vivi seguendo il Dharma (Insegnamento del Buddha, inteso anche come realizzazione dell’Ordine Cosmico) segui l’Insegnamento del Buddha a prescindere che tu ti dica Buddhista.
Cosí­ come Cristo diceva ‘i miei discepoli li riconoscerete dai frutti’ non dal diplomino di cristiano attaccato al muro e, come affermava il grande Panikkar, recentemente scomparso, se i frutti del Cristianesimo in Europa sono questi l’Europa non può dirsi cristiana.
Comunque quel che ho potuto comprendere del significato della parola di Cristo, l’ho potuto comprendere proprio a partire dalla pratica dello Zen, dal suo modo di mangiare, lavorare, entrare in relazione con le cose e le persone… Tutto il catechismo ‘subito’ da piccolo non aveva fatto passare alcuno dei principi profondi ed autentici del messaggio di Cristo da applicare concretamente alla vita quotidiana.

Il significato zen della parola “religione”.

Religioso é un sentimento comune ad ogni uomo. Anche chi si professa ateo, proprio in quel professarsi manifesta, in qualche modo, una fede.
L’uomo non puí³ essere privo di fede.
Con la parola fede non intendo dogma ma quel sentimento sottile, inesprimibile, di fiducia, affidamento, che sorge proprio dalla pratica, dall’esercizio.
Don Roberto Tagliaferri, illuminato teologo liturgista cattolico, afferma : ‘ non pratichiamo perché abbiamo fede ma abbiamo fede proprio perché pratichiamo’.
A me piace parlare di Spirito Religioso che non ha colore, non richiede l’appartenenza ad un club, ad un partito, ma che é congenito allo spirito umano che percepisce di non essere un frammento isolato in un Universo estraneo ma che percepisce intimanente il legame indissolubile e vitale che lo lega ad ogni altra esistenza. Quando si manifesta questo spirito religioso, che nello Zen é definito Bodai Shin, la Mente del Bodhisattva, allora inizia il Cammino della Pratica perché ogni nostra azione riverberi questo legame universale e vada a beneficio di ogni esistenza.
Nel Tempio Zen i monaci prima di iniziare qualsiasi azione, anche quelle piíº banali e quotidiane, come lavarsi i denti, lavare un pavimento, offrire un incenso… Recitano delle strofe, dette Gatha, per riportare alla mente, alla consapevolezza, che la nostra mano non é solo la nostra mano e che ogni nostra azione ha un’implicazione cosmica e offriamo la nostra azione a beneficio di tutte le esistenze (togan shÅ«jo). Anche solo lavare i denti o ricevere un pasto con questo spirito detemina una vera e propria trasformazione alchemica del nostro gesto e della mente che lo compie.

Ci sono autori che possono far capire al profano il significato dello Zen?

Ormai le librerie sono colme di libri sullo Zen con ampie derive bassamente comemrciali. Il termine Zen é ormai avvicinato al testo sacro come al jeans o all’articolo d’arredamento.
Per certi versi sarebbe preferibile avvicinarsi alla pratica senza essere contaminati da aspettative e idee sullo Zen.
In ogni caso esistono numerosi testi che raccolgono gli Insegnamenti di Maestri contemporanei che sono stati trascritti dai loro allievi (Shunryu Suzuki Roshi, Deshimaru Taisen Roshi, Katagiri Roshi, Thich Nhat Han…). Naturalmente rimane il limite di una trascrizione, un’interpretazione, che spesso perde l’incisivitá e la freschezza della parola, del tono della voce, della presenza che quel determinato Maestro esprimeva in quel preciso momento.
Esistono anche traduzioni piíº o meno accurate dello Shōbōgenzō di Dōgen Zenji, imponente opera in 45 volumi, di uno dei pensatori più grandi della storia dell’umanitá e del pensiero religioso orientale nonché Patriarca dello Zen Sōtō.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart