Philip Dick e le paranoie dell’uomo medio

di Seia Montanelli

Il 2 marzo 1982 moriva Philip K. Dick, proprio quando il successo stava per sorridergli, con l’uscita di Blade Runner di Ridely Scott tratto dal suo racconto più famoso “Do Androids Dream of Electric Sheep?”. Dick è morto senza rendersi conto di aver inciso con la sua visione del mondo e dell’uomo su tutta la cultura letteraria, e non solo, americana, prendendo intanto il ruolo che era stato di John Steinbeck prima e di Raymond Chandler dopo, come cantore della California e dei suoi nuovi miti, ma anche come precursore del genere cyberpunk e anche dell’avantpop.

Dopo la sua morte è stata riscoperta anche la sua narrativa realistica, pubblicata tutta postuma, con l’eccezione del romanzo Confessioni di un artista di merda (1959). Ora Fanucci propone per la prima volta Humpty Dumpty in Oakland – scritto nel 1955 ma pubblicato postumo in Inghilterra nel 1986 e negli Stati Uniti solo nel 2007 – come Lo stravagante mondo di Mr Fergesson (trad. it. Maurizio Nati, pp. 237, 17 euro). È un Romanzo ambientato nella California degli anni Cinquanta ma non ha niente del sogno americano, della generazione del baby boomer, dei colori pastello, della musica rock e del surf. E’ una California, polverosa, quasi arsa, desolata, dominata da superstrade e dalle automobili, dai market e dall’ossessione degli affari, del danaro, del salto di qualità e da un razzismo strisciante. Protagonisti due uomini, l’anziano Mr Fergesson e il trentenne Al, legati da uno strano e contorto rapporto padre-figlio, in bilico come l’Humpty Dumpty di Lewis Carrol tra l’odio e l’affetto. Un rapporto irrisolto che sarà la loro rovina. E’ la paranoia il tema centrale del romanzo, le paure e le ansie dell’uomo medio, incapace di sognare davvero e di uscire dalla gabbia di ansie e paure in cui si è autorecluso.

(Dal “Corriere Nazionale)

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