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Quattro articoli

19 Marzo 2012

Né destra né sinistra: meno tasse
di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 19 marzo 2012)

Ogni tanto se ne riparla. La settimana scorsa, poi, è stato un profluvio: quasi simultaneamente, Corte dei Conti, Banca d’Italia, Garante per la privacy l’hanno ripetuto: in Italia le tasse sono troppo alte, mentre le garanzie a tutela del cittadino onesto sono insufficienti, nonché in preoccupante declino.

Poi però, come è appena successo nei giorni scorsi, il tema rientra e si torna a dibattere delle solite cose, rimandando al futuro ogni intervento di riduzione delle aliquote.
Insomma, possiamo anche rallegrarci che ogni tanto se ne riparli, ma dovremmo essere coscienti che sono parole al vento. I governi hanno altre priorità, e i cittadini probabilmente anche.

Perciò, anziché lodare l’ennesimo effimero sussulto anti-tasse, vorrei cercare di rispondere alla domanda: perché, verosimilmente, non se ne farà nulla nemmeno questa volta?
Una prima ragione, a mio parere, è che il tema delle tasse ha un sapore ideologico troppo forte. Diciamolo brutalmente: se chiedi meno tasse sei bollato come uno «di destra », nella migliore delle ipotesi come un «vecchio liberale ».

Sì, certo, c’è stato anche un tempo – dopo i successi delle rivoluzioni liberiste di Reagan e della Thatcher – in cui lo slogan «meno tasse » si era fatto strada nella cultura progressista, quantomeno nei paesi in cui la sinistra non era troppo conservatrice. Ma quel tempo ora è finito, e la sinistra di oggi è completamente rientrata nei ranghi: ridurre le tasse non è una sua priorità, e persino la destra – spaventata dalla crescita del debito pubblico – preferisce dedicarsi a temi meno scottanti. Ridurre le tasse è tornato ad essere uno slogan di destra, che – tuttavia – la destra stessa ha paura di agitare.

C’è però un’altra ragione, molto più importante perché più concreta, per cui i governi riescono solo a parlare di riduzione delle tasse, raramente passando dalle parole ai fatti: ed è che tutti i governi, quale che sia il loro colore politico, letteralmente vivono di tasse. È grazie alle tasse che possono spendere, ed è spendendo che si procacciano i voti degli elettori, ossia la base stessa del proprio potere. La macchina dei favori elettorali richiede sempre più soldi, e i soldi si possono trovare solo in due modi: facendo debiti e mettendo più tasse. Finita l’era dei debiti – perché i mercati hanno detto basta – restano solo le tasse.

Ma la ragione più insidiosa che rende permanentemente inattuale il programma della riduzione delle aliquote è, a mio parere, di natura culturale, per non dire teorica. Ed è che la teoria che dovrebbe stare alla base di un programma politico di riduzione delle tasse è oggi minoritaria, non solo in Italia ma nella maggior parte delle società avanzate. Non saprei dire perché sia così, ma è così.

L’unico argomento veramente forte a favore della riduzione delle tasse è che aliquote troppo alte soffocano la crescita e noi – con il debito pubblico che ci ritroviamo – non possiamo permetterci un altro decennio di stagnazione. Il problema è che questo tipo di analisi, che sarebbe parsa semplicemente ovvia anche solo una decina di anni fa, oggi non è più tale. Oggi il senso comune di osservatori, studiosi e analisti è completamente cambiato. Per molti vale l’ingenuo corto-circuito che collega le minori tasse alla rivoluzione liberista, e la rivoluzione liberista alla crisi degli ultimi anni: se il liberismo ci ha portati all’attuale disastro, pensano costoro, non è ripristinandolo che ne usciremo. Ma anche fra gli studiosi, che non si basano su impressioni ma su ricerche, le cose sono molto cambiate da allora. Oggi la teoria della crescita snobba le tasse, e punta tutte le sue carte su leve come capitale umano, innovazione, tecnologie informatiche, investimenti in ricerca e sviluppo, liberalizzazioni, concorrenza. Tutte cose che o non costano nulla (liberalizzazioni), o comportano più spese (capitale umano), non certo un minore prelievo fiscale.

Si potrebbe dire, semplificando un po’ per chiarire, che il pendolo ideologico della teoria della crescita si è spostato. La teoria della crescita ha avuto quasi sempre un’anima liberale, perché non ha mai smesso di credere nel ruolo cruciale del mercato, della concorrenza, del libero scambio, fino alla recente totale adesione al paradigma della globalizzazione. Ma accanto a questo nucleo teorico liberale (di cui molti esponenti dell’attuale governo italiano sono convinti assertori) nel dibattito sulla crescita degli ultimi cinquant’anni sono sempre stati presenti almeno due altri elementi portanti: l’idea della basse aliquote, e l’idea degli investimenti in capitale umano. Insomma un’anima che i più considererebbero di destra (meno entrate fiscali) e un’anima che considererebbero di sinistra (più spese per l’istruzione). Negli Anni 90 il pendolo della teoria oscillava verso destra, oggi oscilla verso sinistra.

Io penso però che sia sbagliato, in questo campo, scegliere secondo parametri ideologici. Non solo perché l’evidenza empirica disponibile suggerisce che tutti e tre i gruppi di fattori – istituzioni economiche efficienti, alta qualità dell’istruzione, basse aliquote sui produttori – hanno un impatto elevato (e di entità comparabile) sul tasso di crescita, ma perché un paese che vuole tornare a crescere dovrebbe partire – innanzitutto da un’analisi spietata dei propri ritardi. La prima cosa che un Paese dovrebbe chiedersi non è se preferisce una politica di destra o di sinistra, ma qual è la leva più potente che ha a disposizione, e quanto tempo ha di fronte a sé. Nel caso dell’Italia la risposta è che, se come termine di paragone si prendono le economie avanzate (Paesi Ocse), i suoi due ritardi fondamentali – e dunque le leve su cui ha maggiori margini di miglioramento – sono le mancate liberalizzazioni e l’elevatissima pressione fiscale sui produttori. Con un’importante differenza, tuttavia: che le liberalizzazioni non potranno produrre effetti apprezzabili prima di 5-10 anni, mentre una riduzione incisiva delle aliquote sui produttori può darci un 1% di crescita in più nel giro di 1-2 anni.

In breve, vorrei dire che sulla crescita sarebbe bello che si cominciasse a ragionare in termini più empirici e pragmatici. Si può essere di destra o di sinistra, ma si dovrebbero preferire le politiche di cui il proprio paese ha bisogno in un dato momento storico. Essere europei, forse, significa anche questo. Un cittadino europeo, oggi, dovrebbe preferire politiche «di sinistra » dove e quando la crescita è frenata dalla bassa qualità del capitale umano, politiche «di destra » dove e quando la crescita è soffocata dalle tasse che gravano su chi produce ricchezza. E l’Italia, che piaccia o no, non ha (ancora) il record dell’ignoranza, ma detiene saldamente quello delle tasse.


Le ostriche del potere
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 19 marzo 2012)

C’è qualcosa di eccessivo, di sottilmente smodato, nel rapporto tra la classe dirigente italiana e la dimensione del denaro e del lusso che il denaro consente. È una sorta di incontinenza e di esibizionismo senza freno; di compulsività acquisitiva. Sembra che in questo Paese per banchieri e imprenditori, per alti burocrati, professionisti di grido e parlamentari, per chi insomma conta qualcosa, ogni retribuzione non sia mai abbastanza elevata, ogni privilegio e ogni prelibatezza non siano mai troppo esclusivi, ogni manifestazione di ricchezza mai troppo smaccata.

La classe politica fornisce gli esempi se non più clamorosi senz’altro più noti. Intercettazioni, cronache giornalistiche, atti giudiziari restituiscono l’immagine di un gruppo di persone spesso proprietarie di ville su remote spiagge oceaniche o di case con viste strepitose sui più bei centri storici della penisola, intente appena possono a trascorrere vacanze in costosissimi resort esotici, a consumare pranzi e cene in locali da nababbi. Al senatore Lusi capitava di ordinare al ristorante piatti di spaghetti con non so che cosa, del costo di appena 180 euro. Viene da chiedersi: «Era sempre solo? E ai suoi ospiti sembrava ovvio andare in un posto del genere? ». Evidentemente sì. Certamente appariva ovvio al sindaco di Bari Emiliano (e nel capoluogo pugliese non solo a lui, a quel che sembra) ricevere come regalo un intero acquario commestibile. Ogni anno, con le scuse più inverosimili, decine di delegazioni di consiglieri comunali e regionali (quelli della Sicilia in testa, di regola) si regalano a spese dei contribuenti viaggi in prima classe nelle mete più lontane e negli alberghi più costosi.

Ma non sono certo solo i politici. Don Verzé e i suoi collaboratori trascorrevano piacevoli (e frequenti) periodi di relax in alberghi e località di gran classe messi naturalmente a carico dei bilanci di enti nati per tutt’altri scopi ma che si ritrovavano non si sa perché ad averne la proprietà. Di espedienti più o meno analoghi si servono migliaia di italiani ricchi per i quali lo yacht o l’aereo privato sembrano ormai diventati necessari come l’aria. Per qualunque medio industriale scendere in un hotel come minimo (come minimo) a 5 stelle è ormai un’abitudine irrinunciabile. Così come in hotel come minimo a 5 stelle, o in favolose ville su qualche lago, o a Capri, o a Santa Margherita, si svolgono i loro convegni. Mai, chessò, in una bella sala dell’«Umanitaria » o alle «Stelline », no. E se proprio deve essere un postaccio come Milano, almeno il «Four Seasons ».

È tutta l’élite italiana che ha perduto il gusto aristocratico della sprezzatura che è il contrario dell’affettazione, il piacere e il senso dell’eleganza fondata sulla sobrietà. La famosa mela che il presidente Einaudi chiese durante una cena se qualcuno voleva dividere con lui, forse neppure compare più nei menu del Quirinale. Così come non ha trovato molti imitatori il supremo snobismo, vagamente venato di tirchieria, che portava il suo altrettanto famoso figlio editore a scovare sperdute osterie dal cibo squisito (a suo dire) ma economicissime.
La moda è lo specchio di questo tracollo. I giovani della haute lombarda di una volta, vestiti d’inverno con i loden e le alte scarpe di Vibram; i vecchi tweed inglesi, che un tempo indossavano con nonchalance i signori della buona borghesia napoletana, hanno fatto posto alla tetra eleganza acchittata degli attuali trenta-quarantenni in carriera, abbigliati rigorosamente in nero come bodyguard o necrofori.

Queste odierne esibizioni e possibilità, così vaste, di lusso ostentato, di superfluo, questa mancanza di misura, dicono molte cose dell’élite italiana. Ci dicono per esempio di un gran numero di redditi occulti, di guadagni privati protetti da leggi compiacenti, e naturalmente di evasione e più ancora di elusione fiscale su grande scala, che la caratterizzano. Ci dicono, ancora, di una sua complessiva, forte diversità rispetto agli altri grandi Paesi europei con cui amiamo confrontarci. Nei quali, tanto per dire, almeno un buon numero di parlamentari italiani sarebbe stata già da tempo, per una ragione o per l’altra, costretta a furor di popolo a dimettersi; dove difficilmente sarebbero tollerati i cumuli di incarichi e di prebende con cui in Italia alti magistrati e grand commis si permettono tenori di vita elevatissimi; dove i rapporti incestuosi tra molti di loro e il mondo degli affari privati (conditi spesso e volentieri di cene, viaggi e vacanze insieme) sarebbero oggetto di censure e di provvedimenti severi.

Ma il rapporto della classe dirigente italiana con il denaro e con il lusso forse parla di qualcosa di più profondo. La sfrontata pervicacia con cui troppe volte essa esibisce entrambi sembra rispondere più che altro, infatti, al bisogno di occultare un intimo senso d’insicurezza. Quasi che sentendosi inadeguata al proprio ruolo, ai contenuti reali e impegnativi di questo, l’élite italiana pensasse di mostrarsi superiore nel modo più facile che le è possibile: con i soldi. Ma così agi e guadagni, invece di rappresentare in qualche modo una conferma della sua superiorità, alla fine sono solo la riconferma della sua inadeguatezza. Della sua lontananza dal Paese reale, della sua inettitudine a capire il bisogno che oggi esso esprime di essenzialità e di misura.


Scelte egoiste e autogol: le colpe della Germania nella maxi crisi europea
di Renato Brunetta
(dal “Giornale”, 19 marzo 2012)

Il contesto, se vogliamo, è incantevole: una passeggiata quasi romantica in riva al mare. La spiaggia è quella di Deauville, il 18 ottobre 2010. Tutto il masochismo folle della crisi finanziaria che ha investito l’area euro è iniziato lì: tutto è partito dalla dichiarazione di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy secondo cui, in caso di fallimento di un qualsiasi Paese europeo, le banche sarebbero dovute intervenire. Bella stupidaggine autolesionista del duo Merkozy ! Uno: perché questa affermazione sottintendeva che gli Stati possono fallire.

Due: perché con il coinvolgimento dei creditori privati si è creata di fatto la saldatura tra crisi finanziaria e crisi del debito sovrano. Il che significa che le banche europee da quel momento, nel calcolare il valore dei titoli di Stato in portafoglio, per fare il loro mestiere avrebbero dovuto scontare il rischio di fallimento dei Paesi emittenti. Quindi svalutare. Quindi ricapitalizzare. Nel frattempo precipitare in borsa e vedere rarefarsi la liquidità, con il relativo credit crunch. Amen! Questa infausta regola si ritrova pari pari tra i parametri, annunciati l’8 aprile 2011, che le banche europee devono rispettare per superare gli stress test cui sono sottoposte dall’Autorità bancaria europea (Eba). Requisito che, aggiunto agli obblighi di capitalizzazione previsti da Basilea 3 (del 12 settembre 2010), porta il settore bancario allo stremo.

Attenzione: con effetti diversi a seconda degli Stati. Positivi per le banche tedesche e francesi, che avevano i portafogli zeppi di titoli greci e hanno potuto approfittare dei meccanismi imposti dall’Europa per compensare le perdite; negativi per le banche italiane, che di titoli greci in portafoglio ne avevano davvero pochi. Che strano, poi, che il criterio del valore di mercato valga solo per i titoli del debito pubblico e non anche per gli altri, per esempio per i titoli tossici. Sarà forse perché anche di questi ultimi sono piene le banche tedesche e francesi e una previsione in tal senso le avrebbe danneggiate?

Antefatto: il 4 ottobre 2009 si sono tenute le elezioni politiche in Grecia. Con l’insediamento del nuovo governo, guidato da George Papandreou, si scopre un buco di bilancio nei conti pubblici di Atene: il deficit, che nel 2009 era stato dichiarato al 6%, in realtà sfiorava il 13%. A dicembre 2009 il Parlamento greco approva un piano di austerità ma le misure adottate non bastano. A metà gennaio 2010 si ipotizzano i primi aiuti internazionali alla Grecia. Da qui l’intervento delle autorità europee, che iniziano a parlare malauguratamente di rischio contagio, e una serie di (non) decisioni e di errori che si sono susseguiti per un anno e mezzo, fino all’esplosione nell’autunno del 2011.

Il problema della Grecia è effettivamente esistito: al di là del rendimento dei titoli di Stato, lo dimostra chiaramente anche l’andamento dei Credit default swap (Cds) sul debito sovrano, vale a dire quei contratti derivati che indicano quanto costa coprirsi dal rischio di fallimento del Paese emittente i titoli, in questo caso la Grecia. Da poco più di 120 punti base a ottobre 2009, il valore dei Cds greci ha sfiorato quota 300 a dicembre 2009 fino a superare i 950 punti base a giugno 2010 e continuare poi sempre a crescere. Cosa è successo nel frattempo in Europa?

Conosciamo bene le decisioni ufficiali, sappiamo anche che spesso tutto si è risolto in misure tardive e insufficienti. A riguardo, non è un caso che lo spread tra il rendimento dei titoli di Stato di tutti i Paesi dell’area euro e i Bund tedeschi, che tanto abbiamo seguito e subito con timore e tremore in questi ultimi 9 mesi, sia sempre aumentato, fino ad esplodere, al di là di ogni fondamentale di economia o di qualsiasi squilibrio finanziario, in concomitanza di ogni appuntamento (fallimentare) europeo. Notiamo che dopo il Consiglio del 24 giugno 2011 lo spread tra titoli italiani a 10 anni e corrispondenti tedeschi passa in pochi giorni da 214 punti base a 332; dopo l’incontro del 21 luglio da 247 a 389; dopo la riunione del 26 ottobre in pochi giorni da 389 a 553 e dopo il summit del 9 dicembre da 421 punti base a 528.

Solo dopo il Consiglio europeo del 20 febbraio, che ha dato il via libera definitivo al secondo pacchetto di aiuti per la Grecia, lo spread ha cominciato a scendere: da 352 punti base a 281 venerdì scorso. L’Europa a trazione tedesca che abbiamo visto agire in questi mesi si è concentrata unicamente su rigore e austerità mentre è stato messo del tutto da parte un altro principio fondamentale: la solidarietà redistributiva. Tra le occhiute misure previste dal Fiscal Compact e dal Six Pack,ce n’è una molto particolare che riguarda gli squilibri macroeconomici: in caso di surplus della bilancia commerciale di un Paese (differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni di merci) superiore al 6% scatta un virtuoso meccanismo automatico di redistribuzione.

Sembra però che questa clausola sia stata scritta, in barba a qualsiasi idea di redistribuzione dei vantaggi indotti dalla moneta unica, da un Paese solo: la Germania, che guarda caso registra un surplus della bilancia commerciale pari proprio a 5,9%, cioè quel decimale in meno che non fa scattare la clausola. C’è un altro elemento che ci porta a pensare che nell’ultimo anno e mezzo in Europa sia prevalso il comportamento miope ed egoistico dei tedeschi: qualche mese dopo la passeggiata di Deauville, in Germania le banche hanno cominciato a vendere i titoli greci e dei Paesi dell’area euro, innescando un meccanismo folle che ha presto spinto le istituzioni finanziarie degli altri Stati a fare lo stesso. Risultato: panico sui mercati, ma soprattutto aumento della domanda di Bund tedeschi, considerati l’unico bene rifugio in Europa, e corrispondente aumento del prezzo e riduzione del rendimento.

È stato così che lo spread tra i titoli di Stato emessi dalla Germania e i titoli equivalenti emessi dagli altri Paesi europei è aumentato vorticosamente. Analizzando il secondo rapporto trimestrale di Deutsche Bank (30 giugno 2011) emerge che rispetto al 31 dicembre 2010, la principale banca tedesca ha ridotto irresponsabilmente la propria esposizione nei confronti del debito pubblico greco da 1 miliardo e mezzo di euro a 1 miliardo (-28%) e l’esposizione in titoli di Stato italiani da 8 miliardi a 1 miliardo (-88%). Come meravigliarsi allora dell’esplosione dei nostri Cds, esplosione, questa, ben più grave e ben più immotivata dell’esplosione di quelli greci? Proprio il 30 giugno 2011 il valore dei nostri Cds registrava 171 punti base, poi è iniziato a salire.

Fino a quota 504 il 13 settembre 2011, il giorno in cui Barroso, in un incontro a Bruxelles con Berlusconi, puntò il dito contro l’Italia, attribuendo al nostro Paese una responsabilità, quella dell’esplosivo valore dei Cds, che però non dipendeva in alcun mododalla nostra politica economica né dai nostri fondamentali. Bene Draghi, non tanto per gli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce dell’estate-autunno ma per le due aste di credito alle banche del 21 dicembre 2011 e del 29 febbraio e la creazione di liquidità all’americana. Tutto il resto, in Europa, sono stati solo errori su errori. La nostra unica vera colpa?

Quella di non aver avuto un ministro dell’Economia e delle Finanze in grado di denunciare in sede europea e all’opinione pubblica nazionale e internazionale i termini reali della crisi, con le relative responsabilità ( dopo tante manovre interne sangue, sudore e lacrime, pari a 265 miliardi di euro), e di indicare le misure europee necessarie per farvi fronte. Che ciò sia avvenuto per incapacità o per calcolo personale poco importa. A pagare il conto di tanta incapacità è stato l’intero Paese, e la nostra democrazia.


Ma i professori non vogliono far pagare gli errori ai giudici
di Filippo Facci
(da “Libero”, 19 marzo 2012)

Sappiamo poco di quel «pacchetto giustizia » che ha messo d’accordo, pare, il governo e i segretari politici che lo sostengono: ma ci sono tre punti dei quali sappiamo anche troppo. Vediamoli.

Responsabilità
civile dei giudici

L’hanno già capito tutti: si punta a far niente, a trovare una scappatoia che accontenti l’Europa e anche i magistrati. Basta fare una legge all’italiana, cioè che non funzioni. Al governo non importa nulla che l’80 per cento degli italiani votò una legge inapplicabile che prevede 9 gradi di giudizio (3 per l’ammissibilità, 3 per le responsabilità, 3 per la rivalsa dello Stato) e che in 25 anni ha ammesso solo 34 cause con solo 4 condanne; al governo importa che la Corte di giustizia (sentenza C-379/10) si è accorta che la legge italiana è fuori dal mondo e ha sancito che i giudici italiani dovrebbero essere denunciabili anche per errori di interpretazione e valutazione dei fatti e delle prove. E questo potrebbe anche passare, in una nuova legge: ma se il meccanismo rimarrà vischioso com’è ora (gli avvocati in genere sconsigliano anche solo di provarci) e se i magistrati non dovranno pagare di tasca loro, che è il punto chiave, tutto resterà come prima. Nel caso, il risarcimento continuerà a pesare sullo Stato come ora, non sul magistrato: la causa si seguiterà perciò a farla allo Stato (che saremmo noi) e nel caso pagherà lo Stato che potrà rivalersi sulla toga. Il che non accade ora e non accadrà in futuro E’ su questo che il Csm non è disposto a mollare: cosicché il magistrati possa continuare a non temere le conseguenze delle proprie azioni, come invece accade per altri professionisti. Pare che su questo i tre segretari abbiano trovato un accordo: il che significa soltanto che Angelino Alfano ha ceduto.

Allungare
la prescrizione

L’Unione europea ha detto che i nostri processi per corruzione durano troppo e che i nostri termini di prescrizione sono troppo brevi. Tutto vero. La prescrizione è sempre una sconfitta: per lo Stato e per le parti offese. Sinché si prescrivono resteranno 170mila l’anno è inutile vagheggiare «alti commissariati », dunque la proposta sul tavolo prevede un allungamento dei tempi che corrisponda effettivamente al diminuito interesse per il perseguimento di un reato. A sinistra, probabilmente, come vorrebbero i magistrati, si punta anche a congelare la prescrizione dopo il rinvio a giudizio. Manca un tassello, però: ed è quello che, mancando, permetterebbe ai togati di sfruttare l’allungamento dei tempi soltanto per prendersela ancor più comoda di quanto facciano oggi. Questo tassello si chiama «processo breve », ossia una scansione certa dei tempi di ciascun grado di giudizio che, se non rispettati, diano luogo a responsabilità disciplinari. Su questo Casini e Alfano sono d’accordo. Il Pd decisamente meno. Previsione: al momento opportuno si scatenerà l’inferno.

Abolire
la concussione

Eliminare questo reato appare sacrosanto, ma al tempo c’è il rischio che le indagini per corruzione subiscano uno stop clamoroso, tanto che senza la figura del «concusso » l’inchiesta Mani pulite forse non sarebbe mai nata. Il concusso è una vittima, per l’esempio l’imprenditore che paga malvolentieri un incaricato di pubblico servizio (tipicamente un politico) per ottenere qualcosa di cui ha diritto, oppure per evitare conseguenze negative. Non va confusa con l’estorsione. Negli ultimi anni la giurisprudenza ha giustamente teso a teorizzare una sorta di «concussione ambientale » intesa come uno scenario ricorrente – in Italia – in cui un privato pensa di pagare una stecca non perché gliela chiedano o lo costringano, ma perché è convinto di doversi adeguare a una prassi consolidata. Questo, però, ha aumentato la storica confusione attorno a questo reato, perché c’è il problema di distinguere tra chi chiede effettivamente tangenti e chi dall’altra parte è disposto a pagarle più che volentieri. Tutta la prima parte di Mani pulite, per esempio, fu condotta come se ci fossero dei politici ricattatori contro dei poveri imprenditori vessati da un racket, ma il tempo ha evidenziato una storia ben diversa.

Il sistema era talmente oliato da rendere impossibile il comprendere chi, tra imprese e partiti, avesse il coltello dalla parte del manico. Si parla sempre dell’arresto di Mario Chiesa, ma mai della sua condanna: gli affibbiarono sei anni, sei mesi e sei miliardi da restituire (il 160 per cento dei soldi ricevuti) mentre la controparte imprenditoriale, cioè il concusso, dovette rimborsare solo il 15 per cento senza che frattanto avesse mai smesso di lavorare: la sua impresa vinceva gli appalti da vent’anni, con ogni Mario Chiesa di turno, e avrebbe continuato a farlo. Altri imprenditori se la cavarono con meno di due anni e la condizionale, ed ecco che cosa disse Mario Chiesa: «Tangentopoli non nasce solo per la prepotenza dei politici. Di imprenditori estorti non c’è nemmeno l’ombra… corruttori pronti a prendere calci nel culo, a subire ogni vessazione, sempre pronti a presentarti ventisette donne pur di non uscire dalla loro nicchia ed evitare di misurarsi col libero mercato… Una logica da gironi danteschi: nel primo c’erano le imprese garantite per i lavori a cavallo del miliardo, nel secondo quelle per opere sui tre miliardi… sino alla Cupola, sei o sette imprese che si riuniscono e pianificano investimenti e leggi ad hoc per dividersi gli appalti secondo una logica mafiosa ». Sciocchezze? No, perché le ha indirettamente confermate il pm Piercamillo Davigo: «Le imprese si sono sempre giustificate dicendo che erano state costrette a farlo, che erano concusse, ma quello che si è appurato nei processi o nei patteggiamenti, con le innumerevoli condanne, mi fa propendere per l’altra ipotesi, quella di una prevalente corruzione. Anche perché, molte volte, al versamento delle tangenti si accompagnavano sistematiche pratiche di alterazione delle gare attraverso gli accordi tra le imprese stesse. Insomma, molti imprenditori costituivano una categoria di soggetti abituati a vivere di ‘protezione’, al riparo della concorrenza, con un mercato privilegiato in cui gli appalti venivano suddivisi e spartiti al loro interno; in questa situazione il costo delle tangenti era rappresentato, a ben vedere, da cifre tutto sommato modiche rispetto ai benefici che se ne ottenevano ».

Il problema, enorme, è che eliminare il «concusso » rischia di equivalere a un’eliminazione dei «pentiti » nei processi di mafia: non parlerebbe più nessuno, e addio indagini. D’altra parte il concusso resta spesso una figura ambigua che tende a farla franca e, non di rado, a raccontare balle che piacciano a sè o agli inquirenti. Facile che a Mario Monti interessi più che altro una generica uniformazione del nostro ordinamento a quello europeo, dove la concussione non esiste: l’idea è che tizio sia corrotto oppure no, punto. Il Guardasigilli Paola Severino, dunque, potrebbe puntare a diminuire la pena per il «corruttore » (ex concusso) qualora collabori. Ma perché dovrebbe farlo, spontaneamente, resta un mistero.


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Bart