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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Philip Roth: “L’animale morente”. Einaudi, 2003

22 Dicembre 2007

di Alfio Squillaci

[L’ultimo libro di Alfio Squillaci: “Mare Jonio”, Sedizioni, 2007]

Nonostante la brevità ho letto questo libro in due riprese, non troppo ravvicinate. È un lusso che ci possiamo consentire noi lettori e critici non professionali.

Non posso dire di aver mollato la lettura in preda a disgusto. Eppure c’è un episodio nel libro che potrebbe far saltare dalla sedia qualsiasi   lettore anche non ipocritamente “perbene” .
Ma Philip Roth dai tempi del Lamento di Portnoy in cui – ricordiamo – il protagonista si masturba con una fetta di fegato, ci ha abituati agli eccessi più fantasiosi in tema di sesso. No, ciò che mi ha impedito di riprendere con avidità la lettura interrotta – il libro stava lì neghittoso sull’étagère e   “sapeva”, e io con lui, che non sarebbe passato nel novero dei libri non finiti – era il tema di fondo (quello che io ho individuato come tale) della libertà sessuale.
La libertà sessuale è una forza anarco-individualista spaventosa: se assecondata senza   limiti e regole non ha   un   risultato a somma zero: dà, ma spesso toglie, qualcosa a qualcuno. Rende felice l’individuo ma devasta esistenze, coscienze, famiglie. Questo era l’assunto feroce e sincero in cui avevamo lasciato la questione alla lettura di Particelle elementari di Michel Houellebecq.
Ma l’interruzione della lettura del libro era stata determinata, forse, più che da quell’assunto, dai rimestamenti che determina nel tuo io più profondo un libro sincero e senza pudori come questo: una meditazione   oltre o più che una narrazione, sul sesso, sulla vecchiaia, sulla morte che in qualche modo ti induce a meditare sullo stato dell’arte della tua più riposta e indisturbata intimità.
David Kepesh – alter ego di Roth come Wilhelm Meister per Goethe – è un professore di “Practical Criticism” (cosa sarà mai?) all’università e conferenziere di una   certa notorietà   presso la   rete TV Pbs. Non ha mai fatto mistero di portarsi a letto le ragazze più avvenenti del suo corso, ponendosi come unico e accettabile limite deontologico la fine dei corsi universitari medesimi. Spesso, a dire il vero, sono le ragazze che si portano a letto lui. Questa è la volta di Consuela Castillo, una sventola di figliola, dai modi molto fini, figlia di immigrati benestanti cubani anticastristi (e il liberal Roth ha parole molto crude contro Castro, che chissà se il nostro comunista tanto   elegante quanto immaginario Diliberto approverebbe).
Consuela appartiene a «una generazione di regine della fellatio », «una generazione di ragazze che tiravano dalla loro figa le conclusioni sulla natura dell’esperienza e sulle delizie del mondo » e Roth ce ne dà espliciti riscontri dando ai genitali il loro nome quando li chiama in scena, senza alcun infingimento ipocrita, e dicendoci con naturalezza molto convincente   ciò che può intercorrere tra un professor Unrat di 62 anni esplicitamente lussurioso e un angelo azzurro cubano altrettanto libero nella testa e nel corpo. Entrambi però sono professori universitari del sesso, conoscono e sembrano dominare questa forza sorgiva, eversiva, inconoclasta: il nostro sempiterno “richiamo della foresta”. «È il sesso a sconvolgere le nostre vite solitamente ordinate. Lo so io e lo sanno tutti », dice Roth, e sembra di sentire qui   la voce sincera di D.H.Lawrence.
Ma questa base “naturale” e istintuale sempre viva e sempre repressa nel corso dei secoli della storia dell’umanità non poteva portare alle “reginette della fellatio” se non fosse sopravvenuto un elemento detonatore di carattere etico-potico e storico-antropologico, ossia la rivoluzione sessuale degli anni ’60 – resa possibile dalla diffusione degli anticoncezionali che separarono definitivamente la sessualità dalla (paura della) riproduzione. Qui si innesta la meditazione di Roth che attraversa e innerva tematicamente tutto il libro. Roth sa che l’epicentro della “turbolenza” di quegli anni era d’ordine sia antropologico-comportamentale   (le orge, la musica giusta per il sesso orale, il nomadismo sessuale) sia politica (i diritti civili, la renitenza alla guerra del Vietnam, la disobbedienza al sistema) e sa che   «l’intreccio tra i due filoni rendeva arduo screditare l’orgia ». Da allora «nessuna retorica, nessuna ideologia, solo il campo da gioco del piacere che si stende davanti agli audaci ».
È stato a questo punto, tutto sommato il più “ideologico”, della meditazione rothiana che mi sono sentito irritato e incapace di approvare in toto   le   sue sregolate e senili istanze sessuali e il suo indefettibile ribellismo di vecchio liberal. Come può resistere un mondo intero a simili esplosioni anarchiche quando abbiamo appreso dal vecchio Freud che tutta la civiltà si regge piuttosto sulla repressione degli istinti e in cui la pubblica ipocrisia, che quasi reclameremo a questo punto, copre in   forma accettabile   la regola non detta di sempre dei vizi privati e delle pubbliche virtù? Ma Roth ha subito “coperto” – drammaturgicamente s’intende – questa mia obiezione mettendo in scena i rimbrotti del figlio di Kepesh   ritratto in vesti   dostoevskiane – e a cui non nega una certa dignità di controcanto dialogico – perché è fatale che quando i padri hanno dei forti progetti di vita i figli abbiano dei pessimi destini. (Dice il figlio: «Ma gli anni Sessanta? Quell’esplosione d’infantilismo, quella volgare, insensata regressione collettiva, e questo spiega e scusa tutto? Non puoi trovare un alibi migliore? Sedurre studentesse indifese, coltivare i propri interessi sessuali a spese di tutti gli altri… »).
Non riporto il finale del libro per rispetto di quel   lettore che-vuole-vedere-come-va-a-finire. Dico solo che è un finale   chiuso dal punto di vista della vicenda ma aperto per quel che riguarda le rimuginazioni morali,   e che Roth si manifesta scrittore di gran razza nel maneggiare sviluppi narrativi e nel conservare rigido il suo cappello di illusionista narrativo che in altre mani, e con una storia analoga, si affloscerebbe invece come un cencio.
Concludo osservando che   non si esce dai libri di Roth senza portare a casa un’inquietudine, un dubbio, una scossa alla nostra più segreta fibra morale. E qualche certezza: che la partita della vita si gioca tra l’urgenza e l’insopprimibilità mercuriale degli istinti e tutte le variabili sociali e politiche in cui la Storia ci caccia.   E la scommessa consiste nel provare a uscire dall’urto di questi elementi, vivi, e se possibile, felici, ossia portando a compimento pieno sia il nostro programma   di animali che di animali “politici”.


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Bart