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LETTERATURA: Pierre Magnan: “Il commissario innamorato”, Robin editore

4 Dicembre 2008

di Francesco Improta

Leggere l’ultimo romanzo di Pierre Magnan, Il commissario inna ­morato, è stato per me come ritrovare un vecchio amico ed im ­mergermi con lui in uno scenario suggestivo e accattivante, la Provenza, o meglio quella parte della Provenza, attraversata dalla Durance, delimitata ad oriente dalle Basse Alpi, impreziosita da qualche tartufaia e intrisa del profumo penetrante della lavanda.
È il paesaggio dove Magnan è nato e dove ha ambientato tutti i suoi romanzi e non solo quelli che hanno come protagonista il commissario Laviolette. Parlare, però, di ambientazione in questo caso mi sembra decisamente riduttivo, perché il paesaggio non è semplice sfondo, ma deborda, tracima fino ad entrare nella storia e diventare il vero protagonista di questa sua ultima indagine, come recita il sottotitolo. Un paesaggio che egli percorre in religioso silenzio alla ricerca di un amore perduto, o meglio della memoria di quell’amore e di tutte le emozioni che quell’amore ha suscitato in lui; non è un caso che il libro che gli fa compagnia in questo pellegrinaggio è Un amore di Swann in quanto nelle sofferenze del personaggio proustiano, che si tormenta di gelosia per Odette, egli vede rispecchiate le proprie pene d’amore. A ben guardare più che le tappe di un pellegrinaggio sono le stazioni di un Calvario, quelle che il commissario percorre; Laviolette, brontolone e un po’ bizzarro, ma sempre sensibile al fascino femminile, è diventato ormai un uomo di passione ed è questa passione che Magnan racconta nel libro, scandita dalla musica di Bach e più preci ­samente da La passione secondo Matteo.
Lemda (che non è un nome ma un acronimo), la donna che Laviolette aveva amato con tutto se stesso negli ultimi quindici anni della sua vita, lo ha lasciato dicendo: “Ti ho dato il meglio di me, il resto è il mio giardino segreto.” E a quel giardino Laviolette non ha accesso per cui si rifugia nel suo paese natio, Piégut, a curare la sua piaga aperta: “Era come un grande ustionato avvolto nelle bende. Sapeva di non avere scampo, ma che la rassegnata dolcezza del paese avrebbe attenuato il suo male.” Qui nella casa dei suoi antenati, ripercorre i sentieri della memoria, inala la pol ­vere del tempo, non sempre nobile, annusa l’odore dei mobili tarlati, accarezza la culla di Queyras, datata 1750, da cui “erano stati riversati nella vita generazioni di Laviolette che avevano riempito, sempre sbalorditi dal mondo bizzarro in cui erano caduti, trance di vita brevi come fuochi di un fiammifero.” Non basta, secondo una liturgia che è del cuore prima ancora che della mente, Laviolette officia alcuni riti privati, con metodica pun ­tualità: tritura in cucina i chicchi di caffè tostato, stringendo il macinino tra le ginocchia, esce a vedere le stelle rese più luminose dal mistral che ramazza il cielo e spazzola le cime delle querce e degli ontani, o scende in cantina, quando i ricordi fanno più male, nella speranza di trovare nell’acquavite un oblio momentaneo.
A Piégut, dove non è mai stato con la sua donna, egli torna per prepararsi una morbida bara.
Ed è questo sentore di morte il tratto distintivo del romanzo, un sentore di morte che si respira fin dalla prima pagina, con quel bellissimo esergo, tratto da una poesia di Baudelaire, Le Voyage, e che viene confermato e corroborato non tanto dai quattro omicidi che si susseguono quanto dalla visita periodica al cimitero di Chardavon: rituale, quest’ultimo, che nel romanzo assolve la funzione di vera e propria vera e propria mise en abîme.
Negli intervalli di questi soprassalti, o meglio intermittenze del cuore per rimanere in sintonia con Proust, Laviolette trova il tem ­po di dedicarsi, su insistenza del giudice Chabrand, suo vecchio amico, ad un’altra indagine, volta a scoprire un omicida seriale che sembra avercela con i macellatori di maiali e gli artisti,che hanno fatto la resistenza. E nel portare avanti le indagini Laviolette ritrova personaggi, luoghi, situazioni e ambienti di altre precedenti indagini, citate a fondo pagina, a conferma del vezzo letterario di Magnan di una certa autoreferenzialità, più che le ­gittima in un autore così prolifico e vincitore di tantissimi premi letterari, epigono tra l’altro del grande Jean Giono e non solo per ragioni geografiche, e che pur avendo compiuto ottantasei anni è di una lucidità straordinaria, in quanto porta con sé la freschezza di chi è in ­namorato della vita, della sua meravigliosa terra e della sua pro ­fessione di scrittore.


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