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LETTERATURA: Pittore bagnante

17 Aprile 2009

di Nicola Dal Falco  

Un uomo che abbia, in vita e pittura, donne dai nomi desueti come Zena, Edwige o Bianca, macchie costruttive di colore, il disegno, naturalmente, ma poi l’abbandono al gesto di toccare la figura, la cosa o il paesaggio.

E un tocco gode d’imperfetta infinitezza. Lascia che sia quasi l’aria nel palmo a premere, sorreggere, definire. Il tocco amante d’ogni deviazione e però, così testardo nella visione di un dettaglio, nel ripassare per la stessa via, vedendo varchi, aprendo e richiudendo buche d’alberi in giardino.

Un selettore di attimi più che un traduttore di forme. Formante il tempo che scorre in rivi e pozze: di torrenti solo il rumore sullo sfondo del cielo e di fiumi l’occhio appannato di quelle donne, sature insieme di corolle e api. Il mare? Eccome, sulle schiene dei bagnanti, nei quadrilateri di sabbia incandescente, sulla punta degli ombrelloni, rabbrividente un refolo, riunito in spire sull’ultima secca in vista.

Forte del vizio quotidiano del dipingere per fare albergo del mattino con la sera. Una forza che solo chi pota o dissoda ritrova, mettendo avanti a sé la nuova stagione, l’orto come sarà. Non tanto per il buzzo di dire «guarda cosa ho fatto »! quanto per aver fissato più a lungo lo spiovente del tetto e le chiazze di sole sotto l’alloro.

Ci sono insomma occupazioni e a volte mestieri che valgono, innanzitutto, per l’accordo dell’occhio con il mondo prescelto. C’è lo spettacolo, ma in una scena che si ordina secondo punti di vista e per così dire tatti di cose e pensieri. Anche un’emozione è in nuce il pensiero di una cosa, tatto che segue profilo e sostanza. Odore di terre, ad esempio, nel caldo, nell’acquazzone, nella sera, riavviando quella barocca (seicentesca) ricerca dei sensi, già considerata scienza.

E, quindi, l’essai, la prova, l’esperimento personale di catalogazione, nell’ambito della quale indagare il fenomeno minimo e maestoso che, una volta rappresentato nelle sue forme e conseguenze, si accomodi tra i bagagli, stia nel baule da viaggio. Ma forse tutto ciò riguarda l’osservazione con, la co-scienza? Peccaminosa per analogia di incroci e metafore? Vivida anche e soprattutto nella fede del dire, nella preghiera ad abundantia? Questo modo di dipingere denso, compendioso, per masse, antiaccademico, di un’accademia dell’evidenza: il giubbetto nero, le rose ingrigite, la luce stagnante del bosco, il meriggiare di un corpo che ne riverberi il calore.

Come fiori i visi ti fissano seri o sono reclinati a leggere e a cucire. Come in certe stanze perdura il silenzio di un bosco, tesse e ritesse la sua ombra. Come un oriente improvviso s’affacciano la mantiglia colorata e il vestito a fiori. Lampi d’altrove e di lussuria. Come tarocchi occhieggiano cappelli, ventagli e libri socchiusi. Qui, non gareggia ancora il sublime, ma si calma e sazia lo stupore dell’occhio. Meraviglia attutita, giornaliera,  in odore di basilico, di calce e di mare. Intravisto e amato fosse pure in un semplice scatto fotografico.

Sistemati i ricordi, scelti nel rosso, arrochiti di bianchi, sospesi ai grigi e ai verdi, l’onda notturna coprirà, infine, il suo bagnante pittore.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 17 Aprile 2009 @ 15:57

    Pagina intensa e ricca, sottesa da un fuoco sotterraneo, vivificante. Riesce ad offrire una coerenza visiva e libera pathos.
    Mi vien fatto di pensare che la poesia, attraverso la parola, è capace di produrre e trasmettere sentimenti, sensazioni, emozioni, immagini. La pittura, attraverso i colori e le immagini è in grado di fare poesia
    Gian Gabriele Benedetti

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