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LETTERATURA: PITTURA: La psicoanalisi di Hieronymus Bosch

13 Marzo 2011

di Maria Antonietta Pinna

La pittura fantastica di Hieronymus Bosch ci immerge in un mondo di enigmatici simboli, talvolta rosati e catartici, talaltra oscuri, fagocitanti, demoniaci. Una pittura di metafore, da cogliere nei particolari, che colpisce l’immaginazione e la catapulta in un mondo “altro”
Nietzsche diceva che il mondo è un manicomio. Bosch ci fa vedere secoli prima lo stesso manicomiale universo, marasmatico e apparentemente confuso, terra di nevrosi ossessive e desideri repressi, anticipatrici della psicoanalisi freudiana.
Dall’analisi di Fraenger sulle opere del pittore fiammingo, interpretate in chiave ereticale, emerge un quadro in cui niente avviene per caso. Ogni figura è l’oltre inconoscibile. Mostri acefali, rane-dio, brocche, creature acefale, necrofagi che divorano tronchi, bacchette, ierofanti, coltelli, scimmie, doppie teste, tunnel luminosi… Ciascun elemento non è frutto di una scelta casuale, ma colpisce l’occhio con significati di incisiva, analitica profondità.
Bosch ha il coraggio di riprodurre su tela l’interiorità umana, gli spasmi di ciò che la psicanalisi definirà inconscio. Una dimensione onirica e allucinata, un paesaggio dell’anima e dei visceri con impulsi divoranti e profondità ctonie, luci da post-coma, diavoli carnali, angeli effimeri.
Nel Giardino delle delizie, conservato al Museo del Prado, pannello di destra, c’è Satana assiso su un trono. Ha un aspetto mostruoso, capo di uccello, pentolone da sabba in testa che conferisce un tratto ridicolmente oniroide, piedi immersi in due brocche. Egli divora i dannati e li defeca dentro una bolla che finisce in un pozzo dove altri vomitano e depositano le loro schifose deiezioni


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Bart