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LETTERATURA: Quadretti a spirale 5

3 Aprile 2009

di Nicola Dal Falco

Silenzio degli abissi, vai dal buio al buio.
Il fanciullesco grugnito delle balene.
Largo soffio che apre le onde.  

Dicono che Eraclito immerga i pensieri in un incessante rollio e che sia difficile seguirne la punteggiatura.  

« sullo scambio incessante riposa »  

AFFRETTATI LENTAMENTE  

Ugarit  

« Essere come gli dei o in armonia con gli dei   »?
« Secondo te »?
« Per me ? Io continuerò a pormi la domanda, non sono né carne né pesce ».  

Cerco una terra vigorosa, una patria dove le parole sono respiri. C’è un Paese o meglio una regione del globo dove passeggiando per la strada si scansano le pagine abbandonate dei giornali e qualsiasi altro pezzo di carta scritto, lasciato in balia del vento.
Le parole stampate, allungate su colonne, titoli, didascalie appartengono a dio, sono l’eco remoto, la traccia del suo passaggio nel mondo. Sarebbe blasfemo pestarle come se si volesse porre la propria orma in quella di dio.

Di colline un mare. Sassi, sassi, sassi e San Simeone si è rifugiato sopra una pietra allungata.
Lilium: ciuffi ovunque. Uno strato di sassi fa da coperchio alla terra rossa; quanti anni per metterla al sole. Anche i fiori di mandorlo sembrano schegge di calcare. La colonna di San Simeone, al centro di una basilica fastosa, è ridotta ad un masso irregolare; il piedistallo del predicatore assomiglia ad un grosso uovo abbandonato.  

luglio 1993  

Sono ripartito da Brianí§on alle tre e mezza abbandonandomi subito all’andatura del pullman; qualcosa di acquatico come una nave che manovra in porto o un pesce sul pelo delle alghe mosse dalla corrente; perdendo la percezione del tempo, la distanza tra il prima e il dopo.
L’autobus blu saliva lentamente verso il Monginevro, in un paesaggio sfigurato ma imponente per il dislivello tra il fondovalle e la cima del colle. Saliva, misurando palmo a palmo i tornanti.
Fuori, un vento umido spostava grandi nuvole in cielo, sollevando la polvere lungo il ciglio della strada. I fiori, dove il prato resisteva, erano tutti molto gialli e molto viola.  

In morte di Gabrieli  

Alza il mento e lo spinge in avanti, sollevando l’intero profilo come un medaglione rinascimentale. Le labbra sottili sigillano l’orlo di un vaso, il naso a becco spartisce il viso in due zone franche, quasi indipendenti: destra e sinistra, levante e ponente, recto et verso della stessa moneta.
Sotto le palpebre, lo sguardo scende a piombo come il filo del muratore. Il collo esile e grinzoso balla nel colletto inamidato, spinge lo sguardo verso i volumi della biblioteca, rilegati in marocchino, dove passa la vena giugulare del sapere.
La conoscenza è un corpo lisciato dal tempo, trasparente come il collo dell’arabista.  

Corsica  

Su un’isola l’acqua ti circonda ma si tratta di un abbraccio generoso, spinge da tutti i lati, circonda, limita e pertanto evidenzia. Alla base c’è un’intuizione: il nulla e l’essere, il cambiamento e qualcosa che permane.

Il lago, lapalissianamente, non è né mare né fiume; l’acqua sta lì, davanti a te. È un segno arbitrario, se ti allontani, se risali il monte, se ti avventuri nella pianura non la vedi più, l’hai persa. Insomma, inutile girarci intorno, un lago non è che una valle inondata.
L’isola bianca è verde, tagliente e vuota, colma di spiriti trascinati dal libeccio. Vivono in mezzo agli scogli e sulla chioma degli alberi mentre i più violenti stanno in equilibrio sulle creste dei monti, eternamente sbattuti   di qua e di là.
L’isola a forma di pugno offriva due diverse religioni. Una naturale, all’interno, vicina alle fonti e ai pascoli; di querce parlanti, bacche, uccelli, concreta. L’altra, fatta di risposte pronte, cresceva robusta lungo la costa. Chi era in cerca di astrazione doveva trovare un porto o una baia dove dominasse una croce, alta sopra le onde.  

Pan, il dio dell’intero, del tutto, verità e falsità. Da lì nasce la parola panico. Lo vedi correre nella brughiera, nascondersi nella macchia più fitta o dove sale la nebbia   in mezzo alle paludi. Ma è anche il dio che Platone invoca in una preghiera bellissima per diventare, giorno dopo giorno, filosofo.  

Rho, 21.30  

In cima ad un traliccio/sventola e brilla/una fiamma azzurra/la terra nera sembra inghiottire il cielo/nell’ora che non c’è/uguale a un attimo/blu, indaco e Prussia.  

Tra dormiveglia e sogno. Conservo una semplice immagine in testa: un sasso che rotola per terra, si sposta mostrando una faccia dopo l’altra come un dado; la terra è calda.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 3 Aprile 2009 @ 18:21

    Prosa e poesia si intersecano. E non sai dove finisce l’una e dove cominci l’altra. In effetti la prosa ha profumo ed eleganza poetica e la poesia ha incanto di un filo sottile che ricama una “pittura parlante”. Così avventura di viaggio, respiro delle cose, mosaico emozionale, fascino quasi primordiale dell’osservazione, alto dettato della parola, sincerità di tensione si referenziano in una dimensione felice e virtuosa.
    Si avverte il desiderio di ritrovare il reale, per recuperare la vivibilità e fissare la trasparenza della riflessione.
    E l’indirizzo poetico-narrativo, fluido, suggestivo, elegante, cromatico, calibrato, sostanziale, offre piacevolmente e pienamente il senso dell’assunto
    Gian Gabriele Benedetti

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