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LETTERATURA: Qualcosa, qualcuno

14 Dicembre 2007

di Giovanni Agnoloni

[Tra le sue opere: “Letteratura del fantastico – I giardini di Lorien”, lungo saggio sull’opera di Tolkien, ed. Spazio Tre, 2004; sempre su Tolkien: “La fantasia tolkieniana e i paesaggi d’Irlanda”, in “Minas Tirith” n ° 14, 2005]

Fuori c’era la musica. Doveva essere un’autoradio.
Stavo alla finestra, fumando pigramente una sigaretta, con accanto a me i vaghi odori dei rimasugli di cibo della festa.

Il compleanno di un’amica, niente di più. Ormai la maggior parte delle persone se n’era andata, e se ancora indugiavo era probabilmente per un mio problema.
Neanche quella sera l’avevo incontrata.
Erano ormai anni che giravo intorno a un punto fondamentale: uscire dalla mia maledetta solitudine, trovando l’amore della mia vita. Bazzicavo tutte le feste, uscivo con gli amici per un aperitivo o una birra, attaccavo bottone con le ragazze, ma nulla.
Cominciavo ad avere una brutta sensazione riguardo al futuro, come quando ti rendi conto che stai perdendo qualcosa, che ne so, un lavoro, un amico o un partner, e che c’è poco da fare.
Il punto era che io non stavo perdendo nulla. Al contrario, non stavo acquistando qualcosa. Era quello il mio chiodo fisso.
Cercai di distrarmi con l’ironia: della sorte, della situazione, di me stesso, chissà. Certo è che, fuori, quell’autoradio stava suonando una vecchia canzone di Fred Buongusto, Spaghetti, pollo e insalatina, e fu così che, quasi guidati dalle parole e dalla musica, gli occhi mi si abbassarono sul vassoio ora vuoto delle tartine, dov’erano rimaste solo alcune foglie d’insalata, di quelle che si mettono per guarnizione, e che nessuno mangia mai.
Mi girai intorno, controllando che la mia amica festeggiata fosse di là con gli ultimi invitati rimasti. Mi era appena venuta un’idea, di cui mi vergognavo un po’, come tutte le volte che mi veniva voglia di “uscire dagli schemi”. Stavolta, però, almeno una foglia la volevo mangiare. Perché no, dopo tutto? Era pur sempre insalata, e se qualcuno aveva inventato una regola scema per cui non andava mangiata quando serviva per decorare, non era certo colpa mia. La presi e la misi in bocca. Era un po’ stantia, ma mi diede soddisfazione: più o meno lo stesso appagamento spento che dà l’autoerotismo quando si è soli. Ma almeno per una volta potevo dire di aver rotto gli schemi.
Mi voltai, e la mia amica, Rosanna, che aveva sempre avuto un debole per me, sia pur non ricambiata, mi venne incontro nella stanza illuminata, con un sorriso carico di domande. Pensai che volesse sapere perché mai avessi mangiato la foglia d’insalata, ma era solo una riflessione idiota per non riprendere l’argomento del suo sentimento per me. Non la volevo illudere, punto e basta, e ora che eravamo soli – e non l’avevo fatto apposta a restarci – era bene che me ne andassi al più presto.
Le diedi un bacio sulla guancia, la ringraziai di tutto e presi il cappotto.

Per strada faceva freddo. O meglio, non era tanto freddo, quanto umido. Quell’umido fiorentino che ti entra nelle ossa, nelle notti d’autunno, che seguono a giorni meravigliosi di luce asciutta, ma che, quando questa se ne va, rivelano un’anima gelida e bagnata. Ero in periferia, vicino all’Isolotto. Attraversai il cortile interno del condominio dove abitava la mia amica, che aveva un che di antico e di proletario, un po’ come quelli degli oratori di una volta, dove ragazzini senza tempo e spesso senza speranze trovavano compagnia e un pomeriggio di felicità dietro a un pallone.
Mentre uscivo in strada, vedevo la nebbia iniziare ad avvolgere i profili delle case lontane, che assumevano l’aspetto minaccioso e affascinante di giganti addormentati. Mi sentii stranamente in pericolo, anche se non c’era nessuno in giro, e il silenzio era perfetto.  
A volte mi capitava, nei momenti di solitudine, di ascoltare la voce del mio pensiero. Era uno stato quasi meditativo, in cui un suono intermittente – come adesso quello delle mie suole di gomma sul pavimento – un colore osservato senza riflettere, un sapore giunto inaspettato, insomma un percezione forte e immediata, sembrava mettermi in contatto diretto con il cuore delle cose. Alcuni mi avevano parlato del buddismo e delle pratiche di meditazione di consapevolezza, che però io non avevo mai praticato. Però, in momenti come questo, mi sembrava di uscire da me stesso, di guardarmi da fuori, di rendermi conto che non ero un “io”, che potevo fare a meno di tutto quello in cui mi identificavo, privarmi delle mie ‘maschere sociali’ ed esprimere la mia autenticità, il mio Sé e la sua luce. Non ero buddista, ero cristiano, ma la mia fede era ingenua e non ‘rituale’. Non andavo in chiesa, avevo smesso da anni. Mi ero sempre rifiutato di dire o fare qualcosa che non sentissi, foss’anche una preghiera. C’erano però dei momenti in cui, forse spinto dal mio isolamento affettivo, chiedevo che venisse qualcuno ad aiutarmi. Che non dovessi sempre misurarmi col mondo in solitario. Ne ero francamente stufo.
Prima di mangiare la foglia d’insalata, mi ero chiesto che cosa stessi temendo di perdere. Adesso forse mi stava arrivando una risposta illuminante: me stesso. Forse dovevo ‘mollare’ tutto questo, quest’attaccamento all’immagine di me, di cui ero narcisisticamente innamorato, per prendere quello che veniva. Smettere di cercare ‘qualcosa di adatto a me’ e lasciar parlare il mio cuore, e così arrivare ad ‘accogliere’ qualsiasi cosa fosse arrivata.
Qualcosa, qualcuno, mi sarebbe venuto incontro, se solo avessi alzato la sbarra della diffidenza, aprendomi alla vita.

Seguendo questi pensieri, che si srotolavano nella mia mente con la fluidità di un solitario che riesce alla prima, raggiunsi la fermata dell’autobus. Non abitavo molto lontano, e avrei benissimo potuto camminare. Però era un po’ tardi, dunque mi dissi: perché no? Rimasi lì in piedi per cinque minuti, godendo del mio vuoto mentale e alzandomi solo ritmicamente sulle punte dei piedi, per riscaldarmi un po’.
All’improvviso, ecco un autobus svoltare da dietro l’angolo in fondo alla strada, con la morbidezza di una mano che s’infila in un guanto. Via via che si avvicinava, con un rumore sordo che sembrava il gorgoglio di un drago circospetto, potevo rendermi conto di quanto fosse vuoto. Non fosse stato per una persona, in piedi vicino alla porta centrale, quella per scendere.
Quando il bus si fermò davanti a me, vidi che era una donna. Non bella e non particolarmente elegante, ma interessante. Mi passò vicino, nel metter piede a terra, e sentii uno strano profumo emanare da lei.
Non so come fu, forse distrazione o magari qualcos’altro, ma sentii l’autobus che ripartiva prima di poter fare anche solo un cenno all’autista.   A quel punto, tanto valeva incamminarsi.
Nel mettermi in moto, però, mi accorsi che quella donna andava nella mia stessa direzione. Ero imbarazzato, perché non volevo spaventarla, facendole credere di essere una specie di maniaco. Così mi mantenni a una ventina di metri di distanza, ma mai una volta lei si girò per controllare chi le venisse dietro. La cosa mi sorprese.
Aveva una figura non particolarmente alta, con dei capelli rossastri parzialmente coperti da un foulard. Indossava un piumino invernale un po’ logoro, ma non aveva l’aria di essere povera. Di tutte queste cose mi accorgevo solo adesso, come se, quando mi era passata di fronte, avessi registrato mentalmente dei fotogrammi che solamente ora riuscivo ad elaborare.
Si fermò ad un semaforo che attraversava Viale Canova, dove c’era il rosso. A quel punto non potei fare a meno di raggiungerla, anche perché un’esitazione da parte mia avrebbe potuto insospettirla. Rimasi un po’ dietro di lei, mentre aspettavo il verde, ed evitai di guardarla in faccia.
Neanche lei lo fece. Però mi disse: “Seguimi”.
Era strano, come se quella voce non fosse uscita dalla sua bocca, ma si fosse formata nella mia mente. Era un richiamo muto, come quelli che vengono dai fantasmi. Ma quella era una donna in carne ed ossa. O almeno mi pareva.
“Dove mi porti?” le domandai, ma lei mi ignorò. Vidi solo che puntava verso il bar all’angolo, ancora aperto. Scomparve all’interno, e io feci lo stesso.

Il locale era quasi spento, con due sole luci al neon a rischiarare un’atmosfera addormentata quasi quanto il barista che oziava dietro il banco, con gli occhi semichiusi e le parole incrociate sotto i gomiti.
Fu lei, togliendosi quel velo dalla testa, a riscuoterlo dal suo torpore, per chiedergli un bicchiere di grappa. Anzi, due. L’altro, dedussi, doveva essere per me. Infatti, subito dopo mi guardò e mi fece con la testa cenno di sedermi davanti a lei.
“Perché mi hai portato con te?” le domandai, non sapevo se più incuriosito o spaventato.
“Perché hai mangiato la foglia d’insalata,” mi rispose lei.
Le sue parole mi folgorarono. Com’era possibile…
“Eri alla festa?” le chiesi. Non ti avevo notata.
“Non ero alla festa,” rispose. “Ero alla finestra davanti alla casa dove c’era la festa, e ti ho visto mangiarla.”
Pensai di trovarmi davanti a una pazza. Eppure l’avevo vista scendere dall’autobus. Come poteva essere stata lì, pochi minuti prima, nascosta in un appartamento a spiare i miei movimenti?
Non fu necessario che glielo chiedessi. Rispose lei ai miei pensieri: “Io posso essere in più posti contemporaneamente. Ti seguo sempre”.
La battuta mi fece gelare la spina dorsale. Feci per andarmene, ma lei mi fermò con una mano.
“Chi seì?” dissi a voce più alta, sopraffatto dal nervosismo. Il barista si voltò con un’ombra di preoccupazione, mentre ci serviva i due bicchierini, ma subito dopo si ritirò nel suo mondo privato di sonno ed enigmistica. La cosa non doveva interessarlo troppo.
“Sono il tuo spirito guida,” disse lei.
“Mi stai prendendo in giro?” reagii. “Tu… tu sei solo una paz..”
“Sssh,” fece lei, ma senza muovere le labbra, come se una carezza invisibile avesse placato la mia mente e impedito, per una volta, alle paure cerebrali di prendere il sopravvento. “Non ti devi preoccupare. Normalmente non ci riveliamo, ma tu avevi bisogno di vedermi. Chi aspetti?”
“Come, chi aspetto?” risposi, turbato. “Nessuno… ho semplicemente trovato te.”
“E ti pare poco?” rispose, con un sorriso divertito.
“Che vuoi dire?”
“Bevi un sorso di grappa”.
Lo feci. Era fredda e bollente al tempo stesso. Sapeva di niente e di anima. La mandai giù in tre sorsi.
“Bene…” fece lei, e la bevve subito dopo. “Come ti senti?”
“Meglio…” risposi io.
“Allora, rispondi alla mia domanda. Chi aspetti? Chiudi gli occhi, svuota la mente e senti che cosa ti suggerisce il cuore.”

Feci come diceva lei. Mi sembrava di approfondire la sensazione che avevo provata camminando verso la fermata dell’autobus. Un nulla benefico, un vuoto energetico, una corrente di vita che si manifestava all’interno di un’assenza completa di pensieri. Poi, pallidamente, in quel buio rigenerante prese forma un’immagine, il profilo di una donna, che non era la persona – se di ‘persona’ di trattava – che avevo davanti, ma un vago sogno, un’immagine di grazia e di amore, e insieme il profondo desiderio non di ‘averla’, ma di ‘essere’ insieme a lei, una cosa sola con lei, per tutta la vita.
“La vedi?” fece il mio ‘spirito guida’.
“Sì, la vedo,” risposi.
“È lei quella che cerchi. Ecco, non la cercare più. Nascerà spontaneamente dall’assenza dei tuoi pensieri. Verrà lei da te. È una legge kharmica: più ti irrigidisci in uno sforzo di ricerca, più le cose ti si mettono contro, per farti capire che la vita è flusso, è abbandono, apertura, condivisione ed entusiasmo. Tu ti senti solo perché ti attacchi alla tua solitudine. Ma nel profondo del tuo cuore non lo sei. Sei libero, nella tua luce. Non pensare, non riflettere, ma invece medita, svuotando e ripulendo la scatola del tuo cervello. E lei verrà.”
Riaprii gli occhi poco dopo che aveva pronunciato quelle ultime parole.
Non c’era più. Davanti a me, solo un piattino, appoggiato sul bancone, con una foglia d’insalata verde posata sopra.


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Bart