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LETTERATURA: Quando don Luca se ne andò e il presepe finì in soffitta

21 Dicembre 2008

A proposito dei giovani che vogliono lasciare Napoli: ecco una storia d’altri tempi che forse aiuta a riflettere sulle responsabilità

di Stefania Nardini

(E’ appena uscito il suo nuovo romanzo: Gli scheletri di via Duomo, Pironti editore)

 
Il mio bisnonno aveva un bastone di legno con un pomo d’argento. Seduto al caffè “Bella Napoli”, in piazza della Chiesa Nova a Roma, poggiava la mano su quel pomo e scuotendo il bastone chiedeva al cameriere una sfogliata e un caffè.
Consumava ogni giorno quel rito esprimendosi in dialetto napoletano. E con un certo orgoglio. Erano gli anni ’20 ed era un signore benestante. Aveva un palazzo in via del Governo Vecchio il mio bisnonno Luca. E in quella dimora c’era una grande cantina dove conservava sottaceti per insalate di rinforzo, “scelle” di baccalà, papaccelle, taralli, fiori d’arancio e grano per la pastiera: ogni ben di dio che il suo maggiordomo gli faceva arrivare espressamente dalle sue terre campane.
Negli anni trenta il vecchio Luca, che dell’ironia aveva fatto il suo vangelo esistenziale, ogni mese di dicembre era di cattivo umore. Detestava l’idea che mio nonno Egidio, ovvero suo figlio che aveva mandato a studiare al collegio militare di Torino per poi farne un commerciante, usava addobbare un affare che voleva essere un albero, con festoni, candele di cera rossa, e palle di cristallo. Il mio bisnonno Luca si scagliò contro quella moda dell’albero di Natale in difesa del   presepe. “La tradizione è ‘o presepe” inveiva contro suo figlio, mentre nella sua casa a due passi da Piazza Navona si celebrava la preparazione della Natività. Con   i pastori avvolti nella carta e riposti nelle scatole, protagonisti della festa per almeno tre generazioni. Dopo Natale la situazione si riequilibrava e il vecchio Luca continuava a gustarsi la sua tazzulella ‘e café in piazza della Chiesa Nova a Roma.
Fin da ragazzina mi sono chiesta perché lui, così legato alle sue radici, aveva lasciato Napoli. Devo dire che nessuno seppe mai darmi una risposta precisa. Io provai a ipotizzare che per un uomo che volesse allargare i suoi commerci (era un esportatore di legumi campani) forse la capitale offriva più opportunità. Ma   se questa ipotesi poteva reggere, sia pure con qualche riserva, perché mai far studiare suo figlio al Nord? Perché trasferire tutta la famiglia a Roma?
Luca D’agostino non era un poveraccio. La vita con lui era stata generosa. Non conosceva il dolore della povertà come tutti coloro che dal porto dell’Immacolatella si imbarcavano su una nave. Per andare a giocarsi il destino col sudore della fronte. Eppure lui da Napoli se ne andò. Evidentemente per quel vizio-vezzo tutto partenopeo che “altrove è meglio”.
E dire che i suoi legumi provenivano da Frattamaggiore, da quella sua terra “felix” capace di partorire sapori e odori unici, fantastici!
Oggi é il 40   per cento dei ragazzi partenopei che vuole lasciare Napoli. Come fece don Luca, al quale rimprovero l’aver sradicato capacità e talento. Colpe antiche. Colpe che hanno devastato un senso d’appartenenza a una terra dove il     prezzo pagato è stata l’umiliazione, la fame, l’esilio.
Un discorso superato? No. Perché basta andare al Nord per ascoltare discorsi in cui si parla dei napoletani come dei zuzzerelloni capaci di tutto: furbi, intelligenti ma pronti a fotterti.   Per non parlare di Napoli uguale Maradona-mafia, all’estero, ora Gomorra. Questo “fuitevenne” diffuso non è un banale tradimento. Ma qualcosa di più, di diverso dal passato. E’ un insulto allo straordinario patrimonio di   intelligenza, di creatività, di arte che Napoli ha saputo darci: dalla filosofia alla letteratura, dalla musica alla medicina. E che invece è ciclicamente afflitta da una maledizione: l’autolesionismo.
Dire no alla camorra, recentemente “scoperta” con l’effetto Gomorra, significa oggi più che mai ricordare a questi giovani cos’è Napoli. Ed anche cosa è stata la camorra nelle vene aperte della città, e come si è trasformata nel tempo seguendo l’imput di una società globale che quei messaggi li ha fatti suoi, magari con più “eleganza” di facciata. E perché mai un adolescente di Secondigliano o Ponticelli dovrebbe sentirsi meno di un suo coetaneo del “Grande fratello”, o di uno dei tanti demenziali programmi costruiti ad hoc per il pubblico giovanile? Perché il ragazzo di Casal di Principe non dovrebbe indossare il giubbino griffato “vendendo” la sua anima alla criminalità organizzata in cambio di danaro?
Succede in Campania. Ma succede anche altrove. Il vero male che oggi spinge quel 40 per cento dei giovani a dire “voglio andare via” è l’abbandono. Dello Stato e dei media prima dell’effetto Saviano. I ragazzi che vogliono fuggire non conoscono l’orgoglio di un’identità. E non so quanto questo sia il lato negativo dell’effetto Gomorra.   Si, perché si sentono tatuati un marchio che oggi conosce tutto il mondo per un libro e un film. E vivono la denuncia di un giovane scrittore esordiente come un imput a mollare la presa.
Ripristinare la legalità non è solo una frase da intervento che fa “sinistra”.   Ma un’altra cosa. La libertà della conoscenza. Conoscenza della storia, dei fatti, dell’ humus culturale che non è uno strato di rifiuti tossici. Quei rifiuti sono l’emblema di chi vuole gestire chi ignora. O chi pensa di salvarsi fuggendo.
Dalla propria storia non si fugge mai.   Perché, ripensandoci bene, il mio bisnonno che mangiava sfogliatelle alla Bella Napoli a Roma, sbagliava ad alterarsi ogni volta che arrivava Natale. Il suo presepe se l’era portato dietro, è vero, ma è andato perduto chissà dove. Perché è difficile tramandare, stando altrove, cos’è la cantata dei pastori, i personaggi della natività e il profumo dell’insalata di rinforzo. E allora, cari ragazzi, non commettete l’errore dei nostri padri. A Natale fate il presepe e mangiate gli struffoli che a Roma come a Monza in pochi conoscono. E non sanno cosa perdono!


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 21 Dicembre 2008 @ 17:10

    Da una pregevole rivisitazione emozionale, si concretizzano un’accorata visione di una spietata verità ed una coraggiosa denuncia. Ne scaturisce un contingente vissuto, sentito e meditato, ma anche proiettato, oltre l’evocazione intimistica, verso una necessaria mutazione. Sulla forza delle tradizioni, sulla capacità vitale e creativa della gente, su una maggior coscienza di se stessi, su un’avversione nei confronti di una malavita imperante, su una reazione decisa che poggi pure sull’autostima…, ma anche su una maggiore sostanziale considerazione da parte dello Stato si potrà ripetere il miracolo del risveglio. Ed il miracolo potrà e dovrà restituire all’uomo del Sud la sua vera identità umana, creativa, intellettuale e progettuale.
    Momento riflessivo autentico e sofferto, che incontra il disagio profondo, ma fissa il luogo di un’urgenza per cui mutino una certa condizione ed una non più sostenibile sorte.
    Gian Gabriele Benedetti

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