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LETTERATURA: Oltre Eboli (diario di una vocazione)

1 Dicembre 2007

racconto di Giancarlo Tramutoli

[Gli ultimi romanzi: “La vasca da bagno”, Fernandel, 2001; “Uno che conta”, Manni, 2007]

La prima volta che superai Eboli,   guidavo la mia sinuosa Due Cavalli Charleston rossa e nera, e uscendo al bivio, trovai subito mandrie di bufali… quell’aria esotica e suggestioni da film western che era già desiderio di fuga e di avventura.

Erano gli anni ottanta e andavo a trovare uno dei miei fratelli ad Acciaroli. Quello che mi regalò a 18 anni, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Il primo libro di poesia che mi piacque davvero. Lo trovavo moderno, asciutto, privo di enfasi. Un libro vivissimo fatto da una serie di epitaffi!

Ma la primissima volta, in effetti, accadde molto prima. Nel   giugno 1969. Avevo quasi tredici anni. Andavamo in treno con la famiglia al matrimonio della sorella più grande, a Vietri sul Mare. Eravamo nel golfo di Salerno e mio padre indicando il finestrino ci disse: “Guardate. Quello è il mare!”                

Ecco. Non fermarsi a Eboli significa, per esempio, scoprire il mare. Un mare di possibilità, di percorsi nuovi, di suggestioni, di letture. Scappare dalle angustie contadine dei campi da zappare e dalla cupezza pastorale delle montagne. Dalla miseria e dall’eterno lamento. Dall’aridità delle argille e dalla banalità gialla delle ginestre. Dal fatalismo e dalla rassegnazione. Il mio campo poetico, preferisco coltivarlo con l’humus dell’humour e del paradosso.

Fino a ventanni la poesia, non è che mi era indifferente, ma proprio, la odiavo. Come quasi tutti quelli che l’hanno dovuta sopportare a scuola. Dove la letteratura era una cosa deprimente, noiosa, mortale. Mi piaceva solo Leopardi. Ecco perché ero così pessimista e incurvito ed onanista. Stavo sempre a casa a leggere o a scrivere il mio patetico diario sentimentale.

Potenza, 1976

A un certo punto, però, per un caso veramente strano, mi trovo sulla mia scrivania un libro dimenticato da un amico di mio fratello. Era Juke-box all’Idrogeno: le poesie di Allen Ginsberg. Lo leggo e lo rileggo. All’inizio un po’ scettico. Poi sempre più coinvolto. Rileggo almeno dieci volte la poesia Howl (Urlo) e più la rileggevo, più vedevo aprirsi scenari nuovi, un modo di usare le parole, mai visto prima. La ricchezza di invenzioni lessicali e di visioni potenti. La libertà di parlare di qualsiasi cosa con un’energia trasgressiva che fu per me una vera folgorazione. Quella che mi ha fatto venire voglia di scrivere sul serio. E nell’estate 1979, al festival di Castelporziano, andai a sentirlo Ginsberg e i poeti americani : Gregory Corso, Ferlinghetti, Le Roi Jones, Orlowskj. C’era anche il russo Evtuschenko. E molti spauriti e noiosetti poeti italiani. L’unico vitale mi pareva Dario Bellezza. Tra il pubblico intravidi nel buio un claudicante Moravia che andava via dalla spiaggia, insieme alla Maraini. E fu proprio in un’antologia poetica, nata dal Festival di Castelporziano,   che pubblicai   le mie prime quattro poesie. E pure quella volta, credo che superai Eboli.

Napoli, 1977-1984

Un giorno, nella libreria di mio fratello, trovai una voluminosa antologia di poeti del sud, La poesia oltre Eboli, questo, mi pare, era il titolo. Un sacco di poeti ma… pochissime scintille. C’era questa sensazione di generale opacità. Nulla che mi emozionasse o mi incuriosisse. Ma proprio a fianco a questo librone, scoprii due piccoli e raffinati libri di Vito Riviello. (Dagherrotipo e L’astuzia della realtà). Ancora non lo conoscevo. Doveva essere il 1978-79. Fu il secondo incontro fortunato. Un poeta di Potenza che non si lagna? Che usa l’ironia? Che adora, come me, Totò? Che se pur ha conosciuto Scotellaro e Levi, non mi parla di cose che non mi appartengono, come la cosiddetta “civiltà contadina”. (Già allora mi sembrava si parlasse della civiltà etrusca). Sentivo nella sua scrittura una piacevole aria di città. Aria fresca. Il superamento di un certo neorealismo, anche dignitoso, ma pur sempre stagnante. Mentre Sinisgalli faceva ancora rotolare le monete rosse contro il muro, Riviello (nella poesia La Gita, in Dagherrotipo 1978) faceva esplodere un cocomero nel cielo di Mosca. Nel frattempo era arrivata la Tv, le radio libere, il cinema, i fumetti, i video-clip, gli spot pubblicitari. La ricchezza di tutti questi linguaggi.
 E anche per quanto riguarda la musica, allora sentivo i Pink Floyd, non l’orchestra di Gino Volpe (tra l’altro credo sia stato un precursore della World Music e Peter Gabriel lo avrebbe pure prodotto). Come oggi, preferisco il jazz con le sue infinite varianti, invenzioni, e improvvisazioni all’ossessività martellante delle   mazurke e delle tarantelle tarantolate. Tutto qua.

 Le radici e la memoria, sono importanti, con tutto il rispetto per quello che fu, negli anni ‘50, il mito di Carlo Levi, quello di Rocco Scotellaro, e le sacrosante lotte per la terra. Semplicemente, è un mito che non mi è mai appartenuto. Penso anche solo per ragioni generazionali.   Infatti era mio fratello che ha dieci anni più di me, che negli anni ’70 faceva a teatro (e con un certo gusto sperimentale), L’uva puttanella e i Contadini del sud. Credo che non mi coinvolgesse, già da allora, l’elemento ideologico. Ho sempre pensato che la poesia e la letteratura vengono mortificate e banalizzate dalla vena ideologica. Anche se sentita e appassionata. Credo che la poesia civile sia un puro ossimoro. La poesia, meglio che sia Incivile. Secondo me.

Bisogna lasciare la casa dei padri a una certa età, se si vuole crescere. Bisogna a volte anche odiarli, sbarazzarsene, ripudiarli, per cercare strade nuove. Diventare adulti. Trovare il nostro preciso linguaggio. Solo dopo, li si recupera, magari. Dalla giusta distanza. Storicizzandoli.
(Nel mondo contadino, delle masciare, delle fatture, dei briganti, insomma, nel sud magico demartiniano, c’era pure una suggestione, ma a me non convinceva il LINGUAGGIO usato per esprimerla. A me interessava un linguaggio più ricco, più dinamico, più aperto alla possibilità di sperimentare. Sono cinquantanni che, in Basilicata, non ci spostiamo dalla triade Scotellaro – Sinisgalli – Pierro, con contorno fisso di Isabella Morra).   Per la mia formazione poetica, son stati molto più importanti i cartoni animati della Warner Bros, le strisce dei Peanuts, i film di Totò, le canzoni di De André, le figurine Panini.

  Potenza, 1984-85  

Un’altra esperienza importante in questa conquista di una mia, specifica lingua, fu la fondazione del Gruppo ’90 (con Nico Nappa, Leonardo D’Aria, Biagio Cappa, Cinzia Valentini, Maria Teresa Imbriani e altri), Era il 1984. Creammo un manifesto collettivo di poesia murale, invitammo poeti come Ferruccio Brugnaro, (l’allora famoso poeta-operaio di Porto Marghera), facemmo letture, incartavamo cioccolatini e caramelle con poesie, cercavamo di rendere fruibile (come si diceva allora) e spettacolare la poesia. Toglierle l’ammuffita patina accademica. Fu un momento di scambio e di crescita per tutti, almeno per un anno. Poi ognuno prese la sua strada.

A un certo punto, superando Eboli e arrivando (anni ‘77-‘84) a Napoli   per l’Università, mi sono trovato sul percorso della mia vocazione poetica a conciliare la beat generation col linguaggio ironico e ludico del mio concittadino Vito Riviello. Da questa imprevedibile sintesi, insieme a molte altre letture e suggestioni (Marziale, Catullo, i dadaisti, certi americani atipici come Carl Sandburg, Gregory Corso, Frank O‘Hara, Wiliams Carlos Wiliams, Ezra Pound, E.E.Cummings, e poi Bukowski e i russi Esenin e Majakovski, la semplicità incantevole di Sandro Penna, i calembour di Toti Scialoja e anche i neoavanguardisti del gruppo ‘63, (pallosi ma stimolanti, ti facevano venir voglia di sperimentare), sono arrivato a maturare la “mia” voce. A trovare il mio specifico stile.   Uno stile epigrammatico che mi piace definire malin/comico. Cercando di usare insieme humour e pathos. Che quando mi riesce, è una specie di piccolo miracolo.

Così, quella volta   – tutte quelle volte –   credo, davvero superai Eboli.

P.S.
Associo la “civiltà contadina” all’eterno lamento, alla miseria, alla cupezza.
Io mi muovo in un campo che è coltivato a ironia, paradosso e humour.
Cerco un tono credibile. E per farlo devo essere spesso autoironico.
Ovviamente mi interessa molto anche l’emotività: far ridere o far piangere. Senza essere però lagnoso. Infatti credo che Humour e Pathos, siano compatibili. Come l’invenzione con l’ispirazione.
Sentimentale ma non sentimentaleggiante. Usare il pathos senza diventare patetico. Essere comico ma anche, se mi riesce, struggente. Mi sento, insomma, un tipo MalinComico.

* * *

A proposito di calembour e di come spesso vengono sottovalutati o trattati come semplici battute o freddure prive di profondità o di contenuti. Tipico della nostra seriosissima tradizione accademica.
Penso a uno dei più celebri non-sense di Totò, giocato sul semplice ribaltamento di una frase fatta o di un proverbio. Ogni limite ha una pazienza. Pensate a come l’originale Ogni pazienza ha un limite risulti banale, scontato nella sua accezione letterale. Trattasi di un semplice scatto di nervi. Materia legata alla neurologia o alla schizofrenia o alla mancanza di   self-control o   anche a legittima insofferenza per la legge del dalli e dalli e si scassano pure i metalli.
Invece, il grande Totò, con un semplice ribaltamento fa diventare l’ovvio un sublime non-sense, che come spesso capita ai non-sense, ha una, sia pur paradossale, maggiore capacità di senso.
Il limite che ha una pazienza diventa quasi un concetto filosofico. Pare una frase   da buddismo-zen, richiama suggestioni profonde che riguardano l’esistenza, lo stile di vita, una intera visione del mondo. Un’affermazione saggia. Il concetto di limite come idea paradossale di libertà. Se scegli bene i tuoi limiti avrai la giusta pazienza per affrontare il caos della tua vita.


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4 Comments

  1. Commento by felice muolo — 5 Dicembre 2007 @ 17:31

    Inutile dire che lei è un poeta/scrittore genialaccio. Unico e raro. Non può ironizzare/raccontare/riassumere le sue vicende editoriali? Il salto 2001-2007 da Fernandel a Manni? Come collega, sarei interessato a conoscerle. Grazie.

  2. Commento by GiancarloTramutoli — 5 Dicembre 2007 @ 18:29

    In breve. A Fernandel non era piaciuto (dopo La vasca da bagno) il mio secondo romanzo, Uno che conta. Dopo aver pubblicato Versi pure, grazie (poesie) con Manni, ho proposto poi anche il romanzo che a loro è piaciuto. E adesso, il dramma (o la fortuna) è che hoi cassetti vuoti (a parte un po’ di poesie inedite o pubblicate direttamente su qualche blog). Sto sospeso. Mi piacerebbe scrivere un terzo non-romanzo e pubblicarlo entro i prossimi cinque anni. Intanto mi diverto con una rubrica (La Lampadina) di aforismi, epigrammi sull’attualità, che esce in prima pagina su Il Quotidiano della Basilicata.
    Ciao.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 5 Dicembre 2007 @ 18:51

    Ricordati Giancarlo che Parliamone ha aperto una sezione dedicata al Romanzo a puntate (ora c’è in corso il romanzo proprio di Muolo). Quindi, quando sarà il momento e vorrai, lo spazio è aperto per quelli bravi come te.

  4. Commento by felice muolo — 6 Dicembre 2007 @ 10:19

    Grazie per il chiarimento. E’ andato quindi tutto liscio. Sospettavo di tribolazioni che speravo riferisse con ironia e acre godimento. Come naturalmente sa, i rapporti di sempre tra scrittori ed editori ne registrano a bizzeffe.
    Saluti.

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