racconto di Gian Gabriele Benedetti
[di Gian Gabriele Benedetti: “Paese”, Lalli Editore, 1986]
Rotta stabilita, sempre uguale, sempre la stessa, la via di sassi strozzata e sghemba, simile a scherzo di bambino. La inghiottiva il paese, ed inghiottiva le nostre corse, le grida, l’ansimare, le stagioni fragorose…
Bucavano le scarpe malandate pietre aguzze, o sanguinavano i piedi scalzi.
Rincasava solenne e silenziosa la donna con la secchia sopra il capo, veste lunga, scuro scivolare, e volto d’anni seminascosto.
E scricchiolava il carro sulla ghiaia alla cadenza monotona e sudata d’un mulo vecchio, e faticava il carrettiere con le mani sulla sponda e la mente altrove.
Campi minuti, quasi sminuzzati, e poggi a bocca aperta, arcigni, intorno allo stridore dell’estate.
Ombre di querce, smisurate, guglie di cipressi ad azzannare pura la luce e qualche gelso ad annerire alla calura.
Occhiata grigia il contadino, attaccata alla terra a battere la zolla sempre più restia. Il contadino dalle parole scarne, che dicevano solo del raccolto magro o del tempo avaro o delle ossa fracassate dal lavoro.
Tranquille quattro mucche in mezzo al prato breve, quasi secco e magro, grandi laghi gli occhi sul morbido muso a riflettere limitate realtà.
E lassù le montagne alte mille e mille leghe sopra il mondo stretto, alte come la nostra fede, a forare un cielo, un unico cielo luccicante ed a nascondere cento sorgenti o ululati lunghi di lupi. La poiana, in volo tardo, calcolato, a sbattere a tratti il bruno delle ali e le rondini a danzare ed a confondersi col suono delle piccole campane di paese.
E la gente, la buona gente dal disabitato sguardo della rassegnazione, sguardo di stagno, dove posano le anitre selvatiche, prima dell’inverno…
E ora noi, noi persi con l’anima a brandelli a ricercare quanto non ha più casa ed è solo nella pagina dei ricordi.
La strada strozzata e sghemba si annulla ancora nel paese, nel paese del nulla e del silenzio maledetto.
E noi ormai lontani, ridotti alla comune, unica lingua della memoria, un percorso dal colore della pioggia, gravido di nuvole, duro, duro di pietre.
Questa è la visione, che a poco a poco sfuma dentro alle pupille ed è strazio nel cuore, col sapore dei sassi aguzzi dell’antica via, della via della fatica, della via dell’illusione-delusione, stesa a bucare le scarpe logorate o a ferire i piedi nudi, ed a negare ogni altra aurora. Mentre sempre più ruggine fiorisce e il vento indifferente sale a disperdere anche l’ultima cenere.