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Rivista d'arte Parliamone
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LETTERATURA: Quel profumo ignoto

13 Luglio 2010

di Lorenzo Spurio
[La rivista dĂ  il benvenuto al nuovo collaboratore]

Stava appena uscendo di casa per andare al lavoro quando, al telefono, le comunicarono che sua madre stava per morire. All’altro capo del filo, un uomo si disse costernato e dispiaciuto per il fatto che le condizioni di sua madre si erano irreversibilmente aggravate.

La donna stava spirando. Stefania chiuse la chiamata con un forte nodo alla gola e si affrettò per dirigersi all’ospedale con la speranza di poter riuscire a vedere sua madre ancora in vita.

Percorrendo la strada a piedi verso l’ospedale, poichĂ© si trovava molto vicino alla sua
abitazione, si sentì particolarmente strana e fu colta da una gradevole ondata di profumo che un passante sul marciapiede le aveva gratuitamente diffuso. Quell’odore le ricordava qualcosa, le piaceva. Forse le ricordava qualcuno. In quel breve frangente di tempo Stefania si era per un attimo dimenticata il motivo per il quale stava passeggiando di fretta. Doveva correre da sua madre, stava morendo.

Appena quel profumo si diffuse nell’aria e non fu piĂą possibile percepirlo, ricordò subito
che doveva affrettarsi. Cercò di correre ma le fu assai difficile poichĂ© il marciapiedi era pieno di anziane che andavano ad un’andatura lenta e morbida, appena uscite dal limitrofo mercato generale. Tentò di velocizzarsi ma le riuscì solo di saltellare qua e lĂ . Seguì saltellando così illudendosi che in questo modo avrebbe tagliato le distanze. Ad un certo punto sentì che cominciava a sudare, soprattutto sulla fronte, per lo sforzo che aveva condotto fino a quel momento. Intanto, era ormai giunta nella piazzuola antistante ai Giardini della Rocca; l’ospedale era dall’altro lato.

Si precipitò (ora non più saltellando) presso il passaggio pedonale più vicino. Anche qui,
molte anziane signore attendevano di oltrepassare la strada forse per andare anche loro all’ospedale a trovare qualche parente, o forse solamente per recarsi alla Panetteria Giuliodori che si trovava nell’angolo della strada dell’ospedale.
Si accese il verde per i passanti e Stefania, assieme al gruppo di signore, attraversò la strada.

Era finalmente giunta all’ospedale. Entrò, all’ingresso chiese ad un omino di mezza statura della hall dove era ricoverata sua madre, la signora Maria Giulia. Se l’era sempre promesso a se stessa (e l’aveva sempre assicurato a sua madre) che sarebbe andata a trovarla all’ospedale da quando vi aveva fatto ingresso dopo la scoperta di una malattia tumorale circa un mese prima, ma cosi non era stato. Per questo ora che sua madre stava morendo in una camera d’ospedale lei non sapeva dove trovarla. Non se ne vergognava di questo, infondo pensava che era successo tutto troppo velocemente e non era colpa sua se alla fine non sarebbe riuscita a vedere sua madre per l’ultima volta in vita.

La signora Maria Giulia era venuta a conoscenza del suo tumore al fegato solo in seguito ad una visita medica due mesi prima. Aveva cercato di nasconderlo ai figli, ma poi non le era riuscito di sopportare per molto il grosso peso che si portava addosso e l’aveva confidato loro. I figli erano rimasti attoniti ed increduli e subito si erano attivati per far seguire alla madre una terapia d’urgenza. Non era servita a molto, la sua malattia progrediva giorno per giorno, ogni cura sarebbe stata tardiva ed inefficace.

L’omino della hall le aveva detto che la stanza in cui trovare la signora Maria Giulia. La
stanza 35. Subito, Stefania si affrettò e corse verso il lungo corridoio illuminato dove erano disposte tutte le stanze. All’inizio del corridoio notò la statuetta dorata della Vergine con in mano il bambino e le sembrò che la Vergine volesse dirle qualcosa con il suo sguardo.

Proseguì, entrò nella stanza e non vide sua madre. Nella piccola stanza alcune giovani
infermiere stavano operandosi per cambiare le lenzuola del letto e sistemare la stanza.

Subito si avvicinò ad una di esse e chiese di sua madre. L’infermiera, con tono pacato le disse che non era tenuta a dare informazioni sui pazienti a meno che non si trattasse di parenti molto stretti.

Stefania rispose che era la figlia. L’infermiera sembrò titubante ed incredula e le disse che non sapeva che la signora Maria Giulia avesse una figlia, dato che da quando la signora aveva fatto ingresso all’ospedale nessuno, eccetto il figlio Renato era andata a trovarla.

Stefania sembrò irritarsi e le chiese quasi in tono minaccioso di farsi dire dove era sua madre. L’infermiera le disse che sua madre era stata condotta d’urgenza circa un paio d’ore prima (quando qualcuno si era incaricato di telefonarle a casa) in sala operatoria per l’aggravarsi delle sue condizioni. Disse che piĂą di questo non sapeva e che non era compito suo dare certe informazioni.  

L’infermiera la condusse nella stanza antistante alla sala operatoria dove alcuni medici, secondo il paese i piĂą bravi della zona, cercarono di fare l’impossibile, tanta era la gravitĂ  della malattia. Dopo circa pochi minuti che attendeva seduta nella stanzina antistante la sala operatoria, le porte bianche si aprirono. Dapprima uscirono due ragazzi in camice verde, poi un’infermiera. Nessuno dei tre si fermò a parlare con Stefania e nemmeno lei chiese loro qualcosa. Infine uscì il dottore, o piĂą probabilmente il chirurgo, parlò con un’infermiera la quale gli disse che quella seduta li di fronte a lui era sua figlia.

Il dottore Girolami, da tutti ritenuto luminare nel suo settore, dopo due ore di duro lavoro non ce l’aveva fatta. La malattia di Maria Giulia era degenerata in maniera molto veloce e violenta annientando giorno dopo giorno gli altri organi vitali. La donna era morta. Il dottore si avvicinò a Stefania e le confidò la triste veritĂ . Stefania ascoltò il dottore che le parlò della difficile operazione e delle complicazioni intervenute senza battere ciglio, nĂ© piangere. Poi si recò nella sala operatoria dove sua madre l’attendeva.

Entrando nella sala operatoria la prima cosa che le balzò alla mente, prima ancora di vedere il corpo senza vita di sua madre, fu come la scienza si fosse sviluppata cosi velocemente nei decenni da generare strumenti ed apparecchiature tanto strane e complicate ma allo stesso tempo utili e imprescindibili.

Quest’idea scivolò via ben presto dalla sua mente non appena, entrando, un’infermiera le appoggiò una mano sulla spalla come conforto. Sua madre era disposta su un lettino bianco stretto e lungo, qualcuno aveva provveduto a sistemare la donna in modo che le braccia non le ciondolassero ai lati del lettino. La signora Maria Giulia era coperta da un lenzuolo fino e verde sino al collo, la sua faccia era ancora calda. Stefania si avvicinò e fece per baciarla sulla fronte quando sentì un forte odore buono e denso che riconobbe essere lo stesso di quella mattina.

Si staccò da sua madre di scatto quasi impaurita, poi capì dentro di sé che quella era stata solo una sensazione che non rispondeva alla realtà. Si avvicinò di nuovo alla testa della madre e le diede un bacio sulla fronte. Solo allora, per la prima volta si accorse di quanto aveva sofferto sua madre in quel periodo: sul volto non solo rughe e pieghe della vecchiaia, ma segni di un dolore profondo, prolungato e spietato.

Ringraziò l’infermiera per l’attenzione e la vicinanza mostratagli e uscì dalla sala.
L’infermiera le disse che Renato, suo fratello, sarebbe giunto all’ospedale appena possibile in quanto era fuori cittĂ  per lavoro e non era riuscito a giungere subito. Ringraziò anche per questa informazione e lasciò l’ospedale.

Pensò che suo fratello si sarebbe incaricato di sistemare tutto circa il funerale e la sepoltura della madre, cosi come era stato con il padre cinque anni prima. Uscendo dall’ospedale mettendo le mani nella sua borsa per prendere le sigarette toccò il cellulare e subito si mise a telefonare al collega del suo ufficio per scusarsi di non essere andata a lavoro quella mattina e di non averlo avvertito.

Stefania si scusò e disse che era appena morta sua madre. Il collega capì la situazione difficile di Stefania e le disse di non preoccuparsi e di poter restare a casa quanti giorni avesse voluto. Le rispose che il giorno dopo sarebbe ritornata a lavoro ed chiuse la chiamata.

La morte della madre per Stefania era stato un semplice avvenimento di quel giorno cosi come lo era stato alzarsi la mattina, farsi la doccia e fumare una sigaretta. Si ricordò invece che quella mattina era uscita cosi frettolosamente da casa che vi aveva dimenticato il maglioncino, e per questo ora sentiva freddo.

Non aveva voglia di ritornare a casa e concludere cosi la giornata, decise quindi di entrare in una caffetteria. Si sedette al tavolo e chiese un cappuccino ed una pasta. Il cameriere arrivò al suo tavolino con un grande vassoio rosso bordato d’oro e le servì quanto aveva richiesto.

Mentre stava mordendo la brioche le suonò il cellulare. Rispose. Era Renato. Suo fratello le chiese un po’ irritato dove si trovasse in un momento cosi particolare e difficile per la famiglia. Stefania aveva risposto che era stata appena in ospedale dove aveva parlato con dei dottori e si era fermata un po’ a vegliare sua madre. Renato sembrò molto irritato e chiuse la chiamata senza salutarla. Era sempre stata cosi per ogni cosa, sia per le cose importanti che per quelle meno serie lei non prestava attenzione alcuna, nemmeno se si trattava della morte della madre.

Mentre Renato e sua moglie Paola in ospedale si interessavano delle pratiche necessarie per il trasporto, la vestizione e la ricomposizione della defunta, Stefania terminava di mangiare. Uscita dal bar si sentì quasi in colpa per essersi comportata cosi con suo fratello ma soprattutto con sua madre. Non aveva fatto nulla che non andasse secondo lei, quello era sempre stato il suo atteggiamento e sicuramente provava dolore per la morte della madre, ma non riusciva a fare più di questo.

Uscendo dal bar e ormai intenzionata a tornare a casa prese la strada che passa di fronte alla Chiesa rossa cosi nominata per il colore del suo marmo. Vicino alla bacheca della chiesa due manifesti mortuari ricordavano la recente scomparsa di sua madre. Renato si era occupato anche di questo. Stefania continuò a camminare.

Giunta nell’atrio del suo appartamento, una vicina le si avvicinò piangente e costernata.
Stefania la ascoltò. La donna si disse addolorata per la morte della signora Maria Giulia, che era sua amica e le fece le sue condoglianze. Solo in quell’istante capì che qualcosa non andava: tutti erano tristi e stavano celebrando la scomparsa della madre mentre lei era occupata in attivitĂ  prive di senso in un momento come quello.

Salita al suo appartamento si sedette nella poltrona e, quasi al buio, si sforzò di pensare a sua madre. Non le veniva niente. Non le venivano alla mente ricordi della madre, parole dette da lei, un’immagine, una foto. Niente. L’unica cosa che le ritornava alla mente e che non sapeva come spiegare era perchĂ©, avvicinandosi alla madre defunta, aveva sentito quel buon profumo ignoto e fragrante.

Jesi, Settembre 2008


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Quel profumo ignoto — 13 Luglio 2010 @ 14:37

    […] Per approfondire consulta articolo originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Quel profumo ignoto […]

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