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LETTERATURA: Quella peste nera che trovò rifugio nel Sudamerica

21 Maggio 2013

di Seia Montanelli
(dal “Corriere Nazionale“)

E’ l’Argentina degli anni ’50, cupa terra di nessuno in cui molti cercano di riciclare se stessi, a fare da sfondo al potente libro d’esordio del francese Vincent Devannes, paragona- to a Martin Amis e Jonathan Littell, e tradotto in Italia da Camilla Diez per la coraggiosa casa editrice abruzzese Neo edizioni, “L’uomo che viaggiava con la peste”. Sono gli anni dell’operazione Odessa, ossia del piano di fuga e salvataggio delle gerarchie delle SS, ideato all’indomani dello sbarco in Normandia quando era ormai chiara a quasi tutti la disfatta del Reich: nascondere in Sudamerica i gerarchi in fuga con nuove identità e un passato del tutto ripulito. Su una delle numerose navi in arrivo dall’Europa, sbarca in Argentina anche il misterioso protagonista del romanzo di Devannes, accolto da personaggi poco raccomandabili che gli consegnano una nuova esistenza come Albert Dallien: praticherà aborti in una casa di malaffare, ma poi la sua posizione si eleverà, più per la sua tendenza a non agire e reagire che per spirito di iniziativa, anche per via di sconosciuti spinti dalla fama oscura legata al suo passato: nodo che non viene sciolto del tutto dall’autore che anzi intorbidisce le acque sempre di più, ricorrendo anche a una narrazione spesso sincopata, cosicché Albert che niente racconta di sé nonostante sia la voce narrante della storia, quasi non distingue verità e finzione: «Non so più se ho fatto Dallien a mia immagine e somiglianza o se è lui che mi ha completamente assorbito », forse perché è anche più comodo per la coscienza dimenticare cosa è stato davvero. Mentre si lascia trascinare dagli eventi la Storia lo prende quasi in ostaggio e avrà addirittura un ruolo nell’epica di Che Guevara, nella ditta- tura peronista, nello spionaggio americano, nel narco-traffico. Partecipa ai maggiori eventi della vita sudamericana ma non prende mai posizione, ancorato a un passato oscuro che gli è capitato di poter dimenticare e uno altrettanto discutibile che si è trovato a costruire ex-novo in Argentina. La peste del titolo è quindi metafora del male, ma anche del- la memoria e del passato che incombono, e della menzogna che si impone sulla verità e diventa vita e futuro.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart