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LETTERATURA: Quello continuava a raccontare

11 Maggio 2011

di Lorenzo Spurio

Quando la polizia arrivò l’assassino se n’era già andato. Forse. Aveva lasciato sul pavimento una lama insanguinata e due corpi. Qualcuno aveva chiamato la polizia.   Una signora sulla cinquantina dai capelli corti con dei colpi   di sole giaceva a terra in una posizione strana. Più che morta sembrava che stesse morendo in quel momento. Aveva la testa completamente a contatto con il pavimento, il corpo era lievemente rialzato ed aveva una braccio allungato come ad implorare aiuto. Della sua mano ciò che mi risaltò subito all’occhio fu un suo anello che conteneva una pietra verde. Pensai che quell’anello forse avrebbe valuto almeno cento euro. Guardando più attentamente la donna, delle copiose macchie di sangue sulla sua maglietta facevano capire ciò che era appena avvenuto. Pochi minuti prima il coltello che ora giaceva a poca distanza dal suo cadavere aveva perforato le sue carni ed aveva fatto conoscenza con le sue viscere. La donna era stata colpita a morte in più punti della schiena, pensai che il killer fosse della tipologia descritta ai telegiornali: persona gentile e riservata, ragazzo per bene – magari psicologicamente labile – che aveva avuto un inspiegabile raptus omicida. In certi punti della maglia della donna il sangue sembrava raggrumarsi e assumeva una colorazione scura, violacea e poi tendente al nero. Non avevo mai visto tanto sangue per cui rimasi abbastanza scosso. Allo stesso tempo non riuscivo a fare a meno di guardare quel corpo dilaniato. Sapevo che nel mondo la gente poteva raggiungere un livello di cattiveria inestimabile anche per motivi effimeri tuttavia non riuscivo a capire perché questo doveva necessariamente connettersi con lo sgorgare del sangue.

La polizia ci obbligò ad allontanarci dai cadaveri probabilmente per non inquinare la scena del crimine sebbene fosse lampante che nessuno di noi, audience del macabro, aveva avuto parte attiva nella vicenda. Un anziano signore si affrettò a spiegare, in maniera convulsa, quanto era accaduto. L’agente lo ascoltò senza appuntare niente sui fogli che teneva in mano. Gli agenti decisero di far chiudere le porte d’entrata dell’edificio affinchè nessuno uscisse prima degli accertamenti degli inquirenti. Pure era possibile che il killer si trovasse ancora in qualche stanza dell’edificio. Oltretutto era possibile che si fosse recato ad un piano superiore nel quale mi trovavo uccidendo altre persone. Niente poteva essere escluso. Il grande orologio appeso alla parete sembrava rallentare il suo scorrere; lo guardai più volte in poco tempo e vidi che era sempre la stessa ora. Le lancette scorrevano ritardate mentre il sangue della donna si raggrumava velocemente. Quando si diffuse la notizia che le porte dell’edificio erano state prontamente serrate, per impedire l’eventuale fuoriuscita dell’assassino, alcune donne cominciarono a lamentarsi dicendo che dovevano andare a prendere i loro figli a scuola. Un’altra donna, che si trovava non lontano da me, la vidi aprire frettolosamente la sua borsetta per cercare qualcosa. In quel clima criminoso mi venne alla mente che stesse estraendo un coltello o una pistola. Sentii aumentare il mio battito in maniera esponenziale fin quando mi resi conto che la donna aveva preso dalla sua borsa una piccola boccetta di vetro, l’aveva aperta e se ne era versata in bocca alcune gocce. Capii che si trattava di una donna ansiosa o tachicardiaca e che aveva assunto qualche gocce di medicinale per cercare di allentare la sua preoccupazione, stare calma e non lasciarsi sopraffare da quella vicenda. Agitò in maniera veloce e frenetica la boccetta in bocca. Mi sembrò una pazza schizofrenica. Ritornai a guardare il cadavere della donna con i colpi di sole. Non era cambiato nulla. Giaceva nella sua posizione sghemba con il braccio allungato per reclamare pietà o semplicemente per invocare un qualche dio.

Un agente mi passò davanti oscurandomi per un attimo il cadavere della donna e si inginocchiò senza toccarla. Afferrò il coltello insanguinato e lo depositò in un sacchetto di plastica trasparente. Altri agenti andarono a ispezionare gli altri piani. La donna delle gocce si toccava meccanicamente i capelli come fosse un automa. Se avesse continuato in quella maniera probabilmente si sarebbe staccata intere ciocche di capelli.

L’anziano signore, particolarmente loquace, aveva cominciato a narrare la sua versione dei fatti ad un altro agente. Penso che si sentisse particolarmente protagonista della vicenda e che magari il suo temperamento narcisistico lo portasse a comportamenti come quello. L’agente che lo ascoltava mi parve parecchio preoccupato e perplesso. Probabilmente anche per lui era la prima scena del crimine a cui stava lavorando.

Tutte le altre persone erano completamente zittite, attonite e impaurite. L’orologio continuava a girare lentamente. Le lancette sembravano timide. Forse anche loro erano rimaste impaurite da quanto era successo sotto i loro occhi e ora trovavano difficoltà a comportarsi come se niente fosse accaduto.

Ad un certo punto gli agenti che si erano recati ai piani superiori ritornarono. Il killer non era stato trovato. Nei piani superiori nessuno aveva sentito né si era reso conto dell’amara vicenda accaduta nel piano inferiore. Di sopra, pensai, gli orologi continuavano a scorrere regolarmente.

Dall’altra parte del corridoio giaceva un’altra donna. Era più giovane dell’altra. Aveva i capelli lunghi e un paio di scarpe sportive blu che mi piacquero molto. Anche lei era stata accoltellata ma, a differenza dell’altra donna, aveva opposto resistenza al suo assalitore poiché aveva una mano completamente tagliata, perforata, incisa dalla lama. Lei non era stata colpita alle spalle ma di petto ed aveva avuto l’occasione di difendersi. Non era servito a nulla. Aveva un corpo molto esile e il killer l’aveva sopraffatta in pochissimo tempo. Il suo corpo era schiacciato contro il muro e i suoi capelli lunghi scomposti le coprivano parte del volto. Le sue scarpe, al contrario, erano in bella vista. Si trattava di un paio di Nike blu   di un nuovo modello, con una sfumatura bianca verso la punta. Erano molto lucide, sembravano nuovissime. Cercai di ipotizzare quanto le avesse pagate quando, ad un tratto, mi sentii afferrare per un braccio. Ebbi molta paura, non sapevo chi poteva aver azzardato una tale mossa nei miei confronti. Mi girai di scatto e vidi la donna delle gocce. Fingendo di non averla vista precedentemente le chiesi che cosa volesse. Lei non rispose subito poi, quando le chiesi se tutto andava bene, mi rispose farneticando una risposta sottovoce che non riuscii a sentire. Le chiesi di ripetere. Stavolta incrementò il tono della sua voce. Parlava balbettando, incespicando continuamente tra le varie sillabe che compongono le parole italiane. Mi disse che si sentiva molto male in quella situazione e che stava per svenire. Mi fece doppiamente pena tuttavia mi restò difficile capire perché avesse scelto proprio me per quel tipo di confessione. Forse semplicemente perché ero una delle persone che le stava più vicino. Di fronte avevo due cadaveri, due corpi di donna trucidati dalla mano di un killer e di fianco una donna preoccupata, schizzata, lesa nella parola. Le dissi di stare calma perché in breve tutto si sarebbe risolto e ci avrebbero lasciato andare. Fece una mezza smorfia e non tornò a rivolgermi la parola.

Quando per gli inquirenti la vicenda era stata ricostruita abbastanza bene, ci lasciarono andare. Scorsi sul viso della donna delle gocce una certa soddisfazione e fui contento per lei. Quando lasciai l’edificio gli agenti stavano parlando tra di loro e stavano fotografando la scena del crimine. L’anziano uomo continuava nella sua descrizione meticolosa dell’accaduto. Uno degli agenti mi parve particolarmente annoiato dalla sua descrizione cronachistica, un poco romanzata. I corpi freddi sul pavimento non erano stati toccati ne mossi. Le lancette dell’orologio continuavano a scorrere in un modo oleoso e affaticato.

Quella sera al telegiornale parlarono dell’accaduto e in un breve ripresa che venne mandata in onda potei riconoscere l’anziano che parlava con gli agenti. I corpi erano stati ricoperti con un lenzuolo bianco. Da uno di essi fuoriusciva in parte la mano distesa della donna, come se facesse il saluto romano. Non riuscii a scorgere l’anello con la pietra verde.

lorenzo.spurio@alice.it


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1 commento

  1. Commento by Carlo Capone — 13 Maggio 2011 @ 00:53

    “Quando la polizia arrivò l’assassino se n’era già andato.”

    per me questo è un grande incipit. Cioè è evidente che l’assassino non si faccia mai  trovare sul luogo del delitto (vedi i casi di cronaca nera recenti) ma   sottolinearlo è un segno di efficacia. Mi ha colpito, più del resto dcel racconto.

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