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LETTERATURA: Se fossi…

26 Marzo 2008

di Matteo Ongari      

Il racconto è stato scelto per la raccolta edita in questi giorni da Giulio Perrone Editore dal titolo “La Donna, vista da lui e vista da lei”.

Mia nonna Ulderica è stata, in assoluto, la donna che maggiormente mi ha sopportato.
E non perché lo abbia fatto per un lasso temporale ampio; da quel punto di vista mia moglie risulterebbe vincitrice senza avversarie.
Mia nonna è stata sempre paziente, affabile direi, anche se ero un bambino irrequieto. La sua colpa, se così possiamo definirla, è stata quella di abitare nella mia stessa casa. Ce l’avevo attorno ogni santo giorno e, pur essendo armata di pazienza, ogni tanto avrebbe dovuto ribellarsi alle mie angherie.
Subiva i miei dispetti con grande rispetto, quasi mi considerasse un degno avversario da onorare. Io, a quel che mi ricordo, non perdevo occasione per metterla a disagio, in cattiva luce. Dal pizzicagnolo, dando segni d’intemperanza, le sferravo calci negli stinchi, di punta, appena sopra i polpacci che teneva nascosti in spesse calze color carne, ogni qual volta non soddisfaceva i miei capricci – in genere si trattava di acquistare caramelle o gomme americane – o perché semplicemente mi stufavo e volevo tornare a giocare.
Lei rimaneva impassibile, come quando la disturbavo mentre tirava la sfoglia con la cannella e le scrivevo, per dispetto, parole sgrammaticate sul bordo dell’asse da pasta. Per non parlare di quando le rispondevo in maniera sguaiata oppure la scansavo in malo modo, anche se era di corporatura ben piazzata, sfrecciando a tutta velocità per il mulino con i pattini.
Una cosa condividevamo, d’estate. Quando c’era molto caldo, invece di cenare nel chiuso della cucina, lei si portava una scodella di roba e andava a sedersi alla base del monumento, in piazza. Era il suo modo di rilassarsi, là piantata nella penombra dell’imbrunire, con la compagnia delle cicale e del barbiere che le si appostava accanto per ciarlare. Prima che s’oscurasse e le zanzare uscissero a pungere la raggiungevo e me ne stavo appollaiato sopra loro, a due gradini dalle incisioni dei caduti della grande guerra, a godermi l’aria che si inumidiva.
Ciò che mi viene alle narici adesso è il suo odore; non propriamente profumo femminile, intenso o dolce, ma semmai un tanfo da anziano, un puzzo che ho ritrovato spesso nelle persone attempate. Una cosa che assomiglia all’afrore stantio mescolato col sudore umano.
L’aria che si respira in ricovero, per intenderci.
Di mia nonna mi resteranno impressi i grandi occhiali quadrati, le minuscole pupille accese, due spilli nella tavolozza sbiadita che era il viso, i capelli scuri sempre bisunti e i grembiuli, immancabilmente di colori bui, che portava legati in vita.
A dir la verità ne avevo un’altra di nonne: la madre di mia mamma. Ma lei, Maria si chiamava, la vedevo raramente perché abitava sola col nonno in una contrada. Dogana, si chiamava quel rione. Non era lontano da casa nostra, ci andavo spesso a giocare con un mio compagno. Evitavo però di passare sempre a trovarla perché l’aura della loro abitazione – soprattutto l’angusto e buio corridoio che univa il lato posteriore all’ingresso – mi appariva inquietante, di una solitudine impressionante.
Maria era più dolce e rabbonita rispetto a Ulderica, ma forse era un’impressione dettata dal poco tempo che le trascorrevo assieme. Probabilmente non subiva l’esasperazione di vivere coercitivamente giorno e notte con una teppa come il sottoscritto. Aveva creato, Maria, una vera e propria discendenza femminile, partorendo quattro figlie femmine. Nessun erede per la stirpe del nonno.
Una mia zia, la prima, è morta di tumore quando ero un bambino. Ho poche immagini sue, salvo le foto sui ritagli dei necrologi; mi sovviene una volta in cui andammo a farle visita all’ospedale, un viaggio lungo, e lei era magra, cerea e sofferente.
Un’altra zia si è persa di vista seguendo il marito, fornaio, nella provincia limitrofa. Là si sono stabilizzati, hanno aperto panetteria e alimentari e fatto discendenza.
L’ultima zia e mia madre sono gemelle. Quando mio padre è stato male, veniva lei a svegliarmi per la scuola e, benché le riconoscessi a occhio, appena aprivo gli occhi e la guardavo incorniciata nel rettangolo assolato della finestra mi sembrava proprio che fosse mia mamma. O forse era talmente forte il desiderio di una madre, assente, che la materializzavo ovunque.
La zia gemella aveva due bambine; poi c’erano le figlie dell’altra zia morta, già grandicelle a quel tempo. Passavo molto tempo con loro.
Me ne stavo tranquillo in un angolino a sentire i discorsi delle adulte; facevo fatica a scherzare con le cugine, anche con Marisa che aveva due anni più di me. Ammiravo il loro modo di giocare, la fantasia che mettevano nell’argomentare storie di bambole e pupazzi, così come m’incantavano la pacatezza dei discorsi delle donne sedute attorno al tavolo. Molte volte intanto che chiacchieravano non perdevano occasione per lavorare ai ferri.
Da allora, magari perché ogni ritrovo di famiglia era un’incontro speciale tra donne, ho fatto fatica a legare con le ragazzine. Sia a scuola quanto in paese ho sempre avuto la tendenza a familiarizzare e rinsaldare amicizie di puro stampo maschile. Evitavo le compagne, ma cercavo la maniera per uscire dalla massa e farmi ammirare, una sorta di compensazione per quanto trovassi superiore l’emisfero femminile.
A distanza di anni posso affermare che nulla è cambiato. Le donne sono la maggioranza del mio breve universo, io che non ho mai avuta una sorella ma che tanto l’ho desiderata.


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