Ma sa che è proprio una bella trappoletta quella che ha sulle ginocchia? E’ un computer, vero? Come dice? Un lap-top Zenith, ho capito. E’ grande come una macchina per scrivere portatile e deve pesare all’incirca lo stesso. Quanto? Sei chili? Eccezionale. Si porta in giro senza problemi, immagino. E’ proprio un bell’oggetto. Non ne avevo mai visti così. Ho avuto a che fare con uno di quei cosi, in passato, ma era il 1979, quattordici anni fa, ed era molto diverso da questo. Io però l’ho distolta da quello che stava facendo. Mi scusi, la prego, sono proprio un maleducato, ma vedere quel computer mi ha fatto ripensare a quando stavo davanti al mio, e infilavo numeri su numeri dentro quella macchina vorace… Quanto tempo mi ci è voluto! … No, non lo usavo per il mio lavoro. Si trattava, come dire, di un progetto collaterale… E’ una storia che mi piacerebbe raccontarle, ma vedo che lei ha da fare, è da quando è entrato nello scompartimento che smanetta su quella tastiera e non voglio farle perdere tempo. Come dice? Non sta facendo niente di importante e lo ha acceso solo per vincere la noia di un lungo viaggio in treno? Be’, in questo caso…
Mi dica, ha mai giocato d’azzardo, lei? Probabilmente sì. Almeno un pokerino tra amici l’avrà fatto; forse sarà anche andato al casinò, qualche volta. Sono esperienze normali. Per me, invece, è diverso. Il gioco d’azzardo ha segnato la mia vita. Al tavolo verde mi sono mangiato un patrimonio, come si diceva una volta; meglio: me ne sono mangiati due, perché dopo aver dilapidato il mio mi sono giocato anche quasi tutto quello di mia moglie.
A un certo punto, però, ho smesso, anche se ormai era tardi, troppo tardi per molte cose. E per uno strano capriccio del caso, quello stesso gioco d’azzardo che m’aveva rovinato mi ha poi permesso di sopravvivere. Sì, perché quando ho smesso di giocare ho fatto il croupier nei casinò di mezzo mondo, e in seguito ho anche ricoperto incarichi direttivi in alcuni dei più importanti. Sono passato dall’altra parte della barricata, come si suol dire, e per oltre trentacinque anni, fino a pochi mesi fa, quando sono andato in pensione, è stato il vizio degli altri a darmi di che vivere.
Mi sono chiesto spesso perché tanta gente ami l’azzardo. Ho cominciato a chiedermelo, per la verità, solo quando ho smesso di giocare e sono passato, come dire, sull’altra sponda, a guardare gli altri che lo facevano. È stato solo allora, infatti, che ho avuto il tempo e la voglia di farmi queste domande. Eh sì, perché quando ci sei dentro, giochi e basta, non stai lì ad analizzarti, a porti interrogativi. D’altra parte, se uno è in grado di osservarsi, di tentare una riflessione su ciò che sta facendo, è segno che il demone non lo tiene del tutto in pugno, oppure che è in via di guarigione. No, quando la scimmia ce l’hai addosso, pensi solo a darle ciò che vuole, cerchi solo di soddisfarla, quella bestia, e non ci riesci mai, peraltro, perché se giochi stai male e se non giochi stai peggio. È una droga come le altre, bisogna avere il coraggio di ammetterlo. Come gli stupefacenti, il tabacco e l’alcool, l’azzardo crea dipendenza: si ha bisogno di quell’emozione per continuare a vivere. E così come le dosi delle droghe devono essere via via aumentate perché l’assuefazione ne attenua gli effetti, anche nel gioco si ha bisogno di rischiare sempre di più.
INCIPIT: Roberto Michilli: “Fate il vostro gioco”, Fernandel, 2008
SCHEDA LIBROAutore: Roberto Michilli
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Commenti
Una risposta a “INCIPIT: Roberto Michilli: “Fate il vostro gioco”, Fernandel, 2008”
Un libro in vinile con una puntina che graffia l’anima. Giri che non sono 33, come la voce di un medico, perchè dal male dell’anima non si guarisce, ma si trova la forza della sfida.ò Un’emozione che lascia l’orma e la scia di un’esistenza.
Una lettura che mette fame…di puntare su se stessi.