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LETTERATURA: Simona Cappellini incontra Manlio Cancogni

13 Ottobre 2009

di Simona Cappellini

[La rivista dà  il benvenuto alla nuova collaboratrice. bdm]

Letterato versatile, giornalista insofferente ma che non sbaglia un colpo, eternamente diviso – tra Roma e la Versilia, sua terra di origine, tra l’Italia e New York, che odia e ama ma di cui non si sente mai parte, – Manlio Cancogni conserva l’aspetto inquieto nel suo lungo percorso di scrittura, dal giornalismo alla narrativa, dal reportage al romanzo storico, con elementi che si intrufolano ora nell’uno ora nell’altro genere, andando ad aggiungere e togliere ingredienti fino a creare una formula stilistica e di vita tutta personale.

Indipendente e anti-ideologico, ha attraversato uno dei periodi culturalmente più prosperi d’Italia, tra il giornalismo interventista e l’ermetismo-realismo in narrativa. Cancogni non è un temerario ma piuttosto un coscienzioso, sicuramente più vocato alla letteratura che al giornalismo, ruolo che, forse suo malgrado, lo ha identificato come uno dei primi inchiestisti della storia italiana. Capitale corrotta, nazione infetta (“L’Espresso”, 11 dicembre 1955) è il titolo del suo noto articolo in cui denunciava illeciti negli appalti immobiliari di Roma (operazione in cui era coinvolta anche una società immobiliare del Vaticano), scatenando uno scandalo che anticiperà di molti anni i temi più recenti. La sua attività giornalistica ha inizio a Firenze, quando nel ’43 crea con Romano Bilenchi un giornaletto clandestino intitolato “Fronte della gioventù”. Poi Carlo Levi lo invita a far parte della “Nazione del Popolo”, testata che vide tra i collaboratori Branca, Bilenchi, Calamandrei, Cassola, Luzi, Montale e molti altri. In seguito sono venuti “l’Europeo”, “L’Espresso”, il “Corriere della sera”, “Il Giornale”, fino all’“Osservatore Romano” negli anni novanta.  
Cancogni, osservatore attento di una realtà brulicante e in continuo cambiamento, ha probabilmente avuto la fortuna di vivere in uno stimolante periodo di mezzo, tra l’impossibilità della dittatura e la schizofrenia del giornalismo d’oggi. Ma ciò che lo ha contraddistinto è una costante lucidità – ancora oggi evidente – che lo ha fatto restare in qualche modo fedele a se stesso. Tutto è dubbio, tranne la propria coscienza, sembra dirci. Cancogni ha conosciuto Cassola da ragazzino. Con lui si è creata una rara e immediata sintonia. Benché differenti i due hanno infatti uno stesso modo di vedere e intendere la vita. Più che una comunione di idee ad accomunarli è il distacco dalle ideologie, quelle ideologie che stavano contagiando molti loro amici. Così insieme inventano il “sub-limine”, una scrematura della realtà che ne estrapola i singoli attimi, fino a evidenziare una verità a sé stante, che non è l’uomo a scoprire, ma che si rivela a chi – come loro – è graziato da questo straordinario stato percettivo. Sub-liminare è un gesto, un volto, una strada deserta, una vecchia città, una luce a un’ora del giorno. È nel suo romanzo più celebre, Azorin e Mirò (Rizzoli 1968 e Fazi 1996), rispettivamente Cancogni e Cassola, che racconterà di questa amicizia, di lunghe dissertazioni letterarie, degli interrogativi esistenziali dei due giovani che si intendevano anche nel silenzio – “la loro conversazione era fatta di brevi frasi, di poche parole. Più spesso tacevano”. Quel romanzo diventa il manifesto di una poetica, un’opera a tratti meta-letteraria che resterà per il Cancogni narratore difficilmente equiparabile. Ma lui non si dispera e volta pagina.
Sin dal dopoguerra Cancogni si è dedicato allo sport, da sempre sua grande passione: dapprima nel giornalismo, ad esempio con le cronache dal Giro, poi con opere che sconfineranno dall’ambito sportivo, come La carriera di Pimlico (Einaudi 1956; Fazi 2001), metafora esemplare che indaga nelle faccende degli uomini attraverso il mondo dei cavalli – “Per un cavallo il successo nelle corse è questione di vita o di morte. Nel suo mondo non c’è posto per i mediocri, e nemmeno per quelli che sanno appena distinguersi” – e Il Mister (Fazi 2000), dedicato alla figura dell’allenatore Zdenek Zeman, uno sportivo-pensatore sicuramente al di fuori dei meccanismi nefasti del calcio. Ma la sua produzione di scrittore irrequieto vedrà numerosi altri successi: Allegri, gioventù (Rizzoli 1973), Quella strana felicità (Rizzoli 1985), La linea del Tomori, sull’Italia pre-bellica e la guerra in Albania (Einaudi 1966, ripubblicato da Mondadori-De Agostini 1993), Gli angeli neri. Storia degli anarchici italiani (Ponte alle Grazie 1994), Adua (Longanesi 1996 – romanzo storico scritto a quattro mani con la sorella Franca e firmato con lo pseudonimo di Giuseppe Tognoli), Lettere a Manhattan (Fazi 1997), Gli scervellati. La seconda guerra mondiale nei ricordi di uno di loro (Diabasis 2003), Sposi a Manhattan (Diabasis 2005). La sorpresa (Elliott 2009) è l’ultimo suo libro, un’antologia di racconti, scritti dagli anni trenta a oggi, che secondo Cancogni sono i migliori. Il racconto è probabilmente anche il genere che predilige, la giusta misura per esprimere poesia, morale e verità all’unisono, raccontando dell’uomo e del mondo, in tutte le affascinanti bizzarrie che li caratterizzano. Con una scrittura semplice e un’ironia distaccata, e con una particolare predilezione per la dimensione del quotidiano, la memoria e il ritratto psicologico, l’opera di Cancogni resta una voce a sé stante che unisce due secoli rivelandosi ancora attuale.
Manlio Cancogni è nato a Bologna il 6 luglio del 1916 da genitori versiliesi. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Roma, dove si laurea in legge nel 1938. Dopo un concorso insegna storia e filosofia, prima a Roma e poi a Sarzana. Durante la seconda guerra mondiale fu arruolato nell’esercito e ha combattuto sul fronte greco-albanese. Negli anni ottanta ha accettato un incarico di docente universitario di letteratura italiana negli Stati Uniti. Oggi, lucidissimo novantatreenne, sembra aver placato la sua irrequietezza nella casa in Versilia dei suoi genitori, “la più modesta” come mi dice al telefono nel darmi alcune indicazioni, in mezzo a villini di nuova costruzione. Dalla finestra del salotto si vede il mare all’orizzonte; dietro, la magnificenza delle Apuane. (s.c.)  

La sua ultima raccolta di racconti La sorpresa abbraccia un po’ tutto il suo percorso narrativo, che è caratterizzato da uno stile asciutto ma ricco di immagini poetiche, a sottolineare che protagonista assoluta è la vita in tutta la sua semplicità. Quella vita “sub-liminare” “fatta di operazioni modeste e consuete”, citando Azorin e Mirò. È rimasto fedele al concetto del “sub-limine” nel corso della sua opera?

Il “sub-limine”, quando lo sperimentavamo negli anni della fanciullezza e della prima adolescenza, era come uno stato di grazia, un’illuminazione, non c’era nessuna volontà conoscitiva, era appunto una sorpresa, che aveva una breve durata e che si inquadrava in un’immagine, l’immagine di qualcosa che avevamo sotto gli occhi ma che ci appariva come staccata dal resto del mondo e quindi assumeva un valore universale, come se rappresentasse tutto il mondo. Ma non c’era nessuna volontà di provocare questa epifania, fino a quando ne abbiamo preso coscienza letteraria, era uno stato conscio – ben diverso dal subliminale di Myers, che è un fatto inconscio – era un qualcosa che si sollevava sopra la coscienza quotidiana, la coscienza pratica. Perché in sostanza, come negli animali la coscienza è al servizio dell’azione. Dunque in qualche modo sì, ha continuato a essere presente anche nei racconti.

Per arrivare al “sub-limine” è necessario spogliarsi della conoscenza?

Certo. È soprattutto necessario dimenticare le ideologie, quello che è il vestito dell’esperienza, l’abito di idee cucito sopra la realtà. Questo doveva essere completamente dimenticato, bisognava togliere tutte le bucce come a una cipolla. La liquidazione dell’ideologia è un’operazione che si può fare anche volontariamente, ed è un fatto positivo secondo me, indipendentemente dalla poetica del sub-limine. Le ideologie hanno avvelenato la coscienza, specialmente nel secolo in cui ho vissuto hanno sempre camuffato la realtà. Quindi per una conoscenza vera della vita bisogna spogliarsi da tutti i preconcetti.

Ho letto del suo scetticismo sul rapporto tra letteratura e vita. Tra le molte caratteristiche della sua scrittura c’è l’incredibile attualità dei temi che affronta, che rivelano una percezione quasi profetica di alcuni aspetti dell’animo umano, destinati a ripetersi o comunque a non cambiare. La carriera di Pimlico, ad esempio, è una metafora sempre attuale della condizione umana. Non crede che la scrittura possa avere un ruolo nel risveglio delle coscienze, anche semplicemente facendo da specchio?

Penso, comunque, che sia bene non caricare la letteratura di eccessive responsabilità. Ha già abbastanza problemi interni. Certo la letteratura può essere un modo di evadere da una realtà piatta, grigia, senza valore e senza valori. Mi divide più di mezzo secolo dalla gioventù e dalle persone che vivono il mondo di oggi nel pieno della loro vita, per cui non mi sento neppure di esprimere un giudizio su cosa sia il mondo di oggi, ma per i miei gusti non va molto bene. Apprezzo alcune cose nei giovani di oggi, ho l’impressione ad esempio che siano più fraterni, che abbiano un rapporto diverso nei confronti dell’altro sesso, di maggiore confronto. È vero che c’è forse una maggiore apatia, ma forse c’è anche minore mitizzazione della vita e dei sentimenti. In ogni modo non credo che possa essere la letteratura a influenzare le coscienze.

I finali dei suoi racconti sono spesso avvolti da una magica sospensione, quasi a voler sottolineare che solo la morte può porre un vero fine. Questa caratteristica va interpretata come un modo di lasciare sempre aperta la speranza?

Ho sempre avuto un senso metafisico della realtà. Nei momenti di maggiore emozione, di felicità, quelli in cui avevo il senso della trascendenza, non necessariamente legata a una coscienza religiosa, c’era sempre questa domanda sul perché dell’esistenza, questa domanda del perché siamo qui e che cosa significa. Questa disposizione metafisica in certi periodi sconfinava nella religione. Periodi che poi si chiudevano con un nulla di fatto, ma che negli ultimi anni sono diventati non più dei periodi ma una consapevolezza, una coscienza che mi ha portato alla conversione. Dal 1993 sono infatti un cristiano cosciente e un cattolico praticante. Per cui anche in narrativa si traduceva probabilmente in questa trascendenza, che forse in certi momenti era anche inconsapevole ma che poi è diventata più consapevole.

Uno fra i tanti sentimenti che emerge nella sua narrativa è la paura. Il suo primo racconto era intitolato La paura (parte anche dell’ultima raccolta), ed è un elemento che spesso ricorre, anche se non in maniera esplicita. Ma è pur sempre una paura affrontata, che non ostacola ma accompagna. È un sentimento che fa parte di quello stupore del sé nel mondo di cui parlavano Azorin e Mirò?

Era una paura di un qualcosa di indeterminato, anche se per me determinatissimo. Era la paura di essere al mondo, e certamente fa parte di quello stupore. Se le persone avessero la consapevolezza che la realtà che viviamo è soltanto una parte di una realtà più vasta, penso che molte cose cambierebbero. Avevo queste illuminazioni di cui parlavo, che a volte si traducevano in qualcosa di positivo, ma a volte era un timore. Si apprezza la bellezza del mondo se non si crede che ci sia soltanto il mondo, altrimenti si cade nell’estetismo, con tutte le sue varianti e le confusioni più negative. E invece è proprio il senso della limitatezza della nostra esperienza terrena che accresce il suo valore. Non è vero che questo deprime la vita, che la fa vedere come una cosa secondaria perché transitoria, ma ne accresce il valore, come lo accresce il senso della morte. Non ho mai sentito tanto forte il senso della vita come quando mi sono trovato a vivere la morte da vicino, in guerra.

Il suo romanzo più noto, Azorin e Mirò, parla della sua amicizia con Cassola. L’amicizia in quegli anni, anche pensando ad altri nomi, sembrava andare di pari passo con l’opera letteraria e un certo impegno civile e politico. In che modo, in particolare quel sodalizio, ha influenzato il suo percorso artistico e le sue scelte?

Direi che l’influenza di quegli anni, di quel sodalizio, si è conclusa con Azorin e Mirò, che tra l’altro avevo scritto molti anni prima (è stato pubblicato nel ’68 ma io l’avevo scritto tra il ’44 e il ’45). La guerra in un certo senso ha chiuso quella fase e le nostre strade si sono distinte, anche se l’amicizia è rimasta. Come percorso infatti mi sembra che non ci siano stati poi elementi comuni tra me e Carlo. Ci sono alcune cose stilistiche che sono rimaste nella mia scrittura, la chiarezza, la trasparenza, la semplicità, il privilegiare una prosa più lineare, abolendo tutti i fronzoli. Anche la predilezione per i paesaggi, per certi momenti idillici della realtà, ma non di più.

Nei suoi articoli ha trattato gli argomenti più disparati, dallo scandalo immobiliare di Capitale corrotta, nazione infetta – ancora fortemente attuale – alla strage di Stazzema; ha vissuto da intellettuale gli anni della dittatura con la conseguente dissociazione sia dalla Democrazia cristiana, che si mostrava disinteressata al ruolo degli intellettuali che dal Partito comunista, che invece tendeva a strumentalizzarli. Ha quindi dimostrato sempre una propria posizione indipendente che denota forse il più grande dei coraggi, quello della libertà. Ripeterebbe le sue scelte nell’Italia di oggi?

Ho iniziato il mio percorso con la letteratura, ma poi mi sono dedicato alla politica. Era il periodo della guerra e ho privilegiato in quel momento la politica perché ero contro il regime e ho iniziato quindi ad agire, a fare propaganda. Poi ho continuato ad avere un interesse per la politica ma in un certo senso sempre negativo. Ero stato contro il fascismo e il nazismo prima ed ero contro il comunismo poi, perché era a mio avviso una sopraffazione ideologica che non teneva conto delle cose per me più importanti della vita, che soffocava anzi la vita. E quindi sono stato anticomunista, ma poi sono stato anche anti quelli che erano anti-comunisti. Non ho mai dato un significato positivo all’interesse politico, l’ho sempre considerato secondario, non solo nei confronti della letteratura e della poesia, ma anche secondario alla vita comune. So di dire un’eresia, ma non bisogna prestare alla politica più interesse del necessario. Non si deve essere indifferenti, naturalmente, soprattutto in alcuni momenti che richiedono anche moralmente un intervento e una presenza attiva, ma in altri momenti, come oggi ad esempio, l’interesse politico è del tutto vano. Oggi forse non rifarei molte cose, non abbraccerei una causa, soprattutto nell’epoca attuale. Sì, abbiamo questo – non so bene come definirlo – “Sua Indecenza Berlusconi” – ma non mi pare che sia un problema così grave. Passerà. Gli italiani d’altra parte l’hanno voluto, vuol dire che è quello che si muove meglio in questo pantano politico e morale che è l’Italia di oggi. Io mi sono sempre sentito un cittadino comune, non un politico o un attivista, ma un cittadino con una coscienza, e ciò che ho fatto, l’ho fatto perché certi fatti e certi momenti toccavano la mia coscienza. Oggi, in nome di che ci si può muovere politicamente? Capisco chi decide di sbarcare il lunario con questa carriera, è un modo come un altro – anche un po’ troppo comodo forse – ma cosa possono fare gli altri, i cittadini comuni, oltre deplorare questo abbassamento morale e politico? Inoltre le ideologie che hanno dominato la prima metà del secolo erano, forse, sovrabbondanti, poi sono sopravvissute e hanno continuato a vivere, sia pure stancamente, ma oggi sono proprio scomparse. L’unica ideologia che sopravvive oggi è l’estetismo, nel senso più etimologico della parola, anche se è un estetismo volgare che ti fa rimpiangere anche il tempo delle ideologie.

Il caso di Romano Bilenchi, quando il Pci fece chiudere “Il nuovo corriere” perché denunciava i fatti degli operai polacchi di Poznan e dell’Ungheria, è rimasto come un emblema di un certo tipo di giornalismo. Bilenchi uscì dal Partito con una profonda delusione ideologica, affermando che in fondo il Pci era un partito reazionario, ben lontano dagli ideali e dal modello che lui e altri difendevano – un partito che riunisse tutte le sinistre, autocritico e aperto al dialogo. Cinquanta anni dopo siamo di fronte a un nuovo declino delle sinistre. Una storia preannunciata?

Allora c’erano dei problemi molto seri che pungevano nella coscienza di chi aveva un interesse per la vita associata. Ci sono stati fatti che l’hanno provato, prima dei fatti polacchi c’era stato l’episodio di Budapest, dall’altra parte c’era la Spagna di Franco che ancora subiva, sia pure in maniera molto attenuata, il rigore di una dittatura personale. Era dunque un momento molto delicato, imparagonabile all’oggi. In quegli anni le ideologie rappresentavano tutto, e accendevano grandi passioni (anche troppo a volte, si poteva arrivare a uccidere in nome di un’ideologia) ed è stata quindi comprensibilmente enorme la delusione di Bilenchi in quella occasione. Io devo molto a Bilenchi, che è stato molto generoso con me. È lui che ha fatto pubblicare i miei primi racconti, uno su “Frontespizio” e tre su “Letteratura”. Ed è stata un’amicizia molto vicina negli anni in cui ho vissuto a Firenze, nel ’43 e ’44. Lui era il mio caporedattore e abbiamo anche scritto alcuni articoli insieme, senza firma.

Bilenchi ha lasciato anche un grande contributo in narrativa. Qual è il suo ricordo?

Certamente, di quella generazione – e parlo di Delfini, Landolfi, Tobino, Benedetti – la sua opera, sia pure non molto estesa perché in sostanza ha scritto un romanzo, Conservatorio di Santa Teresa, ma soprattutto i suoi racconti, Siccità, La miseria, Dino, Anna e Bruno, sono testi che rimarranno nella storia letteraria del Novecento. è un esempio di scrittura (lasciando perdere Il bottone di Stalingrado che non so perché lo ha scritto ma non aggiunge nulla, semmai anzi toglie) perché legata alla tradizione della miglior prosa italiana, ma con gli ingredienti della modernità. Uno dei migliori racconti che ricordo è Il gelo, che non so quando l’ha scritto ma è stato pubblicato nel 1982.

L’esperienza di “La Nazione del popolo”, che lei ha raccontato in Gli scervellati, è un capitolo impossibile da ripetersi nella storia del giornalismo italiano, con cinque redattori ciascuno in rappresentanza dei principali partiti e una redazione che vedeva le firme tra gli altri di Levi, Calamandrei, Cassola, Bilenchi, Montale, oltre la sua. Cosa rendeva possibile questo sodalizio, e cosa secondo lei lo rende impossibile oggi?

È un’esperienza irripetibile. Oggi i giornali impiegano anche i gatti dell’amministrazione, sono delle vere armate. Era un momento di gran rilievo, che non rientrava nella normalità della storia, un momento che poteva essere chiamato d’emergenza della storia. C’era la solidarietà, si agiva con una vera comunanza di idee. È vero che eravamo di partiti differenti, ma c’era soprattutto il senso di fratellanza nella lotta contro il nemico comune che era il nazismo. Questo valore faceva passare sopra qualsiasi appartenenza. Poi in me, come in altri amici, c’era la novità del mestiere. Io non sono nato giornalista, facevo il professore di storia e filosofia e scrivevo. Avevo dunque aperte due carriere, quella del letterato e quella del professore universitario. Il giornalismo è stato un fatto imprevisto. Non avrei mai immaginato di fare il giornalista. Dipese dal fatto che ero amico di Carlo Levi, di Montale, di Bilenchi. Levi mi chiese di entrare nella redazione di questo giornale nuovo in un momento nuovo, era l’ottobre del ’44, dopo la liberazione di Firenze, e io pensavo che la guerra sarebbe durata ancora poco, e poi avrei lasciato questa parentesi. Però successe che quella parentesi mi piacque e cominciai a pensare che forse poteva essere quello il mio mestiere. Non facevo il giornalista perché c’era un regime che non ammetteva la libertà di stampa, nessuno d’altra parte mi aveva mai invitato a fare il giornalista di terza pagina, e quindi poteva anche darsi che io avessi cominciato a occuparmi della letteratura e della filosofia perché non c’erano altre occupazioni degne di interesse. Poi continuai a fare il giornalista fino alla primavera del ’46 e poi nel ’47 c’era di nuovo un interesse politico forte perché ci si avvicinava alle elezioni che erano estremamente importanti in Italia – non certo come quelle di oggi – e si doveva decidere se si stava nel campo dell’ovest o dell’est. Quindi rientrai nel giornalismo, ma dopo le elezioni del 18 aprile lo abbandonai di nuovo, fino all’esperienza di “l’Europeo”, che arrivò un po’ per delusione letteraria – Azorin e Mirò era stato rifiutato, avevo scritto un altro romanzo che poi non è mai stato pubblicato, I poveri trentenni – e io a quel punto avevo un po’ messo in dubbio la mia vocazione letteraria, pensando che forse dovevo fare davvero il giornalista. Era una professione che aveva dei lati attraenti, ma anche dei lati deprimenti, un alto e basso continuo.

Quali erano gli aspetti deprimenti?

Per esempio, anche se le ho fatte, mi ripugnava fare le inchieste. Mi ripugnava andare a tirar fuori dalla bocca della gente cose che si tenevano per sé. Non mi riconoscevo insomma in questo aspetto di provocatore. Ricordo che quando ci fu il processo dell’Immobiliare e io ero seduto sul banco degli imputati in aula, passai tutto il tempo a segnare su un taccuino appunti di un romanzo a cui pensavo. Insomma sentivo una costrizione, e scoprivo di avere anche poco spirito di adattamento. Poi avevo anche ricominciato a scrivere quindi un po’ si accavallavano le due cose.

In effetti una caratteristica che si nota in tutti i suoi scritti è un certo sconfinamento dei generi: scriveva articoli con un pennello narrativo, mentre alcuni suoi romanzi o racconti somigliano a reportage.

Infatti non posso dire di essere stato mai un vero giornalista. Ho sempre fatto un giornalismo paraletterario. Quando ho lasciato prima “l’Europeo” e poi “l’Espresso” ho ancora collaborato con il “Corriere della sera” e poi con “il Giornale” di Montanelli ma erano tutte cose letterarie o paraletterarie, non mi occupavo più di politica.  

Montale disse a proposito di Parlami, dimmi qualcosa: “ciò che bolle in Cancogni non è la sostanza di una natura naturante, ma una vera e propria indignazione morale”. Cos’è che ancora oggi la indigna?

Devo dire che non sono più così facile a indignarmi. Oggi non mi indigna quasi niente. Sono diventato di una tolleranza forse eccessiva. Non mi indigna nemmeno l’ostentazione del lusso che prima mi dava un gran fastidio. Se c’è qualcuno che ha miliardi e non si vergogna ad averli dico piuttosto “peggio per loro!”, non mi sento però di giudicarli e non mi irrita particolarmente.

Leggendo la sua autobiografia raccontata in La sorpresa viene voglia di soffermarsi e approfondire ogni singola riga, da cui forse scaturirebbero pagine e pagine di racconti. Una vita che è un fremito continuo: la guerra, la resistenza, il giornalismo con le inchieste, un’opera narrativa che ha visto tre premi letterari e altri minori, il periodo negli Stati Uniti e molto altro. C’è un insegnamento massimo che sente di aver tratto dalla sua esperienza di vita e che si sentirebbe di dare?

Anzitutto non mi pongo come esempio per nessuno. Mi considero un cattivo esempio. Quando facevo l’insegnante ero un po’ posseduto dal demone di trasmettere un insegnamento oltre la materia che si insegnava. Ma allora erano altri tempi. Quindi se dovessi consigliare qualcosa a un giovane anzi direi “Non cerchi di somigliarmi!”. Se c’è qualcosa che posso dire è di non valutare più del necessario le cose di questo mondo, di leggere Platone, Sant’Agostino e il Vangelo, e di leggere quegli autori che si ispirano a certi valori, come Manzoni e Tolstoj.

(da Lo Straniero, rivista culturale diretta da Goffredo Fofi)


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