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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Sostaga

6 Aprile 2008

di Nicola Dal Falco

Forse un acquarello o una semplice china possono rendere l’atmosfera sospesa di Sostaga: le tre cime che spuntano come zanne dal bosco, i cipressi, i prati intorno alla villa arancione e la ripa che, qualche metro più in là, precipita nel lago.
Il luogo trasmuta in visione grazie al pizzico d’esitazione, di grazia, implicito nelle due tecniche.
I colori ad olio, invece, sostanzierebbero troppo il velo impercettibile che l’aria intesse e rinnova.
Nello splendore Sostaga non fa che svelare la propria misura: un’economia di gesti, una forma innata di riguardo.
La tentazione più forte è quella di riscattare, oggi, una foto in bianco e nero che porti però la data compresa tra il 1911 e il 1920.

Il privilegio non è direttamente proporzionale al possesso. Anche tra i più ricchi può restare a lungo un desiderio irrealizzabile. Rappresenta una potenzialità infinita di godimento e proprio per questo affascina più di ogni altra cosa.

La volontà che si spinge a tanto, una volta raggiunta la meta, si blocca in un’assenza d’intenzioni. Assapora un’aria sottile, diversa.
Sfiorato il culmine, e il privilegio è un picco, avviene l’arresto consapevole, sazi di ogni ulteriore brama. Non interessa nient’altro e diventa, invece, urgente comunicare la scoperta, condividere questa improvvisa stasi. Il resto delle proprie azioni e progetti gireranno intorno al privilegio, al mantenimento di un surplus non reinvestibile.
Con il privilegio che è sempre uno si mette piede nel vuoto, arrivando a speculare sul significato dello zero.

A Sostaga, quel giorno, scendeva il nevischio. Una pioggia lenta, pesante, ritocco ad ogni cosa.
Era la prima volta che Gianni entrava nel parco e poteva sporgersi dal belvedere. Intorno al lago coperto di nuvole risaltava la cornice dei monti; l’altra riva, dolce come un’onda scompariva a tratti: il verde dei poggi mutato in grigio ferro e le case, separate dal cielo e per questo più indecise.

Gianni provò benessere e un brivido che ravviva fibra per fibra il calore interno. La villa con la sua mole accresceva il silenzio. Nessun segno di vita tranne lo scorrere in basso di merletti d’acqua.
C’era, però, una striscia d’erba, proprio sotto il portico, che restava scoperta, tagliando diagonalmente il prato sbiancato. Partiva dagli alberi e finiva al centro della facciata.  
Il nevischio che continuava a cadere sembrava ignorarla o, forse, il sentiero fatato l’attirava a sé, divorando la tenue struttura dei fiocchi.
Probabilmente, una vena d’acqua che scendeva là sotto aggiungeva tepore alla terra che ne rilasciava qualcosa all’esterno, disegnando in superficie il percorso.
Così dalle fondamenta della casa e oltre fino al calcolato disordine del bosco un tappeto di mobili fragranze pareva steso in omaggio ai signori di Sostaga.

La verità era un’altra: la casa fu costruita, tenendo conto di una corrente ascensionale d’aria calda che, quel giorno, si mischiava al nevischio come la coda dell’ermellino, coprendo il prato per tutta la sua misteriosa lunghezza.
Dove si celasse la bestiola si poteva solo immaginarlo: con l’esile corpo, le zampe e il musetto aspettava in silenzio sotto le volte delle cantine, infilando la testa nella legnaia. Dall’uscio, in cima alle scale filtrava la luce dell’androne.
Quella lama color latte, caduta nel buio affascinava l’intruso e lo faceva sentire al sicuro, ignorando che qualcuno, proprio in quel momento, ne stava ammirando l’estremità nervosa, una bandiera soffice di un selvatico tepore che esprimeva piacere con impercettibili movimenti.
Gianni continuò mentalmente a carezzarne il corpo, dalle orecchie a punta fin giù per il collo e la spina dorsale. Un passaggio lieve come si fa con il gatto mentre dorme.

Affittò la villa per un tempo abbastanza lungo. Anche questo era un modo principesco di trattare con la fortuna, ma, in un soprassalto d’efficienza, il demone del possesso gli indicò una riserva di caccia. Luogo vuoto che fece ripopolare dando un confine alla cecità dei bracconieri. Li prese in giro, li viziò, li calmò. La politica non è che una serie di gesti d’efficiente follia.
Da ladri comuni divennero speciali, patentati. Fece anche costruire un recinto rettangolare per allevare pernici. Equivaleva ad una permuta, a una patto inconscio e rischioso: tante pernici tanti giorni destinati al piacere e, quindi, catturati al destino.

È proprio strano ma quando s’inserisce il numero come variabile succede sempre qualcosa d’inaspettato.

Nel loro recinto claustrale, il guardiano della villa cominciò a trovare delle pernici decapitate. Tre e quattro per volta, alla fine della giornata.

I corpi giacevano come fagotti contro la rete. Venne controllato il perimetro che risultò perfettamente in ordine. Le uccisioni però si ripetevano e, cosa più strana, non avvenivano di notte come era lecito aspettarsi dai predatori, ma durante il giorno.
Alla fine, il guardiano riuscì a stabilire che gli uccelli venivano colpiti in un lasso di tempo compreso tra mezzogiorno e le due.
Una mattina, all’ora di pranzo, decise di nascondersi mentre la sua automobile, guidata dal cugino, imboccava la curva in discesa.
L’attesa non fu lunghissima, dopo circa mezz’ora vide arrivare un grande gufo, alto più di un metro.
L’uccello si abbassava rasente la gabbia, sopra le pernici che involandosi percorrevano avanti e indietro l’intera lunghezza della gabbia.  
Dopo averle spaventate, scendeva sul tetto e sporgendo attraverso uno spiraglio la zampa, coglieva al volo la testa della vittima. La caccia si ripeteva con la stessa tecnica per cinque o sei volte.
Poi, allontanatosi il gufo, nella voliera tornava la calma del labirinto, fino alla successiva strage.
L’intelligenza del rito, la sua spietata regolarità venne interrotta, una settimana dopo. Eliminata l’apertura in cui infilare le zampe, il gufo cedette alle lusinghe di un’unica pernice chiusa in una gabbietta.
La trappola scattò appena fu dentro.
Rinchiuso, il gufo non si dette per vinto, reagendo col becco e gli artigli ad ogni tentativo di sollevare la prigione. La gabbia con l’esca ormai straziata rotolò più volte su se stessa e finì giù per la scarpata, rimbalzando nel burrone.
Neanche le pernici superstiti durarono molto: Gianni abbandonò la riserva ai politici   locali e la voliera venne smantellata.

Nel blasone di Sostaga rimane un gufo che sporge con occhi così grandi che sembrano conchiglie e il lamento delle pernici pare fatto apposta per mettere alla prova i duchi.


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