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LETTERATURA: Stefania Nardini: Gli scheletri di via Duomo – Pironti editore, 2008

2 Dicembre 2008

di Francesco Improta

Il libro di Stefania Nardini, che sarà in libreria l’11 dicembre, pubblicato da Tullio Pironti, se ­condo la terminologia classificatoria di Tzvetan Todorov è un giallo/enigma, in quanto la storia del delitto preesiste al rac ­conto e i personaggi, tanti ma non tutti ugualmente appro ­fonditi, più che agire, comunicano informazioni utili all’in ­chiesta. Almeno così sembrerebbe da una prima e superficiale lettura, impressione, questa, suffragata dalla stessa copertina di colore giallo, che non si discosta dalla tradizione degli ormai collaudati gialli Mondadori, e da un titolo decisamente intrigante. Eppure è sufficiente soffermarsi a riflettere per ren ­dersi conto che il libro è qualcosa di più e, comunque, di diverso e anche l’esergo, tratto da J. C. Izzo, il cantore struggente di Marsiglia la città che più di tutte assomiglia a Napoli, lo conferma, spostando l’attenzione non tanto sul delitto quanto sulla città, non più semplice sfondo ma vera e propria protagonista. Va osservato, però, che la vicenda si svolge all’inizio degli anni settanta (1971) quando Napoli conservava più o meno intatte la sua autentica anima po ­polare, la sua umanità e la sua saggezza millenaria, quel calore e quel colore che avevano indotto Pier Paolo Pasolini a definirla l’ultima metropoli plebea. Oggi, purtroppo, non è più così, Gomorra docet.
Il ritrovamento di due scheletri – come recita il titolo – nel vecchio palazzo di via Duomo non è che il preludio per un’indagine da cui stranamente sembra esclusa la polizia e che, invece, diventa l’occasione per esaltare la perspicacia, la professionalità e l’ostinazione di un cronista del più impor ­tante giornale del Mezzogiorno d’Italia, Il Mattino di Napoli, alle prime armi, vista la giovane età, e desideroso di ben figurare dinanzi a quel Cerbero del capocronista. Ed è proprio la descrizione della sede di via Chiatamone, con le sale fumose e affollate, con il ticchettio delle macchine per scrivere e l’andirivieni di informatori o di garzoni del bar sottostante con vassoi pieni di tazzine di caffè, nero e fumante, tra le cose più riuscite del libro, anche per quel pizzico di imprescindibile nostalgia in chi, come la Nardini, quelle stanze le ha frequentate e quella professione l’ha esercitata e la continua a esercitare.
Accanto, però, alla professione di giornalista c’è, per dirla con Pavese, il mestiere di vivere di parte di una popolazione che da tempo immemorabile vive nell’emergenza, tra mille pro ­blemi e difficoltà, abbandonata dallo Stato, latitante o ineffi ­ciente, e che ha fatto dell’arte di arrangiarsi un mezzo di so ­pravvivenza. Forcella, adiacente a via Duomo, è un po’ l’em ­blema di questa popolazione; come dice giustamente l’autrice: “Forcella è Napoli. E nelle sue vene scorre il sangue di un illecito che è invenzione, genio quotidiano, crudeltà e passione.” Ed è qui che si parla ancora il dialetto: “Un dialetto vivo, colorato, complice, parlato con inconsapevole spessore filologico.” Lontano, aggiungo io, da quel televi ­sionese o lingua mediatica che se ha unificato il linguaggio nel nostro paese, consentendo una più larga e facile comuni ­cazione, ha anche ridotto notevolmente le nostre capacità di espressione, privandoci di quelle sfumature e di quelle infles ­sioni in grado non solo di definire ma anche di alludere e di evocare e a livello razionale e a livello emozionale.
Ed è talmente sentito il dialetto dalla Nardini che, come dice Antonio Ghirelli, autore della sintetica ma incisiva prefazione, il suo racconto sembra tradotto dal dialetto di cui conserva certe strutture sintattiche, qualche sfumatura lessicale e alcune magiche invenzioni.
Secondo le convenzioni del genere giallo, la storia accumula particolari su particolari, tenta alcune deviazioni, mette in atto consapevoli o casuali depistaggi, ma proprio quando sembra sul punto di risolversi lascia il cronista e i lettori a brancolare nel buio; solo dopo venti anni il mistero miracolosamente verrà risolto e tutti i pezzi del puzzle andranno al loro posto.
Prima di concludere vorrei rilevare l’affetto e la leggerezza di tocco con cui Stefania Nardini ha costruito questa storia ac ­cattivante e intrigante e ha ripercorso sul filo della memoria una città e una stagione, credo importante, della sua vita pro ­fessionale e sentimentale.


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2 Comments

  1. Commento by marino — 2 Dicembre 2008 @ 10:04

    Ero sicuro, professore, che questo libro – al di lá del fatto
    che ̩ un bel libro Рti sarebbe piaciuto e ti avrebbe portato lontano.

  2. Commento by stefania nardini — 2 Dicembre 2008 @ 20:24

    Ringrazio di cuore Bartolomeo, Marino che mi incoraggia con tanta generosità, e Francesco Improta con il quale condivo un ricordo.
    stefania

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