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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Stelvio Mestrovich: “La sindrome di Jaele”, Kimerik

5 Settembre 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]  

Mestrovich è uno degli scrittori che seguo con molto piacere. Intanto perché vive a Lucca e ne è ormai cittadino a pieno titolo, anche se è nato a Zara nel 1948, e poi perché scrive bene e sa accompagnare con dolcezza ed eleganza il lettore lungo il percorso accidentato delle sue storie. Appassionato di musica e autore di testi al riguardo, Mestrovich ha trasmesso questo suo sviscerato amore al suo personaggio, l’ispettore capo di Polizia Giangiorgio Tartini, discendente di quel Giuseppe Tartini (Pirano, 12 aprile 1692 – Padova, 26 febbraio 1770) autore della celebre sonata “Il trillo del diavolo”. Addirittura sulla scrivania, l’ispettore tiene una statuetta in gesso di Antonio Salieri (di cui Mestrovich è grande ammiratore). Ha un fratello di nome Mirko, “che era stato un celebre pianista jazz”, un gatto che si chiama Annibale; è un gran fumatore di Memphis Lights, e ha un naso aquilino.
L’ambientazione è ancora a Venezia, e ancora una volta il risalto che viene dato alla città è tale che questo autore meriterebbe di ottenerne almeno la cittadinanza onoraria.
È una Venezia attraversata da gondole e vaporetti, con la gente in attesa sugli imbarcadero; la Venezia dei sottoportici e delle calli, dei canali stretti e bui, dei campielli, delle case con i muri scrostati, dei palazzi corrosi dall’acqua e dal tempo.
Un uomo è stato trovato morto, ucciso con un grosso chiodo conficcato con un colpo di martello nella tempia; è un musulmano che aveva fatto sesso poco prima di essere assassinato. L’omicidio richiama alla memoria un quadro di Jacopo Amigoni, “Jaele e Sisara”, conservato al Museo del Settecento Veneziano e quello di Artemisia Gentileschi, con lo stesso titolo, conservato al museo di Budapest. Tartini sospetta che il delitto possa essere il primo di una serie. Non si sbaglia. Le vittime sono tutte musulmane e le lettere iniziali del loro cognome vanno a comporre il nome di Jaele, l’eroina biblica che uccise nel sonno Sisara, lo sconfitto generale dei Cananei, suo nemico.
Mestrovich è rispettoso del suo personaggio, il quale mantiene le sue maniere brusche, che stempera solo quando ha di fronte una bella donna, che subito si mette a corteggiare e spesso con successo. Le sue domande nei suoi interrogatori sono secche, perentorie; s’infastidisce se la risposta non è pronta. La sollecita in malo modo, la pretende immediata. Qualche volta si ferma “Al Buso”, il ristorante accanto al Ponte di Rialto, poiché ne apprezza la cucina raffinata; non disdegna di accompagnare il pasto con vini di marca come il Mueller Thurgau, non perde un concerto e quando è nervoso si calma o fumando una sigaretta Menphis Lights o suonando il violoncello.
I suoi movimenti, le sue indagini, le sue passeggiate, più che alla ricerca dell’assassino, sembrano rivolte a respirare e a far respirare Venezia, “dormiente e sorniona.” Venezia, col suo fascino, il suo malessere, i suoi misteri, si desta ogni volta che i passi di Tartini risuonano nelle sue calli, o indugiano sopra un ponticello: “La città sembrava una di quelle anziane signore che indossano uno scialle bianco trinato, un po’ rattrappite sulla sedia a dondolo, che il tempo venera senza ragione.”
Mestrovich ha fatto del suo ispettore capo un archetto di violino al cui passaggio resuscitano nella vecchia città le note di una bellezza ammaliatrice e malinconica: “Andare in gondola di notte significa vivere un’esperienza unica. Giangiorgio la godette sino in fondo. Fece suo il silenzio irreale che gli era entrato nei pori quando quasi toccò i muri scrostati delle case che incontrò e lasciò dietro di sé nelle serpentine dei canali semibui. Unico rumore, se così si poté definire, fu il frangersi dell’acqua gorgogliante mossa dal remo.”
Il romanzo ha una novità rispetto al passato. Ogni tanto appaiono delle pagine scritte in corsivo. Da esse si evincono talune situazioni più intime relative al delitto e alle indagini; addirittura assistiamo, per il loro tramite, all’omicidio di altri due musulmani i cui cognomi cominciano con la lettera E e la lettera L. È una donna a compierli. Attira le vittime, ci fa all’amore e poi le uccide con un grosso chiodo e un martello, colpendole alla tempia.
La situazione diventa insostenibile e pericolosa. I musulmani sono anche loro a caccia della serial killer. Suppongono che sia una fanatica ebrea che vuole imitare le gesta dell’eroina biblica Jaele. Se la prendono anche con Tartini e il suo aiutante Farsetti, vittime di intimidazioni. Bisogna far presto, dunque. La tensione sta salendo. Un’altra novità è che Tartini, incallito dongiovanni, questa volta s’innamora. Si tratta di una prostituta, Mitzi. Se la porta a vivere con sé, a casa sua, a Cannaregio, in corte Colombina: “A casa sua adesso c’era una donna che l’aspettava. Non era più solo. Non era più il trastullo di amanti occasionali e viziate.”
Tutto sta girando per il meglio. La sera di San Silvestro, mentre nella città già si odono i botti di fine anno, Tartini entra nella tana della donna killer, sa chi è. Ormai non potrà più sfuggirgli. Sarà Mitzi, l’amata Mitzi, a guastargli la festa.


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5 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Stelvio Mestrovich: “La … — 5 Settembre 2009 @ 16:44

    […] Guarda Articolo Originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Stelvio Mestrovich: “La … […]

  2. Commento by Dani — 6 Settembre 2009 @ 12:47

    Ho letto il libro e mi preme a dire che mi è piaciuto molto. L’ho letto con calma rileggendo a volte frasi significative nascoste tra le righe…
    Si coglie che l’autore è una persona preparata e colta. Sa spaziare con intelligenza descrittiva stimolando il lettore con curiosità a soffermarsi e a dare sfogo all’immaginazione.
    Racconto affascinante, mai scontato e ricco di colpi di scena.
    Davvero un bel libro !

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 6 Settembre 2009 @ 17:47

    L’ambientazione di un romanzo giallo nella realtà tutta particolare di Venezia è oltremodo stimolante e suggestiva.
    Complimenti ancora a Bartolomeo, che riesce, con le sue grandi doti di interprete e recensore e con la sua indiscussa umanità, a presentarci sempre autori di grande interesse
    Gian Gabriele

  4. Commento by Shpendi sollaku Noè — 19 Settembre 2009 @ 10:46

    Mestrovich é ormai percursore di un nuovo tipo di giallo,quello rigorosamente artistico.Fa impressione il modo poetico di narrare e l’originalità del suo personaggio.É molto diverso dai vari Montalbano…Il colpo di scena alla fine? Molto trovato,affascinante,migliore dei vari O’Henry.Perfetta.

    Shpendi Sollaku Noè

    http://www.shsnoe.com

  5. Commento by Assunta Doriana — 29 Settembre 2009 @ 20:12

    Ho appena finito di leggere il romanzo giallo di Stelvio Mestrovich, “La sindrome di Jaele”, con protagonista l’Ispettore Capo Giangiorgio Tartini, discendente del musicista Tartini. La vicenda è ambientata a Venezia e, secondo me, già questo è motivo di mistero e suspense, mentre si segue l’Ispettore fra le calli e i campielli o si percorrono con lui i canali, nei momenti in cui l’azione si fa più serrata. La città avvolge il lettore nella sua atmosfera affascinante. La storia molto avvicente, si snoda attorno ad un quadro, “Jaele e Sisara” esposto a Ca’ Rezzonico e a cui si ispira per i suoi delitti uno spietato serial-killer che uccide soltanto uomini musulmani. Giangiorgio deve far ricorso a tutta la sua arte investigativa per scoprire l’assassino e quando ci riuscirà la sorpresa sarà choccante, ma la svolta più sconcertante riguarderà Giangiorgio stesso e sarà incredibile.
    Consiglio a chiunque ami il giallo di non lasciarsi sfuggire questo romanzo: ci si immergerà e rimarrà in apnea fino alla fine, quando il respiro tornerà, ma piuttosto ansante e si calmerà poco a poco, a causa delle susseguenti emozioni che il lettore avrà ricevuto. Stelvio Mestrovich è un autore raffinato e coltissimo. I suoi libri lasciano sempre qualcosa di indelebile dentro di me.

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