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LETTERATURA: I MAESTRI: Letteratura e sport. Quell’istante supremo

22 Settembre 2015

di Manlio Cancogni
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 43, gioved√¨, 24 ottobre 1968]

Bench√© sia entrato a far parte integrante della vita moderna, lo sport, non ha ancora prodotto in nessun Paese, una letteratura sportiva. Quando il barone Pierre De Coubertin, alla fine del secolo scorso, risuscit√≤ i giochi olimpici, era persuaso che il fatto avrebbe avuto un’eco profonda nella poesia e nelle arti. La sua attesa fu delusa. Il con ¬≠corso di poesia ch’egli aveva abbinato alle prove sportive non rivel√≤ alcun poeta. L’ode allo sport che vinse il premio in occasione della prima olimpiade dell’era moderna, quella di Atene nel 1896, era povera d’ispirazione, gonfia e accade ¬≠mica nella forma. L’aveva scritta, sotto pseudo ¬≠nimo, lo stesso barone. E’ facile celebrare retori ¬≠camente lo sport, molto pi√Ļ difficile rappresen ¬≠tarlo, esprimerlo. Esso pu√≤ anche suscitare nel letterato, pensieri pericolosi. E’ il caso di Char ¬≠les Maurras che trov√≤ nelle Olimpiadi di Atene, alle quali assist√© in veste d’inviato di un quoti ¬≠diano parigino, lo spunto per le sue fantasie politiche.

Maurras, all’epoca, era soltanto uno scrittore, un poeta classicheggiante a cui nessuno pronosti ¬≠cava un avvenire politico. Uomo di destra, come tanti altri francesi; antidreyfusardo, anglogofobo, germanofobo, slavofobo, come tanti altri fran ¬≠cesi; e, naturalmente, antisemita. Niente di pi√Ļ. Il viaggio in Grecia, con la visita di rito ai luoghi sacri, e gli spettacoli olimpici, ebbe sulla sua im ¬≠maginazione un’influenza nefasta. Le sue crona ¬≠che sportive, piatte, da cui risalta soltanto uno sciovinismo ottuso, oggi sarebbero rifiutate dall’¬ę Equipe ¬Ľ. Nessuno le ricorda. Le idee ch’egli rimugin√≤ mentre assisteva alle gare sotto il lim ¬≠pido cielo dell’Attica avrebbero avvelenato per quasi mezzo secolo la vita pubblica francese. Ad Atene Maurras scopr√¨ che l’ordine √® pi√Ļ impor ¬≠tante della libert√†, che l’armonia nell’edificio so ¬≠ciale (egli guardava come modello il Partenone) deve prevalere sulle parti, cio√® sull’individuo; che la democrazia moderna √® brutta. Era partito da Parigi come un qualunque uomo di destra; vi torn√≤ come reazionario. Di l√¨ a poco fondava l’Ac ¬≠tion fran√≠¬ßaise cominciando apertamente, assidua ¬≠mente (e ahim√® con successo) la sua opera di sa ¬≠botaggio della repubblica, la gueuse (la stracciona) come la chiamava nei suoi articoli traboccan ¬≠ti d’odio.

Il primo contatto fra Olimpiadi e letteratura √® stato dunque infelice. E d’altra parte, nel caso di Maurras, non si pu√≤ parlare di infortunio. Il fon ¬≠datore dell‘Action fran√≠¬ßaise infatti, col suo disgu ¬≠sto per la democrazia, la sua avversione per il popolo e i suoi deputati, il suo bisogno d’aristo ¬≠crazia, la sua passione per la forma, pu√≤ legitti ¬≠mamente rappresentare il letterato del suo tem ¬≠po. In Italia, all’epoca, regnava D’Annunzio.

Anche D’Annunzio amava lo sport. Nelle brevi cronache, spesso felici, che con lo pseudonimo di Duca minimo, scriveva sulla Tribuna di Roma, vi sono numerosi riferimenti alla ginnastica, all’e ¬≠quitazione, alla scherma. Erano le discipline pi√Ļ in voga nel mondo aristocratico ch’egli frequen ¬≠tava; sembravano fatte apposta per esaltare quel culto della bellezza fisica, dell’eleganza nel gesto, del dominio sul corpo da parte della volont√†, che costituivano uno dei cardini della sua concezione decadente della vita. A quel tempo risale anche il Piacere con la vittoriosa cavalcata di Andrea Sperelli in sella a un purosangue dal nome esotico.

Nei primi due decenni del secolo le Olimpiadi non ebbero lo sviluppo e il successo che il loro fondatore s’era aspettato. Stavano ancora a met√† fra lo sport, il folklore, lo spettacolo da baracco ¬≠ne, e il pubblico non le capiva. I letterati, dopo l’infelice avventura di Maurras, le consideravano distrattamente. Col loro gusto per l’eccezionale erano attratti semmai dagli sport del motore che le Olimpiadi escludevano dai loro programmi, dall’automobilismo, dall’aviazione. Anche D’An ¬≠nunzio aveva scoperto l’estasi del volo. Si leg ¬≠gano in proposito le confidenze da lui fatte a Luigi Barzini in occasione del grande raduno ae ¬≠reo di Montichiari, vicino a Brescia (mi pare nel 1912) cui assist√© come inviato di un giornale au ¬≠striaco un giovane praghese allora sconosciuto, Franz Kafka. E il primo ¬ę Manifesto ¬Ľ dei futuri ¬≠sti contiene pi√Ļ d’una allusione alla bellezza del ¬≠la velocit√†, al rombo dei motori, al vorticare delle ruote e delle eliche. Lo sport, purtroppo, conti ¬≠nuava a eccitare il letterato solo per fargli scri ¬≠vere delle sciocchezze o delle banalit√†.

Era inevitabile che la prima guerra mondiale operasse una grande trasformazione nello sport, che ne usc√¨ carico di una gran forza esplosiva, diffondendosi rapidamente fuori del ristretto am ¬≠biente aristocratico, di signori e di esteti, che l’a ¬≠veva finora coltivato. Lo sport conquista le folle, si democratizza, anche se non in tutto il mondo. Le Olimpiadi di Parigi, di Anversa e di Amster ¬≠dam, anche se lontane da un’organizzazione per ¬≠fetta, sono avvenimenti mondiali, non pi√Ļ curio ¬≠sit√† al margine della cronaca. Le imprese di Paavo Nurmi, il piccolo finlandese che trionf√≤ ad An ¬≠versa e ad Amsterdam nelle gare di fondo, emo ¬≠zionarono migliaia di spettatori. Chi non vi assi ¬≠st√©, ebbe ugualmente l’illusione di vederle attra ¬≠verso le parole dei giornalisti presenti nello sta ¬≠dio.

E i letterati? L’atteggiamento dei letterati di fronte allo sport e alle Olimpiadi in particolare √® anch’esso mutato. L’estetismo maurrassiano e dannunziano sembra morto. Forse continua ad agire sotterraneamente. Si tratta comunque di un atteggiamento non chiaro. I letterati s’inte ¬≠ressano sinceramente di sport, ora non √® una po ¬≠sa snobistica la loro; molti lo praticano, come Er ¬≠nest Hemingway, e l’allora giovanissimo Roger Vailland; in genere, per√≤, tranne alcune eccezio ¬≠ni, continuano a scriverne male, con difficolt√†.

Drieu la Rochelle, una delle vittime di Maur ¬≠ras, contrariamente al maestro, non nascondeva in proposito la sua diffidenza. ¬ę La letteratura ¬Ľ, scriveva nel 1925, in occasione delle Olimpiadi di Anversa, ¬ę √® molto lontana dal potersi interessa ¬≠re di un soggetto cos√¨ grezzo, popolare e vergine come lo sport ¬Ľ. E finiva con questo consiglio ai colleghi: ¬ę Per ora asteniamoci, i tempi non sono maturi ¬Ľ. Eppure Drieu sembrava, fra i letterati francesi, il pi√Ļ disposto a partecipare a quel ge ¬≠nere di emozioni. Non era lui che, giovanissimo ufficiale alla battaglia di Charleroi, aveva prova ¬≠to ¬ę l’estasi esaltante dell’assalto alla baionetta ¬Ľ?

La difficolt√†, oltre che nelle cose, nella realt√† sportiva, risiede nel modo di affrontarla. Per pau ¬≠ra della vecchia enfasi si vorrebbe usare le paro ¬≠le pi√Ļ semplici, o inventare forme nuove. Di questo disagio √® interprete Pierre Mac Orlan, quan ¬≠do, al momento di entrare nello stadio per assi ¬≠stere a una partita di rugby, esclama: ¬ę Poich√© sento sempre questa emozione, penso che questa generazione, alla quale appartengo, cambier√† qualcosa nell’arte di scrivere dei libri e di com ¬≠prenderli. ¬Ľ.

Parigi, fra il ’20 e il ’30 era, per lo sport, come per la letteratura, la capitale del continente. Era ¬≠no gli anni di Georges Carpentier e della sua grande sfida a Jack Dempsey, di Jules Ladoumegue e del suo prestigioso record mondiale sui 1500 metri, di Henry Cochet, il trionfatore di Wimbledon e della coppa Davis. Cocteau si com ¬≠piaceva di avere fra i suoi amici Al Brown, il pu ¬≠gile negro di Panama, campione del mondo dei pesi gallo, un artista del ring, dalle braccia e dal ¬≠le gambe cos√¨ magre e lunghe che fra le corde del quadrato somigliava a un gigantesco ragno nero nella sua tela. E in uno slancio di patriottismo, Jean Giraudoux, il raffinatissimo e mite Jean Giraudoux, non sembrandogli abbastanza grande la gloria sportiva del suo Paese, scriveva, con poca conoscenza di causa: ¬ę Sono le nazioni che hanno i migliori podisti quelle che sono arrivate prima ai due poli ¬Ľ.

Era un entusiasmo grande, sincero: e tuttavia oggi sarebbe molto difficile trovare nella lettera ¬≠tura europea fra le due guerre qualche pagina, non dico un libro, che rifletta degnamente questa passione. Il meglio nella letteratura sportiva, se vogliamo usare questa espressione approssimati ¬≠va, viene dal mondo anglosassone, e in specie dall’America. Forse perch√© i loro scrittori, pren ¬≠diamo un Ring Lardner, o uno Sherwood Ander ¬≠son (quando parla di cavalli) si contentano di de ¬≠scrivere, di rappresentare, senza porsi troppi problemi, di forma o di significato, di morale o di ideologia, aderendo il pi√Ļ possibile alle cose. Er ¬≠nest Hemingway in questo senso resta esempla ¬≠re. Nessuno quanto lui √® in grado di riprodurre le sensazioni stesse dei suoi personaggi, pugili o pescatori o cacciatori. Li sa far muovere, cammi ¬≠nare, correre, cadere, in contatto diretto con l’ambiente, tappeto di un ring, sabbia o prato, dando al lettore l’illusione di vivere lui stesso, momento per momento, quell’esperienza.

In Europa, l’opera d’arte pi√Ļ significativa lega ¬≠ta allo sport nel periodo fra le due guerre, √® pur sempre il monumentale documentario della Leni Riefenstahl sulle Olimpiadi del ’36. Immagino gi√† le proteste che provocher√† questa affermazio ¬≠ne. D’accordo: nel suo insieme quel documenta ¬≠rio era uno zibaldone insopportabile, di un esteti ¬≠smo nauseante. Non riesco a ricordare senza di ¬≠sgusto i metri di pellicola sprecati da quella gran matta nell’accompagnare la fiaccola dai gradini oscuri di non so quale tempio greco al biancore abbagliante dello stadio berlinese. E non parlia ¬≠mo dell’adorazione erotica con la quale la stolta indugia sui corpi seminudi nella natura, dietro i quali si leva l’ombra sinistra del comico Adolfo, o di Goering il grassone. Ma quando dalla cornice si scende in pista o sul prato, in presa diretta con gli atleti in gara, allora il discorso cambia. La Riefenstahl sa raccontare una corsa o una gara. Lo scatto di Owens dalle buchette di partenza dei cento metri piani, il volo dello stesso Owens nella finale del salto in lungo, la volata di Lovelock, il neozelandese, sul rettilineo di fronte alle tribune, nella gara dei 1500 metri, il passo di Zabala, nel tratto iniziale della maratona, il succedersi dei cambi nella staffetta quattro per quattrocento, con americani e inglesi alle prese fino all’ultimo metro, si possono ancora rivedere con la stessa emozione. Un’emozione estetica, nel senso pi√Ļ vero e puro della parola per quel senso di sospen ¬≠sione di qualsiasi altro giudizio, di ammirazione estatica, di mistero, e in definitiva di incompren ¬≠sibile malinconia che accompagna la vista di quelle immagini.

La seconda guerra mondiale ha ancora pi√Ļ de ¬≠mocratizzato lo sport sia per l’aumento di coloro che lo praticano, e non soltanto nei Paesi privile ¬≠giati, sia per l’interesse del pubblico. Chi ignora lo sport oggi? Meno di tutti, possiamo dirlo, i let ¬≠terati, che oggi, almeno in Italia, si fanno un me ¬≠rito di saper tutto riguardo alle formazioni delle squadre di calcio, ai record di atletica, o alle clas ¬≠sifiche delle classiche del ciclismo. E non si trat ¬≠ta di snobismo. Forse, oltre al contagio dell’am ¬≠biente, agisce in loro una nostalgia inconsapevole della vita fisica, puramente animale, del vigore, dell’eroismo individuale. Per molti lo sport, √® co ¬≠me un bagno in un mondo innocente.

Ma la nostalgia e il bagno nell’innocenza non sono fattori sufficienti a fare della buona lettera ¬≠tura. Per lo scrittore, in versi o in prosa, lo sport continua ad essere uno scoglio, di fronte al quale si preferisce divagare, evadere nel mondo dei simboli. Si legga come Albert Camus racconta l’esordio di una serata di boxe al Central Sporting Club di Orano: ¬ę Tutti sudano ferocemente. In at ¬≠tesa dei combattimenti dei ”novizi‚ÄĚ un gigante ¬≠sco altoparlante abbaia una canzone di Tino Ros ¬≠si ¬Ľ. E fin qui va bene. ¬ę E’ la romanza, prima dell’assassinio ¬Ľ. Si comincia ad andar male. ¬ę La folla respira con gravit√† l’odore sacro del sacrifi ¬≠cio ¬Ľ. Sempre peggio. ¬ę Essa contempla questo succedersi di riti lenti e di sacrifici disordinati. Sono i prologhi cerimoniosi d’una religione sel ¬≠vaggia e calcolata ¬Ľ. Siamo nell’abisso. ¬ę … La fol ¬≠la, che si spande fuori sotto un cielo pieno di si ¬≠lenzio e di stelle, ha sostenuto il pi√Ļ spossante dei combattimenti. Tace, scompare furtivamente, senza forze per l’esegesi. C’√® il bene e il male, questa religione √® senza piet√†. La coorte dei fede ¬≠li non √® che un’adunata di ombre nere e bianche che scompare nella notte. Ci√≤ perch√© la forza e la violenza sono d√®i solitari ¬Ľ. E vi risparmio il re ¬≠sto per rispetto al premio Nobel.

Probabilmente la difficolt√† di scrivere di sport dipende dal fatto che lo sport √® un mondo ristret ¬≠to, mentre l’ambizione del letterato √® grande. Lo scrittore dovrebbe contentarsi di quello che vede, (non molto, lo sport √® fatto di pochi elementi, e psicologicamente √® addirittura rudimentale) ma non soddisfatto, forza quella realt√†, la spreme, e cos√¨ facendo, la distrugge. Hemingway, che se ne intendeva, ha lasciato scritta, in un suo racconto, una frase che potrebbe benissimo valere come raccomandazione per lo scrittore che si accinge a scrivere di sport: ¬ę Non pensare. Non dire nien ¬≠te. Se no rovinerai tutto con le parole ¬Ľ.

D’altro lato questa ricerca del semplice, del ¬≠l’immediato pu√≤ nascondere un’altra insidia: un ritorno del vecchio decadente vitalismo d’annunziano in nuove forme. Questa frase di Roger Vailland, nel descrivere l’atto sportivo come un mo ¬≠mento privilegiato nella vita di un uomo (gli al ¬≠tri si troverebbero nella guerra e nella sessua ¬≠lit√†) √® abbastanza sintomatica. Cos√¨ scriveva il retorico autore di La loi: ¬ę La coscienza si riduce all’istante. Il cuore, l’intelligenza, i muscoli sono tutt’uno; √® uno dei pi√Ļ alti gradi di fusione cui giungono, nello spazio di un secondo, le facolt√† dell’uomo ¬Ľ.

In questi ultimi anni lo sport non ha cessato di svilupparsi, dilatarsi, occupando ormai tutta la superficie della terra. Le Olimpiadi che si dispu ¬≠tano in questi giorni a Citt√† del Messico, sono se ¬≠guite da circa un miliardo di spettatori. Televi ¬≠sione, radio, cinema sono impegnati a fissarne le immagini per i contemporanei, e anche per chi verr√†. Vogliamo vedere in questo trionfo dei ¬ęmass media ¬Ľ, una prova in pi√Ļ che la parola, la parola scritta, √® uno strumento di comunicazione superato? Non sar√≤ certo io ad ammetterlo. Per me nessuna immagine televisiva o cinematografi ¬≠ca, ha il profondo fascino di un secco resoconto di cronaca; o ancora pi√Ļ di una classifica, di un ordine d’arrivo con i nomi, la nazionalit√†, i tem ¬≠pi, i minuti, i secondi, i decimi di secondo.


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Bart