di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 43, giovedì, 24 ottobre 1968]
Benché sia entrato a far parte integrante della vita moderna, lo sport, non ha ancora prodotto in nessun Paese, una letteratura sportiva. Quando il barone Pierre De Coubertin, alla fine del secolo scorso, risuscitò i giochi olimpici, era persuaso che il fatto avrebbe avuto un’eco profonda nella poesia e nelle arti. La sua attesa fu delusa. Il con corso di poesia ch’egli aveva abbinato alle prove sportive non rivelò alcun poeta. L’ode allo sport che vinse il premio in occasione della prima olimpiade dell’era moderna, quella di Atene nel 1896, era povera d’ispirazione, gonfia e accade mica nella forma. L’aveva scritta, sotto pseudo nimo, lo stesso barone. E’ facile celebrare retori camente lo sport, molto più difficile rappresen tarlo, esprimerlo. Esso può anche suscitare nel letterato, pensieri pericolosi. E’ il caso di Char les Maurras che trovò nelle Olimpiadi di Atene, alle quali assisté in veste d’inviato di un quoti diano parigino, lo spunto per le sue fantasie politiche.
Maurras, all’epoca, era soltanto uno scrittore, un poeta classicheggiante a cui nessuno pronosti cava un avvenire politico. Uomo di destra, come tanti altri francesi; antidreyfusardo, anglogofobo, germanofobo, slavofobo, come tanti altri fran cesi; e, naturalmente, antisemita. Niente di più. Il viaggio in Grecia, con la visita di rito ai luoghi sacri, e gli spettacoli olimpici, ebbe sulla sua im maginazione un’influenza nefasta. Le sue crona che sportive, piatte, da cui risalta soltanto uno sciovinismo ottuso, oggi sarebbero rifiutate dall’« Equipe ». Nessuno le ricorda. Le idee ch’egli rimuginò mentre assisteva alle gare sotto il lim pido cielo dell’Attica avrebbero avvelenato per quasi mezzo secolo la vita pubblica francese. Ad Atene Maurras scoprì che l’ordine è più impor tante della libertà, che l’armonia nell’edificio so ciale (egli guardava come modello il Partenone) deve prevalere sulle parti, cioè sull’individuo; che la democrazia moderna è brutta. Era partito da Parigi come un qualunque uomo di destra; vi tornò come reazionario. Di lì a poco fondava l’Ac tion franí§aise cominciando apertamente, assidua mente (e ahimè con successo) la sua opera di sa botaggio della repubblica, la gueuse (la stracciona) come la chiamava nei suoi articoli traboccan ti d’odio.
Il primo contatto fra Olimpiadi e letteratura è stato dunque infelice. E d’altra parte, nel caso di Maurras, non si può parlare di infortunio. Il fon datore dell‘Action franí§aise infatti, col suo disgu sto per la democrazia, la sua avversione per il popolo e i suoi deputati, il suo bisogno d’aristo crazia, la sua passione per la forma, può legitti mamente rappresentare il letterato del suo tem po. In Italia, all’epoca, regnava D’Annunzio.
Anche D’Annunzio amava lo sport. Nelle brevi cronache, spesso felici, che con lo pseudonimo di Duca minimo, scriveva sulla Tribuna di Roma, vi sono numerosi riferimenti alla ginnastica, all’e quitazione, alla scherma. Erano le discipline più in voga nel mondo aristocratico ch’egli frequen tava; sembravano fatte apposta per esaltare quel culto della bellezza fisica, dell’eleganza nel gesto, del dominio sul corpo da parte della volontà, che costituivano uno dei cardini della sua concezione decadente della vita. A quel tempo risale anche il Piacere con la vittoriosa cavalcata di Andrea Sperelli in sella a un purosangue dal nome esotico.
Nei primi due decenni del secolo le Olimpiadi non ebbero lo sviluppo e il successo che il loro fondatore s’era aspettato. Stavano ancora a metà fra lo sport, il folklore, lo spettacolo da baracco ne, e il pubblico non le capiva. I letterati, dopo l’infelice avventura di Maurras, le consideravano distrattamente. Col loro gusto per l’eccezionale erano attratti semmai dagli sport del motore che le Olimpiadi escludevano dai loro programmi, dall’automobilismo, dall’aviazione. Anche D’An nunzio aveva scoperto l’estasi del volo. Si leg gano in proposito le confidenze da lui fatte a Luigi Barzini in occasione del grande raduno ae reo di Montichiari, vicino a Brescia (mi pare nel 1912) cui assisté come inviato di un giornale au striaco un giovane praghese allora sconosciuto, Franz Kafka. E il primo « Manifesto » dei futuri sti contiene più d’una allusione alla bellezza del la velocità, al rombo dei motori, al vorticare delle ruote e delle eliche. Lo sport, purtroppo, conti nuava a eccitare il letterato solo per fargli scri vere delle sciocchezze o delle banalità.
Era inevitabile che la prima guerra mondiale operasse una grande trasformazione nello sport, che ne uscì carico di una gran forza esplosiva, diffondendosi rapidamente fuori del ristretto am biente aristocratico, di signori e di esteti, che l’a veva finora coltivato. Lo sport conquista le folle, si democratizza, anche se non in tutto il mondo. Le Olimpiadi di Parigi, di Anversa e di Amster dam, anche se lontane da un’organizzazione per fetta, sono avvenimenti mondiali, non più curio sità al margine della cronaca. Le imprese di Paavo Nurmi, il piccolo finlandese che trionfò ad An versa e ad Amsterdam nelle gare di fondo, emo zionarono migliaia di spettatori. Chi non vi assi sté, ebbe ugualmente l’illusione di vederle attra verso le parole dei giornalisti presenti nello sta dio.
E i letterati? L’atteggiamento dei letterati di fronte allo sport e alle Olimpiadi in particolare è anch’esso mutato. L’estetismo maurrassiano e dannunziano sembra morto. Forse continua ad agire sotterraneamente. Si tratta comunque di un atteggiamento non chiaro. I letterati s’inte ressano sinceramente di sport, ora non è una po sa snobistica la loro; molti lo praticano, come Er nest Hemingway, e l’allora giovanissimo Roger Vailland; in genere, però, tranne alcune eccezio ni, continuano a scriverne male, con difficoltà.
Drieu la Rochelle, una delle vittime di Maur ras, contrariamente al maestro, non nascondeva in proposito la sua diffidenza. « La letteratura », scriveva nel 1925, in occasione delle Olimpiadi di Anversa, « è molto lontana dal potersi interessa re di un soggetto così grezzo, popolare e vergine come lo sport ». E finiva con questo consiglio ai colleghi: « Per ora asteniamoci, i tempi non sono maturi ». Eppure Drieu sembrava, fra i letterati francesi, il più disposto a partecipare a quel ge nere di emozioni. Non era lui che, giovanissimo ufficiale alla battaglia di Charleroi, aveva prova to « l’estasi esaltante dell’assalto alla baionetta »?
La difficoltà, oltre che nelle cose, nella realtà sportiva, risiede nel modo di affrontarla. Per pau ra della vecchia enfasi si vorrebbe usare le paro le più semplici, o inventare forme nuove. Di questo disagio è interprete Pierre Mac Orlan, quan do, al momento di entrare nello stadio per assi stere a una partita di rugby, esclama: « Poiché sento sempre questa emozione, penso che questa generazione, alla quale appartengo, cambierà qualcosa nell’arte di scrivere dei libri e di com prenderli. ».
Parigi, fra il ’20 e il ’30 era, per lo sport, come per la letteratura, la capitale del continente. Era no gli anni di Georges Carpentier e della sua grande sfida a Jack Dempsey, di Jules Ladoumegue e del suo prestigioso record mondiale sui 1500 metri, di Henry Cochet, il trionfatore di Wimbledon e della coppa Davis. Cocteau si com piaceva di avere fra i suoi amici Al Brown, il pu gile negro di Panama, campione del mondo dei pesi gallo, un artista del ring, dalle braccia e dal le gambe così magre e lunghe che fra le corde del quadrato somigliava a un gigantesco ragno nero nella sua tela. E in uno slancio di patriottismo, Jean Giraudoux, il raffinatissimo e mite Jean Giraudoux, non sembrandogli abbastanza grande la gloria sportiva del suo Paese, scriveva, con poca conoscenza di causa: « Sono le nazioni che hanno i migliori podisti quelle che sono arrivate prima ai due poli ».
Era un entusiasmo grande, sincero: e tuttavia oggi sarebbe molto difficile trovare nella lettera tura europea fra le due guerre qualche pagina, non dico un libro, che rifletta degnamente questa passione. Il meglio nella letteratura sportiva, se vogliamo usare questa espressione approssimati va, viene dal mondo anglosassone, e in specie dall’America. Forse perché i loro scrittori, pren diamo un Ring Lardner, o uno Sherwood Ander son (quando parla di cavalli) si contentano di de scrivere, di rappresentare, senza porsi troppi problemi, di forma o di significato, di morale o di ideologia, aderendo il più possibile alle cose. Er nest Hemingway in questo senso resta esempla re. Nessuno quanto lui è in grado di riprodurre le sensazioni stesse dei suoi personaggi, pugili o pescatori o cacciatori. Li sa far muovere, cammi nare, correre, cadere, in contatto diretto con l’ambiente, tappeto di un ring, sabbia o prato, dando al lettore l’illusione di vivere lui stesso, momento per momento, quell’esperienza.
In Europa, l’opera d’arte più significativa lega ta allo sport nel periodo fra le due guerre, è pur sempre il monumentale documentario della Leni Riefenstahl sulle Olimpiadi del ’36. Immagino già le proteste che provocherà questa affermazio ne. D’accordo: nel suo insieme quel documenta rio era uno zibaldone insopportabile, di un esteti smo nauseante. Non riesco a ricordare senza di sgusto i metri di pellicola sprecati da quella gran matta nell’accompagnare la fiaccola dai gradini oscuri di non so quale tempio greco al biancore abbagliante dello stadio berlinese. E non parlia mo dell’adorazione erotica con la quale la stolta indugia sui corpi seminudi nella natura, dietro i quali si leva l’ombra sinistra del comico Adolfo, o di Goering il grassone. Ma quando dalla cornice si scende in pista o sul prato, in presa diretta con gli atleti in gara, allora il discorso cambia. La Riefenstahl sa raccontare una corsa o una gara. Lo scatto di Owens dalle buchette di partenza dei cento metri piani, il volo dello stesso Owens nella finale del salto in lungo, la volata di Lovelock, il neozelandese, sul rettilineo di fronte alle tribune, nella gara dei 1500 metri, il passo di Zabala, nel tratto iniziale della maratona, il succedersi dei cambi nella staffetta quattro per quattrocento, con americani e inglesi alle prese fino all’ultimo metro, si possono ancora rivedere con la stessa emozione. Un’emozione estetica, nel senso più vero e puro della parola per quel senso di sospen sione di qualsiasi altro giudizio, di ammirazione estatica, di mistero, e in definitiva di incompren sibile malinconia che accompagna la vista di quelle immagini.
La seconda guerra mondiale ha ancora più de mocratizzato lo sport sia per l’aumento di coloro che lo praticano, e non soltanto nei Paesi privile giati, sia per l’interesse del pubblico. Chi ignora lo sport oggi? Meno di tutti, possiamo dirlo, i let terati, che oggi, almeno in Italia, si fanno un me rito di saper tutto riguardo alle formazioni delle squadre di calcio, ai record di atletica, o alle clas sifiche delle classiche del ciclismo. E non si trat ta di snobismo. Forse, oltre al contagio dell’am biente, agisce in loro una nostalgia inconsapevole della vita fisica, puramente animale, del vigore, dell’eroismo individuale. Per molti lo sport, è co me un bagno in un mondo innocente.
Ma la nostalgia e il bagno nell’innocenza non sono fattori sufficienti a fare della buona lettera tura. Per lo scrittore, in versi o in prosa, lo sport continua ad essere uno scoglio, di fronte al quale si preferisce divagare, evadere nel mondo dei simboli. Si legga come Albert Camus racconta l’esordio di una serata di boxe al Central Sporting Club di Orano: « Tutti sudano ferocemente. In at tesa dei combattimenti dei ”novizi” un gigante sco altoparlante abbaia una canzone di Tino Ros si ». E fin qui va bene. « E’ la romanza, prima dell’assassinio ». Si comincia ad andar male. « La folla respira con gravità l’odore sacro del sacrifi cio ». Sempre peggio. « Essa contempla questo succedersi di riti lenti e di sacrifici disordinati. Sono i prologhi cerimoniosi d’una religione sel vaggia e calcolata ». Siamo nell’abisso. « … La fol la, che si spande fuori sotto un cielo pieno di si lenzio e di stelle, ha sostenuto il più spossante dei combattimenti. Tace, scompare furtivamente, senza forze per l’esegesi. C’è il bene e il male, questa religione è senza pietà. La coorte dei fede li non è che un’adunata di ombre nere e bianche che scompare nella notte. Ciò perché la forza e la violenza sono dèi solitari ». E vi risparmio il re sto per rispetto al premio Nobel.
Probabilmente la difficoltà di scrivere di sport dipende dal fatto che lo sport è un mondo ristret to, mentre l’ambizione del letterato è grande. Lo scrittore dovrebbe contentarsi di quello che vede, (non molto, lo sport è fatto di pochi elementi, e psicologicamente è addirittura rudimentale) ma non soddisfatto, forza quella realtà, la spreme, e così facendo, la distrugge. Hemingway, che se ne intendeva, ha lasciato scritta, in un suo racconto, una frase che potrebbe benissimo valere come raccomandazione per lo scrittore che si accinge a scrivere di sport: « Non pensare. Non dire nien te. Se no rovinerai tutto con le parole ».
D’altro lato questa ricerca del semplice, del l’immediato può nascondere un’altra insidia: un ritorno del vecchio decadente vitalismo d’annunziano in nuove forme. Questa frase di Roger Vailland, nel descrivere l’atto sportivo come un mo mento privilegiato nella vita di un uomo (gli al tri si troverebbero nella guerra e nella sessua lità) è abbastanza sintomatica. Così scriveva il retorico autore di La loi: « La coscienza si riduce all’istante. Il cuore, l’intelligenza, i muscoli sono tutt’uno; è uno dei più alti gradi di fusione cui giungono, nello spazio di un secondo, le facoltà dell’uomo ».
In questi ultimi anni lo sport non ha cessato di svilupparsi, dilatarsi, occupando ormai tutta la superficie della terra. Le Olimpiadi che si dispu tano in questi giorni a Città del Messico, sono se guite da circa un miliardo di spettatori. Televi sione, radio, cinema sono impegnati a fissarne le immagini per i contemporanei, e anche per chi verrà. Vogliamo vedere in questo trionfo dei «mass media », una prova in più che la parola, la parola scritta, è uno strumento di comunicazione superato? Non sarò certo io ad ammetterlo. Per me nessuna immagine televisiva o cinematografi ca, ha il profondo fascino di un secco resoconto di cronaca; o ancora più di una classifica, di un ordine d’arrivo con i nomi, la nazionalità, i tem pi, i minuti, i secondi, i decimi di secondo.