di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 29, giovedì, 18 luglio 1968]

Fra poco dovremo vergognarci d’essere toscani. Alle vecchie accuse di faziosità, malignità, cattiveria, se ne ag ­giunge una nuova, particolarmente insidiosa se rivolta a degli scrittori. L’accusa di esprimersi in una lingua esauri ­ta, morta.

Prima c’era il complesso della lingua toscana, così bella, così pura. Quante volte capitava di sentire uno scrittore piemontese, o lombardo, o ligure, gemere sulla sfortuna, ir ­reparabile, di non essere nato in riva all’Arno! « Voi tosca ­ni », diceva, pieno d’invidia e di rimpianto, « avete il dono della parola. Noi invece abbiamo bisogno del vocabolario; per noi, scrivere, è una pena… ».

« Voi toscani… ». Era un intercalare che finiva per essere quasi fastidioso. I toscani forse erano i primi a non apprez ­zare lo storico viaggio di Manzoni a Firenze. (Personalmen ­te ho sempre stentato a entrare nelle ragioni di certe no ­stalgie linguistiche. « Possibile, mi dico, che uno scrittore si lasci così condizionare dall’appartenenza a una regione? E i libri, non sono a disposizione di tutti? »)

« Voi toscani… » ed ecco che da qualche tempo, l’interca ­lare, (di cui nessun toscano è mai andato superbo), ha as ­sunto un tono diverso, ironico, accusatorio. Nel giro di vent’anni si è passati dall’invidia al disprezzo. « Voi toscani », mi diceva tempo fa uno scrittore veneto, « non vi siete an ­cora accorti che il toscano non ha più efficacia letteraria ».

Eccoci sistemati. La lingua toscana ha compiuto la sua parabola, ora è un albero secco. Se vogliamo arricchire di nuove linfe le patrie lettere bisognerà cercare altrove l’i ­spirazione, immergersi nell’onda vitale dei dialetti, ricor ­rendo magari alle lingue straniere. « Che termine usi tu », mi chiedeva il solito scrittore veneto, « per una donna che fa la calza? ». « Direi sferruzzante… ». « Non mi piace, non serve; io ho scritto ”tricotante” ».

L’accusa si allarga. Il toscano è odiato non solo per la sua lingua insufficiente a esprimere la ricchezza dell’espe ­rienza, ma perché lo si considera spiritualmente avaro, ari ­do, non amante del rischio e dell’avventura. Lo si fa diven ­tare il simbolo del perbenismo letterario. Gli altri speri ­mentano, avanzano, il toscano è fermo, si riposa, gli altri s’abbandonano all’istinto, al sangue; il toscano è tutto testa, controllato, secco, crede troppo nella misura, nell’equilibrio, si contenta. Così si dice.

Moravia ha quasi impiantato una teoria su questa di ­stinzione. Da un lato vede una tradizione, non toscana, rea ­listica, da Dante (toscano per sbaglio) a Verga a Svevo e Pirandello; dall’altra una linea gentile, quieta, arcadica, da Petrarca a Cassola. (E Buonarroti, chiediamo, e Tozzi, per citare un contemporaneo?) Si tratta, come tutti capiscono, di schemi frettolosi e generici, di formule vuote. Ma in questo mondo di parole a vanvera, sono soprattutto le for ­mule che s’impongono, che fanno storia.

E’ un fatto che la un tempo vantata chiarezza, atticità del toscano, mal si confà al gusto per il barocco che sta do ­minando nelle nostre lettere. Forme aperte, contro forme chiuse. In altri termini torna fuori l’eterno contrasto già indicato dal Wölfllin. Ma non si tratta solo di lingua. Il to ­scano dà noia per altri motivi.

Nella baraonda stolta e suicida che ha trovato in Roma la sua degna sede, gli scrittori toscani sono fra i pochi che dimostrano di non aver perduto la testa. La tradizione, l’in ­dividualismo, la diffidenza, l’ironia, servono pur sempre a qualcosa! Per lo meno a non bere tutto, a non esaltarsi al primo soffio di vento, a non giurare sugli scritti comparsi nell’ultimo numero di « Evergreen » o di « Ramparts ». In una parola, a non confondersi col gregge di pecore che zampetta giù per le convalli.

Si provi a fare una lista di scrittori che continuano a la ­vorare, ciascuno per proprio conto, senza badare ai belati. Si vedrà che otto su dieci sono toscani. Occorre fare i no ­mi? Li conosciamo tutti. Non entro in merito al valore. Sfi ­do però chiunque a negar loro il gusto per l’indipendenza, la libertà.

« Voi toscani… » Ascoltiamo bene l’intonazione di questo stupido intercalare. Più che l’ironia e l’accusa c’è dentro il rimprovero. E’ come se una voce dicesse: « Perché anche voi non state al gioco? Coraggio, buttatevi, rinunciate alla vostra maledetta lucidità. Non siate così orgogliosi ».

Diamo noia, ecco il fatto. Nell’ondata di conformismo e di paura che ha travolto l’Italia, da Milano a Palermo, pas ­sando per Roma capitale, il toscano, anche il più modesto, il più schivo, è pur sempre un individuo. E un individuo, nel nostro mondo letterario, è una nota dissonante, una vo ­ce che può turbare l’allegro e spensierato coro dei « creden ­ti ». Il caporalismo nazionale (sono parole di Gide a propo ­sito dei letterati italiani) non può tollerare certi rompisca ­tole.

Ben inteso anche la Toscana ha i suoi sperimentatori, il vento del conformismo sparge ovunque il suo polline. Ma sono dei pignotti qualunque. Nell’organizzazione del gran festival dell’idiozia nazionale sono addetti ai lavori di sgombero.

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