Stalin fra realtà e fantasia

di Gustavo Herling
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 20 ottobre 1969]

Si racconta, ed è quasi si ­curamente un racconto vero, che, all’indomani dell’arresto di Mandelstam, Stalin tele ­fonò a Pasternak per chie ­dergli un « giudizio del tutto personale e riservato » sul ­l’amico. Al colmo del terro ­re qualsiasi risposta decente, se non doveva comportare il suicidio volontario dell’inter ­rogato, non poteva che esse ­re evasiva. E infatti Paster ­nak cercò di minimizzare la sua amicizia con Mandel ­stam. Stalin lo ascoltò per qualche istante senza inter ­venire, poi troncò bruscamen ­te la comunicazione : « Io so difendere meglio i miei ami ­ci » ; lasciando, come si può ben immaginare, Pasternak esterrefatto e ferito.

Nelle memorie di Ehrenburg si legge che « Stalin ignorava i suoi delitti, anzi li condannava in pubblico. Una volta, durante l’udienza con ­cessa a una delegazione ar ­mena, domandò premuroso e con grande rispetto notizie di uno dei poeti di quel paese; passati alcuni mesi, lo fece arrestare e fucilare ». Ehrenburg, dopo aver confessato senza troppi preamboli la sua « paura di Stalin », lo defini ­sce un « uomo di grande in ­telletto e di ancor maggiore perfidia ». In modo non mol ­to dissimile Gilas, nel capi ­tolo conclusivo delle Conver ­sazioni con Stalin, lo chiama un « mostro », un « despota brutale e cinico », pur rico ­noscendogli il rango di « mas ­simo uomo di Stato contemporaneo » se misurato col metro della riuscita e della scaltrezza politica. Ma fra tutti i tratti più o meno attinenti alla realtà del personaggio ne manca uno, rive ­lato appunto dall’episodio della telefonata a Pasternak: il gusto sadico di giocare a gatto e topo, di dilettarsi del tormento altrui; la parola russa     izdievatsia, seviziare, riassume bene la cosa. È stato Solgenitsin a mettere in rilievo l’izdievatielstvo di Sta ­lin, e perloppiù nei riguardi di un seviziatore professiona ­le. Nel primo cerchio Abakumov, capo della polizia, sup ­plica in un colloquio nottur ­no â— siamo negli ultimi gior ­ni del 1949 â— il « padre dei popoli e benefattore dell’u ­manità » di far ripristinare la pena di morte. Stalin si di ­mostra comprensivo, medita in silenzio, e infine gli si ri ­volge a bruciapelo : « E tu, non hai paura che sarai il primo ad essere fucilato? ». Il tremolante Abakumov balbet ­ta: « Josif Vissarionovic, se lo merito, se è proprio neces ­sario… ». « Giusto â— conclu ­de il Padrone. â— Quando lo meriterai, ti fucileremo ».

Si pensa continuamente a questa scena mentre si pro ­cede nella lettura del raccon ­to Une matinée de Joseph Staline, che le Éditions de l’Herne hanno ricevuto per vie clandestine dalla Russia (l’opera è stata pubblicata di recente in Italia da Sugar). L’autore sovietico viene pre ­sentato come P.N. Anonimov; nell’edizione parigina il testo è pubblicato in traduzione francese con l’originale russo a fronte. Intitolato nell’ori ­ginale Utro w maie 1947 go ­da, Un mattino nel maggio dell’anno 1947, il racconto di Anonimov, in parte autenti ­co e in parte immaginario descrive l’inizio della giorna ­ta lavorativa di Stalin, cioè le ore pomeridiane tra le due e le cinque (il Padrone era un nottambulo e tutta la macchina dello Stato funzio ­nava in conformità alle sue abitudini). Intorno al tavolo della prima colazione sono riuniti, oltre al dittatore stes ­so, il suo segretario personale Poskrebyscev, il comandante della guardia del corpo gene ­rale Vlasik, e Beria. Dopo i soliti   convenevoli   servili si passa al punto principale del-l’agenda, il progetto ancora in sospeso dell’abolizione della pena di morte. Stalin, faceto ma non troppo, si diverte vi ­sibilmente a « tastare il pol ­so » dei suoi collaboratori in ­timi. Nessun dubbio che nel profondo della sua « mente geniale » abbia già preso la saggia e ben ponderata deci ­sione, vuole soltanto costrin ­gere a compromettersi a prio ­ri i tre cortigiani tesi e di ­sperati nello sforzo di indo ­vinare il pensiero del Princi ­pe. La decisione, annunziata in nome del « vero e onesto popolo lavoratore » secondo l’image d’Épinal staliniana, è di abolire la pena di morte perché pecca di eccessivo spi ­rito umanitario.

« Voi pensate che bisogna fucilare le canaglie e basta. E’ un puro umanitarismo, amici miei. Noi chi fucilia ­mo? I criminali più duri, più infami. Quelli meno pericolo ­si li mandiamo a lavorare o li teniamo dietro le sbarre… Ed ecco, Beria, tu che te ne intendi, che sei il nostro in ­signe professore specialista. Dimmi sinceramente: se ti fosse stata sottoposta una scelta â— la fucilazione o ven ­ti, venticinque anni di lavori forzati o la cella d’isolamen ­to â— cosa avresti scelto? ». La fucilazione, risponde Beria. La fucilazione, gli fanno eco Vlasik e Poskrebyscev. « Ecco, lo vedete anche voi stessi. La pena di morte è molto uma ­nitaria per le canaglie. E’ ve ­ro, noi non ci badiamo, non andiamo per il sottile, di ­struggiamo semplicemente i criminali duri, i traditori, i nemici del popolo, convinti come siamo che così bisogna fare, mossi dalla giusta col ­lera… Ma il risultato quale è? Ve lo dico io quale. Le cana ­glie più abiette ricevono una pena relativamente leggera. Non è forse meglio farle la ­vorare per noi? Creperanno lentamente e si renderanno almeno utili allo Stato ».

I commensali assentono sen ­za un attimo di esitazione. Poskrebyscev annota in fret ­ta le disposizioni concrete: Shvernik deve preparare su ­bito la veste legale dell‘uKase, Aleksandrov â— l’ideologo e il filosofo del partito â— de ­ve istruire la stampa e la propaganda di presentarlo, in vigilia del trentesimo anni ­versario della rivoluzione, co ­me « espressione del nostro umanesimo e della nostra forza ».

Lo scritto di Anonimov, as ­sai abile e mordente nel suo insieme, fa parte di tutto un movimento dell’intellighentsia sovietica, dapprima solo pre ­occupata e adesso sbigottita (ne è testimone eloquente, tra tanti altri più circospetti in patria, Kuznetsov) dalla pro ­gressiva riabilitazione di Sta ­lin. Nel dibattito incessante se Stalin fosse un caso patolo ­gico, oppure un prodotto per ­fetto ed esemplare del siste ­ma, Anonimov propende per la fusione di ambedue quegli aspetti, ferma restando la scappatoia del « glorioso e calpestato patrimonio lenini ­sta ». Se non è un espedien ­te, comprensibile in chi scri ­ve in Russia, è una inezia. Gli editori francesi del rac ­conto invocano nella nota in ­troduttiva la celebre escla ­mazione di Marx : « Quanto è misera la società che per difendersi deve ricorrere al boia! », col commento di Ca ­mus : « Ma il boia non era ancora il boia filosofo e non pretendeva, per fortuna, alla filantropia universale ». Le canaglie incallite di cui si parla nel corso di una mat ­tinata di Josif Vissarionovic riappaiono davanti agli occhi del mondo sulle pagine di Una giornata di Ivan Denisovic.

 

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