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STORIA: I MAESTRI: La rivolta studentesca. I vecchi e i giovani

1 Agosto 2013

di Giulio Preti
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 9, gioved√¨, 29 febbraio 1968]

In questi giorni animosi gruppi di giovani studenti fanno il diavolo a quattro: occupano facolt√†, redigono ordini del giorno in tumultuose assemblee, avanzano richieste as ¬≠surde e redigono utopistici progetti di riforma… Ragazzi variopinti, che evidentemente non hanno tutti le stesse idee (se pure di idee si pu√≤ parlare), n√© gli stessi interessi, confessati o inconfessati che siano… Come contraddittorie, continuamente variabili, persino volta per volta opposte negli scopi e nei contenuti sono le loro pretese. Dal fondo emerge un furore distruttivo, una rabbiosa decisione di farla finita con la scuola, con la disciplina, con gli esami e con la cultura stessa. Convergono qui posizioni radicali di risentimento piccolo e minimo-borghese con posizioni di rivolta anarchica a tutta quanta la struttura della so ¬≠ciet√† industriale avanzata.

Molti sono matricole: e prima ancora di iniziare la vita universitaria essi sentono l’Universit√† ostile ed estranea. Colpa dell’Universit√†? Forse; ma intendiamoci: da che mon ¬≠do √® mondo i ragazzi non sono mai andati troppo d’accordo n√© con la scuola n√© con qualsiasi forma di inquadramento e disciplina sociale. Si dir√† che tutta la scuola italiana, e l’Universit√† in particolare, √® un’istituzione malata. E’ vero: e nessuno lo sa meglio di chi ci vive dentro. Ma √® malata perch√© ¬ę tutta ¬Ľ la societ√† √® malata √Ę‚ÄĒ perch√© tutte le istitu ¬≠zioni sono oramai nella medesima situazione di squilibrio tra gli scopi per i quali erano state create e le funzioni (peraltro estremamente incerte e ancora indeterminate) cui oggi dovrebbero adempiere. Ma per stabilire queste nuove funzioni bisognerebbe determinare la direzione ver ¬≠so cui si indirizza lo svolgimento della societ√† attuale. E fino a che questa direzione non risulter√† chiarita (e non solo la nostra, qui in Italia, ma in tutti i Paesi affini e collegati) ogni riforma sar√† avventata, rischiando di diven ¬≠tare, come dice un vecchio proverbio veneto, un rammen ¬≠do peggiore del buco (¬ę x√® pezo el tac√≤n del buso ¬Ľ). Pessi ¬≠mo il progetto di legge che si sta discutendo in Parlamento; semplicemente folli le caotiche proposte studentesche.

Ma comunque ci√≤ che colpisce √® il ¬ę modo ¬Ľ di queste agitazioni. Forse sono state scatenate da politici per i soliti interessi politici: ma pare che oramai anche questi siano stati travolti. C’√® un’ostinata volont√† di ribellarsi, di det ¬≠tare leggi ai maggiori, di prevaricare sugli stessi compa ¬≠gni di scuola e sui loro stessi rappresentanti elettivi; la gioia infantile (e chi da studente non l’ha provata?) di in ¬≠giuriare i rettori e sfidare i carabinieri. Il fenomeno richia ¬≠ma troppo, peraltro, molti altri fenomeni di anarchia gio ¬≠vanile scatenatasi in questi anni: teddy boys, provos, hip ¬≠pies… Vaste zone del mondo giovanile si scatenano, ribelli alla disciplina e all’autorit√† sociale.

Per√≤ i giovani, lo ripeto, sono sempre stati disadatti non solo alla scuola, ma alla societ√† come tale: la societ√† √® costituita dagli adulti per gli adulti, non per loro. Ma sono sempre stati tenuti a freno dagli adulti: dall’autorit√†, dalla severit√†, dalla forza degli adulti. Ora, quello che pi√Ļ mi d√† da pensare non √® l’anarchia dei giovani, bens√¨ la pavida impotenza, la vigliaccheria male mascherata da in ¬≠consistenti ideologie, dei ¬ę matusa ¬Ľ. Nel caso di disordini universitari come in tutti gli altri casi. La polizia, che pure in altre occasioni ha il manganello cos√¨ facile, qui esita ad intervenire. 1 professori, i rettori, i genitori non vogliono che intervenga; ma essi stessi non sanno, e non vogliono, prendere provvedimenti energici. Anche nel caso dell’Uni ¬≠versit√†, come negli altri, i ¬ę matusa ¬Ľ lasciano che i ragazzi si scatenino: ed √® proprio questa la ¬ę causa vera ¬Ľ (come si dice in filosofia) per cui questi si scatenano.

Ma perch√©, mi domando? E se si va al di sotto delle mo ¬≠tivazioni psicologiche contingenti (preoccupazioni politi ¬≠che, timore d’impopolarit√†, e simili), la ragione profonda mi sembra essere una sola. Ed √® che nel profondo i vecchi temono che siano proprio i giovani ad avere ragione. Di un vecchio mondo di valori (tra i quali la cultura accade ¬≠mica, con i suoi limiti, la sua pedanteria, ma anche la sua solidit√†) restano in piedi solo le bucce, le forme, le istitu ¬≠zioni, qualche slogan: ma i contenuti sono in crisi √Ę‚ÄĒ in cri ¬≠si la patria, in crisi le chiese, in crisi l’esercito, in crisi la scuola… Si sa, i ¬ę matusa ¬Ľ sono attaccati alle forme entro le quali sono cresciuti, dei cui valori, almeno negli anni di formazione, si sono nutriti: ma le ¬ę sentono ¬Ľ vuote, anche se non hanno il coraggio non solo di dirlo, ma neppure di pensarlo. Perci√≤, anche se soffrono di fronte al vandalismo delle torme di giovinastri che spaccano tutto senza senso e senza scopo, non osano dare loro torto; l’olio che c’√® dentro a quegli orci che i ragazzi spaccano e oramai ina ¬≠cidito.

Questi sono solo episodi della grande ondata di irrazio ­nalismo che da decenni invade la cultura occidentale. Non è, con buona pace dei sociologi culturali, una crisi della ragione. La ragione non va in crisi: ma ciò perché essa non crea contenuti, bensì è solo forma, principio di sintesi, cioè di armonia, ordine, coerenza. Finché i contenuti si reg ­gono, vigono, il loro sistema culturale, razionalmente asse ­stato, appare la norma valida per ogni essere ragionevole. Ma quando i contenuti vanno in crisi la forma razionale del loro insieme non vale a salvarli, bensì diventa soltanto una forza di conservazione reazionaria e mistificatoria. E allora non la ragione, ma la ragionevolezza va in crisi: e si preferisce ciò che, per ora, appare come assurdo.

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart