Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Processo Mediaset. L’accusa apre uno spiraglio: «sconto » sull’interdizione

31 Luglio 2013

di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 31 luglio 2013)

Sta sul banchetto del Pg della Cassazione la scatola rossa che contiene tutte le accuse contro Silvio Berlusconi nel processo sui diritti tv Mediaset. È un grande faldone color porpora e Antonello Mura, nella sua lunga requisitoria, non sottrae da quel contenitore nessuna delle contestazioni fatte al Cavaliere nei due gradi di giudizio.

Premette che fuori dall’aula di giustizia devono rimanere «tutte le passioni ed emozioni esterne », per lasciare spazio alla sola imparzialità.

Chiede la conferma della condanna a 4 anni per frode fiscale, smontando uno ad uno i 94 motivi di annullamento della sentenza presentati dalle difese degli imputati, perché tecnicamente «sono presenti tutti gli elementi delle fattispecie di reato di frode fiscale ».

Una sola cosa contesta ed è la pena accessoria di 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. Per Mura, dovrebbe scendere a 3 ma il punto è: chi la rideterminerà? Per il sostituto Pg può farlo il collegio dei cinque supremi giudici che gli siede davanti nell’aula del Palazzaccio, ma il magistrato dell’accusa ammette che secondo un’altra tesi di eguale dignità, questo potrebbe essere un elemento di annullamento con rinvio alla Corte d’appello. La decisione spetterà alla sezione feriale presieduta da Antonio Esposito. Prima dovrà ascoltare i 7 avvocati della difesa dei 4 imputati che oggi faranno le loro arringhe a partire dalle 9,30. Gli ultimi dovrebbero essere Niccolò Ghedini e Franco Coppi e quest’ultimo si riserva di introdurre nella sua arringa, come sempre a braccio, nuovi elementi di contestazione della condanna. Il verdetto potrebbe arrivare in serata o slittare a giovedì, anche se ci sono già in calendario altre udienze.

«Ammiriamo lo sforzo generoso, sportivo del procuratore generale che ha difeso una sentenza indifendibile », commenta ironico Coppi, alla fine di un’estenuante giornata che ha visto trattare il processo Mediaset dalle 11,30 di mattina alle 20 di sera.

Era «un errore palese », aggiunge il professore, quello dei 5 anni di interdizione dai pubblici uffici.
Quello è l’unico spiraglio che Mura lascia aperto, perché se gli ermellini decidessero che davvero si deve tornare davanti alla Corte d’appello di Milano per questa «violazione di legge », potrebbero annullare con rinvio la condanna di Berlusconi per consentire di rifare questo calcolo. Per il resto, Mura definisce «infondate » tutte le contestazioni fatte dagli avvocati del Cavaliere, del produttore Frank Agrama e degli ex manager Mediaset Gabriella Galetto e Daniele Lorenzano. «Non ci può essere annullamento », dice, delle sentenze di merito che «hanno una coerenza logica nella valutazione probatoria », non contengono «alcuna irrazionalità », né «illogicità » ed sono esenti dai «vizi lamentati dai ricorrenti ».

Anche per l’accusa in Cassazione, dunque, Berlusconi «è stato l’ideatore del meccanismo di frode fiscale » ed è «inverosimile » l’ipotesi che i fatti al centro del processo Mediaset siano stati una «colossale truffa ordita per anni ai suoi danni ». Si trattava, invece, di un sistema creato negli anni ’80 e continuato anche negli anni ’90, dopo l’entrata in politica del leader del Pdl, con l’obiettivo delle false fatturazioni per «gonfiare i costi per ottenere benefici fiscali e permettere la costituzione di capitali all’estero ».

Per 4 ore e mezzo il sostituto Pg esamina lucidamente tutte le obiezioni sollevate, da quelle sulla responsabilità diretta di Berlusconi nelle operazioni sui diritti tv, a quelle sui legittimi impedimenti nel processo dell’ex premier e dei suoi difensori, sulla competenza dei giudici milanesi, sui meccanismi delle rogatorie dall’estero, sulla mancata sospensione in attesa delle sentenze della Consulta, sul peso delle sentenze Mills e Mediatrade, sulla mancata traduzione dall’inglese degli allegati di una relazione.
La giornata è iniziata con l’intervento del relatore Amedeo Franco, che ha rifatto tutta la storia del processo e si è chiusa con la richiesta di conferma delle condanne dell’avvocato dello Stato Gabriella Vanadio, che rappresentava l’Agenzia delle entrate, costituitasi parte civile.


Processo Mediaset, Silvio Berlusconi ha un’ultima speranza: lo sconto di pena. Ma pensa che giovedì verrà condannato
di Alessandro De Angelis
(da “L’Huffinghton Post”, 31 luglio 2013)

“Vogliono eliminarmi. Sono vent’anni che ci provano, e non si faranno sfuggire questa occasione. Per loro è un’occasione storica”. Alla requisitoria, il brivido. È nelle parole del procuratore generale Mura che Silvio Berlusconi vede una condanna già scritta. Chiuso a palazzo Grazioli l’ex premier compulsa nervosamente le agenzie stampa. È chiaro, è il suo ragionamento, che il pm fa il suo mestiere, ma la sensazione è che Mura davvero non ha concesso nulla. Non solo è andato giù durissimo sulla strategia dei legittimi impedimenti, difendendo totalmente l’operato della procura di Milano. Ma ha scolpito nei titoli dei giornali le parole che assomigliano a una rasoiata: “Berlusconi è l’ideatore della frode”. Né la paura è mitigata dalla richiesta di abbassare gli anni dell’interdizione: cinque o tre non cambia nulla. E’ difficile che i togati ribaltino l’impostazione del procuratore generale. Normalmente ci si muove su uno spartito comune.

È un segnale sinistro, la requisitoria. Perché è lì che ci si sarebbe aspettato un “appiglio”. Ecco che invece il Cavaliere sente che la sentenza è già scritta. Di condanna. La verità è che sul piano del diritto tutto porta a vedere nero. La speranza è legata a quella che i ben informati chiamano soluzione politica. La spiega a microfoni spenti un azzurro di rango: “Se la Corte decide di accogliere il motivo della pena, può rideterminarla la Corte stessa. Ovvero la Corte conferma la condanna, in modo da non sputtanare il lavoro della magistratura, ma abbassa la pena sotto i tre, così non scatta l’interdizione obbligatoria. Si potrà dire che giustizia è fatta perché Berlusconi è condannato, ma non viene messa la dinamite”.

Più che un rinvio in Cassazione, è lo “sconto” – per evitare l’interdizione – il vero obiettivo di quella che è diventata una partita politica. Che si giocherà mercoledì. E forse anche giovedì. Già, trapela che Coppi sarà l’ultimo a parlare prima del Verdetto, ma avrebbe chiesto di non tenere la sua arringa nella serata di domani, al termine di una giornata lunga e faticosa. Il che significa che potrebbe slittare tutto a giovedì mattina.

È un tempo infinito. che non passa mai. È in un misto di rabbia e di senso di ingiustizia che Berlusconi a tutti ha ripetuto la stessa giaculatoria: “In una situazione normale io sarei considerato innocente. Io non partecipavo alle decisioni dell’azienda e non avevo alcun ruolo diretto nella gestione Mediaset. Che ne potevo sapere dei diritti tv quando facevo il presidente del Consiglio?”. I pochi che hanno parlato col Cavaliere raccontano che il vecchio leone è provato: “Sta vivendo questa storia come la fine”. È la sensazione di chi sente che potrebbe terminare un’epoca nel peggiore dei modi. Con una sentenza.

Ecco la voglia di non sentire nessuno, e di rinviare la processione a palazzo Grazioli. E quella di avere solo la famiglia accanto: Francesca e i figli, Piersilvio e Marina, arrivati in serata. È come se si stesse chiudendo quel Ventennio di cui parla spesso in questi giorni, raccontato anche nel film di Giro. E c’è un motivo se il Cavaliere ripete, spesso, in queste ore una frase che suona come un atto d’orgoglio: “Non farò l’esule, né andrò ai servizi sociali. Se si assumono la responsabilità di condannarmi andrò in carcere”. E’ l’ultima sfida. Perché la verità è che il Cavaliere pensa che ci sarà la condanna. E basta per creare il terremoto politico. Nell’altalena di umori che contraddistingue una giornata carica di tensione c’è un elemento che non muta: “Come fa – si chiede più di un big azzurro il Pd a reggere? Come fa a stare al governo con uno condannato per frode, anche se non interdetto?”.


Processo Mediaset: Tartuffe a Corte
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2013)

Nel Paese di Tartuffe, che con buona pace di Molière non è la Francia ma l’Italia, si attende con ansia spasmodica la sentenza della Cassazione sul caso Mediaset  per sapere finalmente se B. è un delinquente matricolato o un innocente perseguitato per fini politici.

Pare infatti, ma si tratta soltanto di voci di corridoio, che parte del Pd avrebbe qualche difficoltà a convivere ancora al governo con il partito guidato, anzi posseduto da un condannato per frode fiscale. E, per capire se B. sia un giglio di campo o un criminale incallito, attendono la sentenza Mediaset in Cassazione. Tutte le precedenti è come se non fossero mai state pronunciate, solo perché non erano condanne definitive. Poco importa se lo dichiaravano responsabile di reati gravissimi, come la falsa testimonianza sulla P2 (amnistiata), le tangenti a Craxi (cadute in prescrizione), svariati falsi in bilancio (reato depenalizzato da lui), la corruzione giudiziaria (prescritta sia per lo scippo della Mondadori a De Benedetti sia per le mazzette a Mills). Per non parlare delle sentenze sulle tangenti alla Guardia di Finanza (i suoi manager pagavano i militari con soldi suoi perché non mettessero il becco nei libri contabili delle sue aziende, ma a sua insaputa). E su Dell’Utri e sui mafiosi stragisti, che dipingono B. come un vecchio amico dei boss.

Bastava leggere uno dei tanti verdetti che in questi vent’anni l’hanno riguardato per farsi un’idea del personaggio: conoscerlo per evitarlo.

Invece, dopo vent’anni di malavita al potere, siamo qui appesi a una sentenza di Cassazione sul reato forse meno grave –  al confronto degli altri– commesso dal Caimano: la frode fiscale. Più che un delitto, un’abitudine. Una specialità della casa. In fondo andò così anche per Al Capone: era il capo della mafia americana, ma riuscirono a incastrarlo solo per evasione fiscale. Solo che in America l’evasione è galera sicura, dunque non occorse altro per togliere il boss dalla circolazione. Da noi un evasore che tentasse di entrare in galera verrebbe respinto dalle leggi, che sono inflessibili. Per finire in carcere, sottrarre milioni all’erario non basta: bisogna rubare almeno un limone.

Eccoli dunque lì, i politici di destra, centro e sinistra, che con Al Tappone han fatto affari, inciuci, libri, comparsate tv, bicamerali, riforme bipartisan, alleanze più o meno mascherate, e i giornalisti e gl’intellettuali al seguito, tutti tremanti sotto la Cassazione. Paradossalmente, il meno preoccupato è proprio lui: B. lo sa chi è B. e non ne ha mai fatto mistero. E ha costruito un sistema politico-mediatico perfetto: se lo assolvono, sarà la prova che era un innocente perseguitato; se lo condannano, sarà la prova che è un innocente perseguitato. A tremare sono tutti  gli altri: gli ipocriti che lo circondano da vent’anni, fingendo di non vedere e tacendo anziché parlare. Infatti del merito del processo Mediaset, delle prove schiaccianti sul ruolo centrale di B. nella costruzione di una macchina perfetta di decine di società offshore per frodare il fisco e portare fondi neri all’estero da usare per corrompere politici, giudici, forze dell’ordine e funzionari pubblici, non parla nessuno.

È il trionfo di Tartuffe: tutti aspettano che i giudici della Cassazione dicano ciò che tutti sanno benissimo, anche se nessuno osa dire nulla. Oppure delirano, come Letta e Boldrini, che escludono conseguenze sul governo in caso di condanna: come se il pericolo fosse che B. molli il Pd, e non che il Pd resti avvinghiato a un evasore pregiudicato. Viene in mente la storiella raccontata da Montanelli per sbertucciare un’altra ipocrisia italiota, quella dell’intellighenzia “de sinistra” che negli anni 70 negava il terrorismo rosso: “Un gentiluomo austriaco, roso dal sospetto che la moglie lo tradisse, la seguì di nascosto in albergo, la vide dal buco della serratura spogliarsi e coricarsi insieme a un giovanotto. Ma, rimasto al buio perché i due a questo punto spensero la luce, gemette a bassa voce: ‘Non riuscirò dunque mai a liberarmi da questa tormentosa incertezza?’”.


De Gregori: “Non voto più. La mia sinistra si è persa tra slow food e No tav
di Redazione
(da “Libero”, 31 luglio 2013)

A sei anni dalle critiche all’allora leader della sinistra Walter Veltroni, il cantautore Francesco De Gregori, in una intervista al Corriere della Sera, confessa di aver votato “Monti alla Camera e Bersani al Senato” ma che “oggi so cosa farei. Probabilmente non voterei”.

La sinistra oggi – De Gregori resta di sinistra – “sono convinto che vadano tutelate le fasce sociali più deboli, gli immigrati, i giovani che magari oggi nemmeno sanno cos’è il Pd” – il problema è che cosa è oggi la sinistra: “Un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità”. “Che si commuove per lo slow food e poi magari, strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini”.   Una sinistra che ha commesso il “grande errore” di “pensare di eliminare Silvio Berlusconi per via giudiziaria”. Che si è accanita “sulla sua vita privata. Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull’Ilva di Taranto”.

Contro tutti – Il cantante ne ha le tasche piene di tutti. Di Berlusconi, appunto, che “è stato fondamentalmente un uomo d’azienda” e che “ha fatto politica solo per proteggere i suoi interessi”, di Matteo Renzi, “uno che ha sparigliato” che se il Pd lo “avesse candidato probabilmente avrebbe vinto. Ma la scelta del termine rottamazione non mi è mai piaciuta, mi è sempre parsa volgare e violenta. E poi non sono più disposto a seguire nessuno a scatola chiusa”. Ma al cantante non piace nemmeno Beppe Grillo. Dice: “Ho trovato inquietante la campagna di Grillo, il suo modo di essere e di porsi, il rifiuto del confronto, le adunate oceaniche. Condivido i tagli ai costi della politica e la richiesta di moralizzazione che viene da molti e che Grillo ha saputo ben intercettare”. Ma l’idea “della Rete come palingenesi e istituzione iperdemocratica mi ricorda i romanzi di Urania”.

L’attuale governo – In questo senso “ringrazio Dio che non si sia fatto un governo con Grillo e magari un referendum per uscire dall’euro”. Questo governo, specifica, “non piace a nessuno. Ma credo fosse l’unico possibile”. E “ho rispetto per il lavoro non facile di Letta e di Alfano. Sono stufo del fatto che, appena si cerca un accordo su una riforma, subito da sinistra si gridi all’inciucio, al tradimento”. Infine: “Non ce la faccio più a sentir recitare la solita solfa ‘Dì qualcosa di sinistra’. Era la bellissima battuta di un vecchio film, non può diventare l’unica bandiera delle anime belle di oggi. Proviamo piuttosto a dire qualcosa di sensato, di importante, di nuovo. Magari scopriremo che è anche di sinistra”.


I ridicoli conservatori
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 31 luglio 2013)

Dove si trovava Salvatore Settis nel 2001 quando venne modificato il Titolo V della Costituzione creando, nel tentativo del Pd di attrarre elettoralmente la Lega considerata “costola della sinistra”, quel pasticcio di competenze tra stato e regioni che è una delle cause del disastro attuale? Perché mai i difensori ad oltranza della “Costituzione più bella del mondo”, da Benigni a Bersani fino ai giornalisti de “Il Fatto”, molti dei quali allora impegnati nelle trincee progressiste, non si opposero allora allo stravolgimento della Carta Costituzionale e non tirarono in ballo, come fatto adesso, i sacri nomi di Ruini, Einaudi, Amendola, Mortati? La Costituzione, infatti, è già stata modificata. Ruini, Einaudi, Amendola e Mortati non si sono rivoltati nella tomba. Neppure di fronte allo sconquasso provocato dai riformatori strumentali ed irresponsabili.

E la circostanza dimostra non solo che una Carta Costituzionale nata in una epoca storica totalmente diversa da quella attuale non solo può essere modificata ma deve subire quelle trasformazioni che servono ad adeguare le istituzioni ad una società che altrimenti tende a compiere da sola le modificazioni necessarie. Accanto a questa considerazione, che dimostra la totale strumentalità di chi si nasconde dietro i nomi illustri dei Padri Costituenti e le battute di un comico, c’è poi la presa d’atto della profonda contraddizione che caratterizza molti esponenti del fronte della conservazione costituzionale. Mentre difendono l’intangibilità della Carta Costituzionale, infatti, parecchi di costoro sono impegnati nel dibattito in corso nella sinistra e, nel tentativo di evitare la perpetuazione delle larghe intese e la creazione di un blocco di governo neo-democristiano, si battono per una immediata riforma della legge elettorale in senso maggioritario ed in favore di Matteo Renzi non solo leader del Pd ma anche futuro premier del paese in sostituzione di Enrico Letta. Battersi per il maggioritario ed il bipolarismo è sicuramente condivisibile. Ma è totalmente contraddittoria con la richiesta della intangibilità della Costituzione.

Perché la preoccupazione principale dei Padri Costituenti di evitare il ripetersi di un esecutivo troppo forte e troppo personalizzato attraverso la formazione di una repubblica parlamentare si scontra con la conseguenza inevitabile del bipolarismo e del maggioritario data dall’elezione diretta del Premier (o del Presidente), cioè con il potenziamento e la personalizzazione dell’esecutivo. Se i sostenitori della intangibilità del sistema fondato sulla centralità del Parlamento fossero quelli che sognano una legge elettorale proporzionale per riesumare gli equilibri della Prima Repubblica non ci sarebbe nulla da dire. Ma dover registrare che allo scopo di liquidare le larghe intese i più strenui difensori della sacralità (peraltro già infranta) della Carta Costituzionale del ’48 diventano i fautori di una sorta di berlusconismo formato Renzi, appare decisamente inquietante. Quando lo strumentalismo diventa eccessivo si trasforma in ridicolaggine!


Letto 1667 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart