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LETTERATURA: Storie di rocce, di vallate e bestie

8 Ottobre 2009

di Marino Magliani  

Mi trovavo a Chiavari durante il mese di luglio, passeggiavo sotto i portici della cittadina, entravo nelle librerie.
Una sera mi dissero che di lí­ a poco sarebbe iniziata una presentazione, un saggio di Luca Lenzini, “Stile tardo. Poeti del Novecento italiano” (Quodlibet, 2008 ). Dove per stile tardo naturalmente si intende l’ultimo, quello che i poeti cercano nelle loro ultime opere.
Assieme all’autore, presentavano libro un professore di cui non ricordo il nome e il professore Daniele Giglioli. Si parlava di libertà, quella di cui forse un poeta dispone alla fine, io ascoltavo e pensavo al mio scrittore di Imperia, Elio Lanteri, 80 anni e al suo grande romanzo sulla favola della Liguria (La ballata della piccola piazza, Transeuropa edizioni, 2009) che non voleva pubblicare.
La parola che brucia una volta raggiunta la carta, Giglioli citava Char. Chissà perché mi venivano in mente le letture dell’estate, forse perché pensavo a un merlo che avevo visto in uno strano nido in albergo. E anche le letture erano state letture di bestie, le aquile e i gabbiani di Alberto Pezzini, i lupi di Carlo Grande, le cagne di Vincenzo Pardini, dolci e umane, le scimmie, i suoi tori paralizzati.
Di Pardini, dopo le uscite di racconti con Mondadori, i lavori con Bompiani e Giunti, e la raccolta “La terza scimmia”, pubblicata dalla scomparsa Quiritta, l’editore Pequod ha ristampato “Il falco oro”, 2006, e “Rasoio di guerra”, 2007, e prima ancora, nel 2004 “Lettera a Dio”. Prossimamente si potranno leggere altri suoi racconti in un’antologia Transeuropa. Carlo Grande é un ambientalista, le sue opere sono uscite per i tipi di Ponte alle Grazie. Ricordo qui “La via dei lupi. Storia di una ribellione nel Medioevo romantico e crudele”. E ancora, “Padri. Avventure di maschi perplessi”, 2006. Infine, “Terre alte. Il libro della montagna”, 2008. Le pagine che ci raccontano cos’hanno visto lassù Buzzati, Thoreau, Rigoni Stern, Mann. Un viaggio nel tempo e nei carsi, attraverso le salite e le frane della Storia. Con “La terza scimmia” di Pardini, invece, quasi avessi avuto bisogno di bilanciare gli sguardi, ho respirato l’odore del fieno, quell’universo rasente, pieno di brusii, e il cuoio delle selle, le cortecce ferite e finali dei meli. E racconti epici, di orsi e banditi, ciò che fa di Pardini un narratore unico.
Pensavo a questo, dunque, mentre ascoltavo Daniele Giglioli, senza perdermi una parola, tant’é che molte cose dette su Stile tardo le avrei usate di lí­ a pochi giorni per parlare della “Ballata della piccola piazza” di Lanteri.
Poi tornai in albergo. Di giorno, avevo notato questo strano nido di merlo incastrato tra i rami di un ficus. Il merlo, la merla, (che è leggermente più chiara del maschio, con alcuni puntini ancora più chiari sul petto, così la distinsero i miei occhi da cacciatore dell’altro secolo), imbeccava i piccoli. Il nido era stato costruito con steli, bastoncini piegati e fili d’erba secca, anche con cose di plastica. Guardai meglio e vidi che la plastica era semplicemente un filo, un cavo elettrico, collana di lucette, e passava sotto il nido, intrecciata ai rami del ficus.
La notte tornai a far visita al giardino per vedere le lucette che si accendevano e si spegnevano. Sì, la testa superba della merla, quattro dita sopra una lucetta si illuminava e si nascondeva, sempre così, cinque secondi di luce e cinque di buio.
Fanno una brutta fine, disse il portiere. Era uscito a spiegarmi come stavano le cose, doveva farlo ogni volta che un cliente si fermava e alzava gli occhi a quel nido.
Ogni anno la merla s’intestardiva ad allevare lassù in quel posto, ma i piccoli non resistevano mica, disse.
Non dormono, dissi. Annuì, avevo capito la tragedia. Non riuscivano a vedere il buio per piíº di cinque brevissimi istanti. In pratica non riuscivano a prendere sonno.   Non finisce l’estate che impazziscono e si buttano giù, disse ancora il portiere. Ogni anno é così.
Se ne andò. Io rimasi là a lungo a sorvegliare le bestie.
Cosa vedevo? Era tutto lì, c’era davvero l’universo in quel nido.
Nelle bestie, nelle storie delle vallate, nelle scalate delle rocce ferrigne, c’é tutto questo, mi dissi, ci sono le tragedie della natura e anche quelle della città. I miti e le leggende. E ci sono autori come Vincenzo Pardini e Carlo Grande che ci stanno raccontando tutto questo.
 

(Dal “Corriere Nazionale”)


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Ottobre 2009 @ 16:20

    Interessante e particolare la storia del nido di merlo. Si ha la malia della tenerezza, ma anche il dramma a cui una certa modernità può portare. E quel piccolo universo ed il suo dramma rappresentano i grandi drammi dell’umanità.
    Tuttavia il mondo naturale e quello degli animali sono indubbiamente di grande fascino. Mi hanno sempre attratto e spesso mi hanno portato alla commozione. Ben vengano scrittori come Rigoni Stern, Carlo Grande, Pardini, ecc., capaci di portarci quei mondi attraverso l’amore, il fuoco del loro animo, tanto da farceli vivere con grandi emozioni.
    A proposito degli animali, Moliere diceva: “Le bestie non sono così bestie come si pensa”. E spesso, io aggiungerei, hanno tanto da insegnarci.
    Cito anche volentieri i versi significativi scritti da Whitman (Canto di me stesso, da Foglie d’erba), versi che che sono la dimensione e l’essenza di un sentimento verso gli animali:
    “Penso che potrei andare a vivere con gli animali, sono così placidi e dignitosi.
    Sto a guardarli a lungo, a lungo.
    Non sudano e non piagnucolano sulla loro condizione,
    non giacciono svegli nel buio e non piangono sui loro peccati,
    non mi danno la nausea discutendo dei loro doveri verso Dio,
    nessuno è scontento, nessuno è ridotto alla follia dalla mania di possedere cose,
    nessuno s’inchina a un altro, né ai suoi simili vissuti migliaia d’anni fa,
    nessuno è rispettabile o infelice su tutta la terra.”.

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