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LETTERATURA: Superstizioni ed entità mostruose

8 Gennaio 2010

Ichnussa e la poetica dell’oltre invisibile,
dal gatto nero di Edgar Allan Poe alle surbiles logudoresi.

di Maria Antonietta Pinna
 
Visibile e invisibile, sottile trama d’esserci e non esserci, poesia di concretezza e fantasmagoria. Bella e confortante la sicurezza dell’occhio che vede, della mano che tocca. E quel San Tommaso dalla fede empirica conserva ancor oggi il suo scettico fascino. Però a pensarci bene non basta, ci dev’essere qualcos’altro, un’assenza di rete che spinge il trapezista a rischiare, un mondo altro, liminare, sotterraneo di sogni e misteriose chimere, un universo dell’anima che ci allontana dal grigiore della quotidianità. Un antico pianeta oscuro di presenze inattingibili corrosive o benefiche. E non c’è cultura o progresso che tenga, l’ipnotico invisibile è in noi, nasce con la nostra stessa sostanza e carne di uomini, si annida nell’istinto più puro, mescolato con tradizione ed inconscio. L’arcano permea di se arte, letteratura, vita e morte, in un fantastico, imperdibile viaggio.

Il mistero è la sirena di Ulisse, la montagna di Messner, la penna per lo scrittore. E’ l’irrinunciabile, l’oltre…

Uno sguardo a pratiche magico-superstiziose e concretismi pagano-cristiani della terra d’Ichnussa, può essere illuminante in proposito.

In Sardegna c’è chi ricorda ancora pratiche superstiziose che avrebbero il potere di guarire gli infermi ed affermare l’esistenza di un sottobosco non attingibile ai sensi.

Asserisce il Bottiglioni in Vita sarda, nel 1925, che, secondo le credenze popolari, bere l’acqua di alcuni fiumi o torrentelli guarisce dai mali, specialmente in occasione di giorni particolari, come quello di San Giovanni, quando le acque assumono straordinarie virtù curative. Inoltre la cura dei leucomi si ottiene “masticando certe erbe aromatiche e soffiando nell’occhio malato”. Alle bacche di ginepro si attribuiscono proprietà che consentono a chi le mangia di divenire “agile e rapido nei movimenti”. Con le foglie di certi tipi di piante, “bollite o impastate insieme” si ottengono degli impiastri medicamentosi contro “tumori, sgraffiature e ferite”[1].

A Thiesi, piccolo paese del Logudoro-Mejlogu, fino a circa cinquant’anni fa si faceva “su suddu”: si prendeva una cassetta di legno pregiato e vi si riponevano “medaglie, reliquie sacre, monete, crocifissi, immagini sacre, rosari di metallo prezioso”, nella convinzione che quest’usanza avrebbe guarito le   malattie epidemiche sia degli uomini che degli animali.

Se “su siddu” arrestava l’epidemia, si offriva un oggetto prezioso, “prenda de oro” che si metteva nella cassetta.

Giuseppe Pettazzi, durante la sua lunga attività di medico condotto nel paese di Thiesi, ha avuto modo di constatare che anche le immagini sacre venivano utilizzate per arrestare tutte le calamità naturali come temporali, fuoco, invasione di cavallette ecc. Le immagini di santi e madonne venivano sistemate “nell’apice di canne spaccate che si mettevano a raggiera attorno alla zona da proteggere”[2].

“A Scano e a Sennariolo” si credeva che la donnola conoscesse i segreti delle piante e fosse capace di guarire se stessa “e di risuscitare un animale morto”.

Esistevano anche delle erbe che avevano effetti perniciosi: “l’erba sardonia faceva morire ridendo, l’elleboro istupidiva, il succo di certi arbusti, somministrato di nascosto nei cibi e nelle bevande, faceva innamorare pazzamente”.

Anche certe pietre erano considerate dotate di particolari poteri, allontanavano le malattie e guarivano dal malocchio: “l’onice, il corniolo, il corallo, su pinnadellu, sa pedra de tronu, ecc.” venivano utilzzate a scopo di magia[3].

Scrive il Bottiglioni che per guarire il mal di ventre si batteva il paziente con un piede calzato di pelle di cane, oppure si ungeva la parte malata con grasso di volpe, o toccandola col cercine del corno di cervo, di muflone o di daino. Gli occhi a Padria si curavano bagnandoli con sangue di fegato di bue e a Cagliari facendovi sopra una croce, recitando orazioni o sfregandoli con l’epigranma di un murice   (bucconi de scogliu), che per la sua rassomiglianza con l’organo della vista, si chiama occhio di Santa Lucia[4].

Pericoli invisibili non si annidavano soltanto nel mondo vegetale ma anche in quello animale dove veniva avvertita la presenza di esseri nocivi per l’uomo. Il barbagianni, ad esempio, le cui penne avevano la straordinaria virtù di far guarire dall’itterizia, causava poi esso stesso questa terribile malattia, orinando sopra un’individuo che riposava supino, il quale restava così istriau.

“Il contatto col geco (detto pistilloni a Cagliari, tarantula nel Logudoro e ascurpè nel settentrione dell’isola), produceva sulla pelle umana delle vescichette le quali potevano essere guarite solo dal dito di chi avesse toccato l’animale o da un corno di muflone o di daino”.

Assai fastidioso era anche il morso della mutilla, che i Sardi cercavano di scongiurare con formule varie e di cui si distinguevano tre specie: “arza bagadia, arza coiada, arza viuda”[5].

L’arza era un insetto, il latrodectus dalla puntura velenosa che poteva causare anche la morte.

Per guarire se si veniva punti occorreva che il paziente fosse messo in un forno tiepido, perché il calore facesse scappare gli spiriti maligni oppure messo dentro un sacco e sepolto fino al collo nel letame, mentre intorno a lui danzavano tre gruppi, uno di donne nubili, uno di maritate [6]e uno di vedove, appunto perché la bestia poteva essere bagadia, coiada o viuda[7].

Perché la guarigione fosse completa occorreva cantare delle strofette: Comare arza, comare arza mia, non fattèdas male a sa pessone mia, non fattèdas male a sa mia pessone, bos app’a narrer muttos e cantones, muttos e cantones de onzi zenia, comare arza, comare arza mia”.

Anche la rana ed il rospo potevano assumere una valenza negativa: a Bosa, se sentivano gracidare una rana dicevano che stava succhiando il sangue a qualcuno; a Bolotana, evitavano di addormentarsi per terra nei luoghi dove ci potevano esser dei rospi, i quali, saltando sopra il dormiente, gli avrebbero squarciato irrimediabilmente il cuore; a Cuglieri, se si vedeva un rospo, si temeva che la sostanza secreta dalle sue ghiandole della pelle, producesse erpeti e vari malanni, per cui gli si sputava addosso, dicendo: «latte a tie, sambine a mie ».

La forfecchia (forficula auricularis, in sardo: forfighitta, forchidadile, pisciafui, isperragoa, isperraguazza, ecc.), era considerata un animale pericoloso. Si pensava che penetrasse   nell’orecchio dei neonati arrivando fino al cervello e producendo la morte.

Questa paura superstiziosa non si nutriva soltanto verso gli animali perfettamente innocui, come la rana, il rospo e la forfecchia, ma anche per delle bestie favolose, le quali non esistevano se non nell’accesa fantasia del popolo.

A Cagliari, si credeva che certi uomini per dieci anni di seguito, tutte le notti, si trasformassero in furiosi vitelli … che percorrevano le vie buie muggendo e sbranando chiunque avessero incontrato sul loro cammino. Tornati a casa si immergevano nell’acqua e riacquistavano la figura umana, che assumevano durante tutto il giorno come se niente fosse accaduto durante la notte.

Un altro insetto che incuteva terrore ai sardi era “Sa musca macedda (machedda, maghedda)” descritta come “una mosca di grandi proporzioni, con due ali potentissime, e con un pungiglione formidabile, di cui le punture sono mortali”.

Secondo la tradizione essa custodiva i tesori nascosti in una botte, accanto alla quale se ne trovava un’altra piena di micidiali mosche; ciò impediva all’avido cercatore di tesori di aprire una delle due botti, perché poteva aprire proprio quella dove erano nascosti i mostruosi insetti, che, liberati dalla loro prigione, avrebbero cagionato non solo la sua morte, ma anche la distruzione del mondo intero[8].

Secondo alcuni storici la leggenda della musca macedda sarebbe la deformazione irreale del timore ispirato dalla zanzara anofele, portatrice della malaria, che, nelle zone paludose, mieteva un elevato numero di vittime[9].

Un discorso a parte merita il gatto, soprattutto se nero. Le credenze popolari dell’isola attribuivano al felino la capacità di proteggere la casa dagli spiriti maligni.

In Sardegna c’erano anche certi curiosi riti collegati al gatto. Per esempio quando una ragazza si comportava in modo leggero, contravvenendo alle regole morali non scritte della comunità, tre fratelli o parenti della giovane aspettavano la vigilia di Natale, a mezzanotte, e quando la gente del paese ascoltava la messa, catturavano tre gatti dai colori diversi, poi utilizzando una forbice mai usata prima, tagliavano tre ciuffetti di pelo dalla coda di ciascun animale, quindi con uno spago, dopo aver rimesso in libertà le tre bestiole, si provvedeva a legare insieme i peli tagliati e si faceva ritorno a casa. Il giorno successivo, si bruciavano i peli e la cenere ricavata veniva messa di nascosto nel piatto della ragazza che, in questo modo, sarebbe rinsavita ed avrebbe assunto per magia costumi più morigerati[10].

A Uri si diceva che se una donna allattava il suo piccolo e ospitava in casa una gatta che aveva avuto i gattini, gli avanzi del suo cibo dovevano essere buttati e mai dati in pasto alla gatta, altrimenti le sarebbe andato via il latte[11].

Il gatto nero ha una valenza magica in tutte le culture.

Scrive Edgar Allan Poe, gigante della letteratura noir americana: “avevamo … un gatto. Quest’ultimo era un animale grande e molto bello, tutto nero ed intelligente al massimo grado. Parlando della sua intelligenza, mia moglie, non aliena da una certa superstizione, faceva frequenti allusioni all’antica credenza popolare che vedeva i gatti neri come delle streghe travestite”.

Il protagonista del labirintico ed ammaliante racconto di Poe, il gatto nero, in preda ai fumi dell’alcool, prima cava l’occhio poi uccide l’animale, atto sacrilego che trascinerà l’uomo in un baratro di sventura ed abiezione, segnando la sua definitiva rovina[12].

Il gatto nero è stato anche protagonista suo malgrado di un terribile fatto di cronaca accaduto nel marzo del 1961 e riportato dal quotidiano olandese De Telegraaf.

Un gruppo di invasati dai diciotto ai quarant’anni si dedicarono nella città di Anversa a massacri collettivi di gatti neri.

L’animale veniva legato ed appeso ad una fune per una ventina di minuti. Se riusciva a sopravvivere a tale trattamento veniva fatto passare attraverso una porta, che, chiudendosi con violenza, doveva schiacciargli la testa. Successivamente l’infelice vittima veniva squartata e fatta a pezzi sotto lo sguardo di quei criminali che poi lo cuocevano e lo mangiavano[13].

Demoniaco e necrofago è anche il gatto del defunto John Mortonson di un racconto di Bierce. John giace esangue dentro una bara protetta da una lastra di vetro. Tutti i parenti, in lacrime, attraverso il vetro possono vedere il corpo immobile del caro estinto. Quando la moglie, affranta cerca di osservare il volto del marito cade svenuta. La vista è infatti orribile, tutti si ritraggono orripilati. Un uomo cercando di allontanarsi, inciampa nella bara e spezza uno dei suoi fragili supporti. Il vetro si infrange e dall’apertura esce fuori un gatto che pigramente si adagia sul pavimento, si strofina con mefistofelica tranquillità il muso rosso di sangue con una zampa, ed esce con dignitosa calma dalla stanza[14].

Erodoto afferma che gli Egiziani praticanti la zoolatria, potevano sacrificare anche la propria vita pur di salvare quella di un gatto, animale sacro.

Bastet, antitesi della malvagia dea Sekhmet, con centro cultuale a Bubastis[15], era una dea dalla testa di gatta.

I sacerdoti del tempio di Pacht, dea felina dell’Amore spiavano giorno e notte il comportamento dei gatti sacri spiandone ogni singolo movimento per trarne auspici[16].  

In epoca imperiale in una strada di Alessandria un cittadino romano venne linciato dalla folla per aver ucciso un gatto[17].

La legge egiziana prescriveva infatti la pena di morte per chi osasse sopprimere il flessuoso felino.

Se la morte di un gatto avveniva in modo violento per la strada, colui che trovava il corpo inerme si allontanava gridando di dolore e piangendo sì da dimostrare di non avere niente a che fare con la sorte della bestiola.

Se invece il gatto moriva dentro casa, gli abitanti si rasavano le sopracciglia, emettevano funebri lamenti per delle ore, chiudevano gli occhi all’estinto, gli comprimevano i baffi contro le labbra e poi lo bendavano.

In Egitto il culto del gatto raggiunse livelli che rasentavano l’assurdo se si pensa allo stratagemma messo in atto dai Persiani che assediarono Pelusio[18] nel 500 A. C., quando incontrarono la resistenza egiziana.

Cambise, capo persiano ordinò ai suoi soldati di catturare vivi la maggior quantità di gatti possibile. Il giorno della battaglia gli egiziani videro avanzare numerosissimi gatti che fuggivano atterriti di fronte all’armata persiana, mentre ogni soldato di Cambise avanzava tranquillamente recando un gatto in braccio che fungeva da scudo.

Gli Egiziani si rifiutarono di combattere per timore di far del male a qualche felino e Pelusio fu conquistata senza che gli abitanti opponessero resistenza alcuna[19].

Anche la cultura giapponese ha una certa forma di venerazione per il gatto.

A Tokio, dopo la loro morte, gli animali vengono portati in un cimitero adiacente ad un piccolo tempio, il Go-To-Ku-Ji all’interno del quale abbondano le immagini di gatti pietrificati o dipinti, di diversi materiali, carta, porcellana, bronzo o tela.

Gli animali hanno tutti la zampa destra sollevata all’altezza degli occhi per salutare ed attrarre la curiosità dei visitatori.

I giapponesi pensano che far seppellire il proprio gatto vicino al tempio consenta loro di trascorrere un futuro sereno[20].

Numerosissimi libri di magia parlano del gatto. Nel Vangelo del Diavolo è scritto che tutti i gatti stringono un patto con Satana; “nessuno può dire che cosa essi guadagnino ma è certo che il diavolo li invita a far bisboccia con lui il martedì grasso”[21].

Quando il sole è alto nel cielo i gatti dormono perché sono creature notturne che vigilano quando le tenebre fitte avvolgono la terra e vedono e sentono ogni cosa. Per questo gli Spiriti Maligni, avvisati   in tempo dai felini, hanno tutto il tempo di sparire prima che gli uomini possano scorgerli.

Nello stesso “Vangelo” sono presenti due ricette assai curiose, una per recarsi o assistere al Sabba, l’altra per diventare invisibili.

La prima consiste in un infernale intruglio a base di “100 grammi di sugna, 5 grammi di hashish, un pizzico di radice di elleboro ed un grano macinato di tornasole”. Bisognava ungere collo ed orecchie la sera, prima di andare a dormire con tale unguento le cui virtù magiche trasportano l’uomo nel sabba.

Il portentoso miscuglio altro non era che un insieme di sostanze stupefacenti aventi inevitabili conseguenze sul sistema nervoso centrale e sulle capacità immaginifiche dell’uomo, tanto da trasformare dei semplici alberi agitati dal vento in un convegno di malefiche streghe e satanassi, accompagnati da una ridda graffiante di gatti del color della notte.

La seconda formula si basava su alcuni elementi fondamentali: l’immancabile gatto nero, una pentola nuova, una pietra di agata, un piatto nuovo, una fontana e uno specchio.

Innanzitutto occorre procurarsi dell’acqua attinta da una fontana a mezzanotte precisa, poi si mette l’acqua nella pentola a bollire per ventiquattr’ore assieme al gatto ed alla pietra, tenendo il coperchio con la mano sinistra.

Si mette la carne cotta del gatto in un piatto nuovo che viene gettato dietro alle spalle.

Poi ci si guarda in uno specchio e non ci si vede più.

L’estrema ignoranza di queste assurde credenze ha condannato il povero ed innocente gatto nero ad essere un simbolo mefistofelico, messaggero di Lucifero. Così gli uomini hanno potuto sfogare su questa bestiola la loro meschina paura del demonio[22].

In Bretagna le leggende popolari dicono che in certi luoghi esistono favolosi tesori che i gatti custodiscono nelle ore notturne; per impadronirsene bisogna vendere l’anima al diavolo e firmare il patto col sangue del mignolo della mano sinistra.

Le assurde tradizioni di alcuni popoli prevedevano addirittura di bruciare vivi numerosi gatti per allontanare gli spiriti malvagi.

Anche nella francese Seine-et-Marne c’era l’usanza di ardere i graziosi felini e le cronache raccontano che il 12 luglio 1739 il sindaco di Melun fece per tre volte il giro di un rogo che poi accese per farvi gettare alcuni gatti vivi. Quando la cerimonia finì numerosi presenti si impadronirono di alcuni tizzoni considerati amuleti per preservarsi dal fulmine.

La storia attesta che a Parigi fin dal 1471 re Luigi XI assistette ai fuochi di San Giovanni divertendosi nel veder bruciare più di venti gatti e che i suoi successori non disdegnavano di presenziare a tali cerimonie.

Enrico IV e Luigi XIII specialmente amavano questo genere di feste, mentre Luigi XIV, le Roi Soleil, vi presenziò una volta soltanto e precisamente nel 1648. Egli fu l’ultimo sovrano francese che assistette al macabro rituale, contro il quale già Sant’Eligio fin dal VII secolo aveva lanciato inefficacemente i suoi strali.

A Liegi la folla assisteva divertita a manifestazioni popolari che prevedevano fuochi artificiali con contemporaneo lancio di gatti vivi. Gli animali spesso morivano tra le fiamme per le bruciature riportate e per lo spavento.

Nel 1500 sempre in Belgio divenne famoso il crudele Kattestoet o lancio dei gatti: annualmente dall’alto di una torre del maniero di Korte-Meers, si gettavano nel vuoto numerosi gatti per dimostrare alle autorità ecclesiastiche che nelle Fiandre la popolazione aveva abiurato al culto di Freia consistente nell’adorazione dei gatti[23].

Il gatto nelle varie epoche storiche, non è stato visto soltanto come messaggero di morte ma anche come spirito benefico.

Un’usanza assai antica prevedeva che per rendere solido un edificio vi si murasse un gatto vivo.

Nei resti di alcuni castelli risalenti all’epoca medioevale sono stati rinvenuti i corpi di numerosi gatti che hanno subito un processo di mummificazione e si sono conservati perfettamente, sia pur presentandosi rinsecchiti ed incartapecoriti. La morte per fame e per sete impedisce la putrefazione e la mancanza di umidità ha consentito il mantenimento della piccola spoglia felina.

Fernand Méry riferisce che nella Scuola di veterinaria di Alfort è possibile ammirare “lo scheletro di un gatto disseccato trovato prima della guerra del 1914, in un’intercapedine del soffitto di una vecchia casa del XVII secolo, in via Mouffetard.

In Russia, in Polonia ed in Boemia si diceva che un modo per ottenere un abbondante raccolto era sotterrare un gatto vivo in un campo di grano[24].

Il folklore finlandese attribuisce ai gatti la capacità di trasportare l’anima dei morti nel regno dell’oltretomba.

Il Kalevala, l’epopea nazionale della Finlandia narra che un giorno una strega si introdusse dentro una casa piena di uomini ed in pochi minuti fu in grado di trasportarli su una slitta trascinata da un enorme gatto che li condusse ai limiti del Pohjola, il mondo delle tenebre e degli spiriti maligni.

In Olanda si pensa che chi non ama i gatti o li maltratta avrà un matrimonio ed un funerale sotto la pioggia[25].

Il rito ortodosso indù obbliga ogni fedele a tenere almeno un gatto in casa e la legge di Mani dice che: “Chi ha ucciso un gatto deve ritirarsi nel mezzo della foresta e dedicarsi agli animali fino a quando non si sia purificato”[26].

Nella Francia meridionale sono diffuse le leggende sui matagots o gatti-stregoni che, come il gatto d’argento della Bretagna, possono avere nove padroni, rendendoli tutti ricchi.

Il matagot è un gatto nero che, se ben nutrito ed ospitato in casa porta al padrone ogni giorno uno scudo d’oro. Ma attenzione! Non basta attirarlo con un lauto pasto, non basta afferrarlo dolcemente, metterlo in un sacco e portarselo a casa, no, occorre dargli tutte le volte che si mangia il primo boccone del proprio piatto, se ogni mattina si desidera trovare uno scudo d’oro vicino all’animale.

In Bretagna si dice che ogni gatto nero possiede un pelo bianco. Se il padrone riesce a strapparglielo senza farsi graffiare avrà nelle mani un talismano portentoso, un portafortuna unico[27].

Nei racconti leggendari dell’Asia[28] Maneki-Neko è una celebre, piccola gatta che ammalia i passanti; viene rappresentata seduta e con la zampa alzata in segno di saluto.

I marinai giapponesi pensano che i gatti con tre colori, bianco, rosso e nero, i Mike-Neko, possano presagire l’avvicinarsi delle tempeste. La leggenda narra che facendoli salire sull’albero maestro della nave allontanano le anime dei naufraghi che non trovano pace e si aggirano minacciosamente lungo la cresta delle onde[29].

Le leggende di molti popoli parlano della magica metamorfosi donna-gatto.

In Sardegna la sùrbile, di cui si dirà meglio in seguito, era una donna che si trasformava in mosca o gatta, si introduceva nelle case la notte e succhiava il sangue ai neonati.

Nell’Isola ancora oggi, nonostante il progresso della scienza, nonostante Freud[30], si traggono previsioni anche dal comportamento degli animali e dai sogni. Quando il gatto saltella per la casa e si lava il muso e nel farlo va oltre le orecchie, significa che pioverà.

La civetta, portatrice di sventura, canta di notte vicino all’uscio di chi deve morire.

Si dice anche che “chi sogna dei pesci” è destinato a fare un viaggio; che se si pulisce una fontana “quando soffia il vento di levante”, l’acqua diviene “cattiva e putrida”; che se si tagliano i capelli di venerdì nasceranno i pidocchi[31].

Portano fortuna le farfalle che entrano in casa e svolazzano attorno alla luce, mentre sono tutti segni funesti il vedere un asino sdraiato per terra con le gambe in aria, “un cavallo zoppo di notte o uno bianco di mattina, un cuculo che beve acqua, una stella vicina alla luna”.

Porta sfortuna anche udire “il canto del passero solitario” o il verso della gallina, oppure sognare “dei buoi, dell’uva nera” o di perdere i denti, specialmente se questi non fanno male[32].

La notte, associata alla morte, è momento di crisi, dominio di presenze potenti e malefiche.

È durante la notte che anche le campagne si animano di entità misteriose e sovrannaturali: sa sùrbile, sas  janas, su diaulu, s’érchitu, sas  panas, s’ammuttadore o ammuntadore, detto anche sa síºrtora a Ghilarza e pundacciu in Gallura.

La “sùrbile” o “síºrvile” nel Logudoro, “síºrtile” a Nuoro, “coga” a Cagliari e stria o istria in Gallura, era una donna che, durante le ore notturne, dopo essersi unta le giunture del corpo con uno speciale unguento, si trasformava in una mosca che, attraverso il buco della serratura, riusciva a penetrare nella stanza dove dormivano i neonati e succhiava loro il sangue, provocandone la morte.

Per tenere occupati questi assetati vampiri, si poneva vicino alla finestra della camera del bimbo o accanto alla culla, una falce con numerosi denti, “o una scopa o dei chicchi di grano” in modo che la síºrbile s’indugiasse “a contare i denti della falce, o i fili della scopa, o i chicchi, e non riuscendo a procedere oltre il numero sette” venisse “sorpresa dall’alba e costretta a ritirarsi”[33].

La madre del bimbo poi si curava di tappare il buco della serratura con della cera e metteva sotto il letto un treppiede rovesciato che si pensava potesse allontanare gli spiriti maligni[34].

In alcuni paesi si pensava che le sùrbiles fossero terribili spiriti erranti che si annidavano nel corpo delle donne malvage, permettendo loro di trasformarsi in gatti al calar delle tenebre.

Il mefistofelico felino si introduceva nelle case con facilità, succhiava il sangue incidendo la tenera carne del neonato e poi deponeva il sangue nella cenere calda del focolare, in modo che si rapprendesse e diventasse un goloso cibo per le sùrbiles[35].

In realtà, specialmente nei secoli scorsi, le morti in culla erano frequenti a causa della malnutrizione. Le madri avevano poco cibo a disposizione e producevano poco latte, dunque il neonato spesso soffriva la fame e poteva capitare che ne morisse.

Così è nata la leggenda delle streghe-vampire.

Le janas o fate erano delle donne di bassa statura e generalmente di bell’aspetto che potevano essere buone o malvage. Secondo alcune leggende le loro dimore erano nuraghi, castelli diroccati o le domus de janas dove custodivano immense ricchezze, gioielli, oro, argento e preziosissime stoffe.

Le fate indossavano abiti rossi, vistose collane ed amavano adornarsi con un fazzoletto ricamato che dalla testa ricadeva sulle spalle.

Ai piedi portavano babbucce ricamate e vestiti di lino e panno che cucivano e ricamavano esse stesse.

La loro principale occupazione consisteva nel tessere sull’erba, al chiaror lunare, preziosi tessuti in telai d’oro e nel lavare la biancheria non col sapone ma col pane fatto in casa, su grivacciu.

Secondo le leggende queste piccole entità, il cui nome deriva da Diana, dea della luna, emanavano una luce intensa che diradava le tenebre della notte durante la quale, talvolta, si appropinquavano alla culla dei bimbi appena nati, decretandone il destino.

Se la fata era buona il neonato veniva bene vadadu, ben fatato e poteva diventare un uomo fortunato e felice, altrimenti, se l’entità che gli si accostava era malvagia veniva condannato alla malattia, male vadadu, mal fatato.

Quando si desiderava augurare del male a qualcuno si usava l’espressione “Mala jana ti hurrada!, “Che una cattiva fata ti corra dietro!”.

A Cabras si diceva che le janas erano solite un tempo scendere al paese per chiedere alle donne il lievito per fare il pane, in quanto la pasta fatta col lievito delle fate non si gonfiava. Questa credenza è probabilmente collegata col mito di Ecate o della luna calante, fase in cui gli agricoltori non raccoglievano né seminavano perché non c’era una luna propizia a tali lavori.

A Dorgali, quando una donna chiedeva in prestito un po’ di lievito, le si raccomandava sempre di non mostrarlo alla luna, perché se quest’ultima “l’avesse visto” il pane non sarebbe lievitato più[36].  

Nelle località dove, per motivi geologici, non cresce l’erba il popolo sardo crede che vi alberghi il diavolo. Egli può assumere svariate sembianze anche quella di una dolce fanciulla danzante. Così inganna il pastore e lo attira a se. Però la metamorfosi non è mai perfetta, infatti Belzebù non riesce a nascondere le zampe da caprone. Allora all’uomo basta guardare in basso per accorgersi dell’inganno e far sparire il terribile demonio.

Secondo la tradizione ci sono dei luoghi dove è possibile vendere l’anima al diavolo: Perda Liana presso Gairo, una roccia molto alta e piuttosto suggestiva o Montenovo San Giovanni nel Supramonte di Orgosolo, la cima di Sant’Andria a Orune o Gorroppu, una gola profonda situata tra i Monti di Orgosolo e Urzulei.

Chi, per avidità di ricchezza era disposto a venire a patti col Maligno poteva farlo recandosi in quei luoghi, attendendo la mezzanotte e invocando a voce alta il diavolo che compariva per stipulare il contratto e si prendeva l’anima in cambio di tutte le divitiae che uno bramava[37].

A Gorropu si recavano anche le donne per accordarsi con Mefistofele che da queste pretendeva anche il corpo, come accade in molte leggende mesopotamiche. Si narra infatti che Marduk, giungesse di notte in cima alle ziqqurat, dove c’era il santuario, e pretendesse di unirsi carnalmente con le donne che trovava lassù.

Ancora oggi a Dorgali si dice “Bae a Gorroppu”[38] col significato di “Vai al diavolo”[39].

L’érchito chiamato “a Orgosolo voe travianu, a Ollollai voe mulinu, a Mamoiada e a Lula boe muliache, a Benetutti su voe corros d’attalzu, a Buddusò su oe mududu” era un uomo che aveva commesso gravi crimini e che, impunito, durante la notte poteva trasformarsi in un animale che prediva la morte. In particolare si trattava di un grosso bue con enormi corna dalla punta d’acciaio che muggiva per tre volte davanti all’uscio della persona destinata a morire entro un breve lasso di tempo[40].

Secondo alcune leggende il bue poteva riassumere sembiante umano solo dopo essersi imbrussinadu, ossia voltolato per terra davanti ad un cimitero o a tre chiese[41].

Le panas, invece, erano donne morte di parto che, dopo la mezzanotte fino al sorgere del sole, lavavano i panni dei loro figli al fiume servendosi di uno stinco di morto. Questa penitenza durava sette anni.

Se qualcuno interrompeva il loro lavoro esse dovevano ricominciare da capo e la pena durava altri sette anni.

Se venivano disturbate potevano mutarsi in entità dannose per i vivi, per questo le donne in Sardegna nei secoli scorsi avevano paura di avvicinarsi ad un corso d’acqua prima dell’alba.

Quando una donna moriva di parto si usava mettere nella bara aghi, filo, ditale e qualche pezzo di sapone per facilitare il rammendo ed il lavaggio dei panni che l’anima doveva affrontare dopo la morte.

Un rito assai superstizioso in uso nell’isola prevedeva che il sacerdote, mentre recitava il vangelo, benediceva la casa con una candela accesa aspergendola di acqua benedetta. Questo rito era assai gradito nelle case dove una donna aveva appena partorito. Infatti si pensava che col parto si liberassero dei fantasmi nocivi, pantamas che dovevano essere eliminati con la purificazione rituale, altrimenti avrebbero procurato grossi guai agli abitanti di quella casa[42].

L’acqua, elemento purificatore per antonomasia, nella società nuragica non serviva soltanto per benedire ma anche per stabilire l’innocenza o la colpevolezza di una persona. Quando si commetteva un reato, (ad esempio, il furto del bestiame, assai frequente in Sardegna), il sospettato veniva sottoposto al lavaggio degli occhi. Si pensava infatti che in caso di innocenza gli si sarebbe rinvigorita la vista, mentre in caso di colpevolezza sarebbe diventato cieco[43].

Ancora oggi quando si vuole convincere qualcuno della sincerità delle proprie asserzioni si dice “Chi m’idan zegu si non est beru”, “Che diventi cieco se non è vero”.

S‘ammuttadore o mastringannu era un folletto che portava “sette berrette rosse” e che si sedeva sul petto dei dormienti. Se questi però, svegliandosi, riuscivano ad afferrare una delle berrette, il folletto indicava loro la strada per arrivare ad un tesoro.

Si diceva che questo spirito fosse basso, grasso e tarchiato, vestito col tradizionale costume sardo e che guidasse il gregge contando di continuo le pecore ma soltanto fino al numero tre.

Su Corripedde, che appariva coperto da diversi fazzoletti di colore scuro ed avvolto in un lungo scialle, era uno spettro bonario, amante dei neonati che cambiava, cullava ma poi non adagiava nuovamente nella culla, bensì dove capitava, perfino per terra[44].

Su Porcu Attuddadu o Porco ispido era un grosso maiale dagli occhi malefici che incuteva terrore e sotto la luce lunare annunciava la morte.

Chi aveva la sventura d’incontrarlo doveva “saltare a croce un fuoco” prima di recarsi a casa[45].

Gli spiriti maligni ma soprattutto le streghe nuocevano a tutti mediante unguenti, filtri e libri magici, suffumigi e certe statuine “di cera o di sughero”, sulle quali esse inserivano dei chiodi o degli spilli e che venivano messe vicino alla persona da danneggiare. Questa poteva anche morire se non trovava la statuina affrettandosi a distruggerla oppure se non era provvista da amuleti contro la stregoneria. La iattura veniva allontanata conservando in tasca un ciuffo di “lana gialla, o un corno di muflone o di daino, oppure una fienarola, il rettile che i Sardi chiamano lanzinafenu, fuisessini, liscierba, ecc.

Il malocchio non soltanto è portato dalla stria, ma anche da persone normali che però hanno nello sguardo una particolare potenza malefica che è capace di far seccare le piante e far morire uomini e animali.

Questa credenza è ancora oggi diffusa nei paesi della Sardegna. Il rimedio per evitare le nefaste conseguenze di simili sguardi è che la persona che guarda deve toccare l’oggetto guardato per evitare de ponner oiu, di mettere il malocchio. Si tocca con mano dunque, il tangibile visibile scongiura l’invisibile… Si ricorre anche a sa mejghina e s’oiu o ea di l’occi, una specie di intruglio la cui preparazione conoscono solo poche persone, specialmente le donne, che sanno anche le preghiere che si devono dire per allontanare il male[46].

Il malato deve bere questo filtro e deve pregare per tre giorni affinché la iattura lo abbandoni.

La tradizione popolare vuole che la chiragra, “su male de sos pí³ddighes” guarisca “ungendo la parte malata di olio e toccandola col forcone del forno”, mentre l’orzaiolo si cura “fingendo di cucire per tre volte le palpebre con seta nera” e “le convulsioni, mettendo al collo del malato una briglia, un fazzoletto e delle chiavi”[47].

Le fattucchiere dette anche pregantadoras a Tortolì allontanavano il malocchio immergendo più volte una particolare medaglia in un bicchiere d’acqua nel quale si trovavano alcuni chicchi di grano. Con un dito bagnato con la saliva si agitava l’acqua in modo da far smuovere i chicchi di grano mentre si recitavano particolari preghiere nelle quali si invocavano Santi che si riteneva avessero un particolare potere taumaturgico come Sant’Antioco il cui nome sardo Antiògu può essere interpretato come anti-ogu, ossia anti-occhio anche se in greco significa “colui che resiste”, “che tiene duro”[48].

Il malocchio in Sardegna viene detto oiu o ogu   malu[49] oppure ogu liau o occhio legato.

Nel Dizionàriu del Porru si dice che il malocchio è una “specie di male causato dallo sguardo fisso di certi occhi infettati”.

Lo stesso autore prosegue poi affermando che Avicenna ed altri medici antichi fossero convinti essere la causa fisica di tale male causata “da qualche veemente immaginazione dell’anima per cui gli spiriti uniti al corpo patiscono mutazione, la quale avviene principalmente negli occhi” sede di spiriti sottili e corruttori dell’aria “fino ad una certa distanza. Per la stessa ragione gli specchi, se siano nuovi e tersi, contraggono qualche appannamento dall’aspetto della   donna, che trovisi nel fiorire. Quindi se qualche persona venga molto eccitata alla malizia, il suo guardo diventa velenoso e notevole soprattutto ai bambini, i quali per avere il corpo tenero sono più suscettibili d’impressione”[50].

In Sardegna si pensa che certe persone gettano il malocchio inconsapevolmente, senza volerlo semplicemente guardando e facendo un’osservazione su un dato soggetto o oggetto.

Possiamo quindi affermare che l’invisibile è contenuto nel suo contrario, in tutto ciò che i nostri sensi possono percepire.

Ciò che si vede e si tocca è sempre veicolo dell’invisibile, strada maestra finita del sogno, navicella che viaggia verso siderali, paralleli universi.  


[1] G. Bottiglioni, Vita sarda, note di folklore, p. 78, 79.

[2] La Rosa di Gerico, di G. Pettazzi, in Nostra Signora de Seunis.

[3] G. Bottiglioni, Vita sarda, note di folklore, cit., p. 80.

[4]“Il sangue di pipistrello fa scomparire le lentiggini dal viso, la pelle di lepre fa sgonfiare i tumori, quella di biscia guarisce dall’emicrania, che si cura anche coi denti dell’orata (in sardo carina o canina), il grasso di cavallo calma i dolori reumatici, la carne di un pulcino, applicata alla testa, fa passare la perniciosa. Dall’itterizia si guarisce bevendo dell’acqua in cui sia sciolta la cenere di pelle di stria (il barbagianni), o quella di un pidocchio bruciato; dall’idrofobia mangiando il fegato del cane idrofobo che ha procurato il male, oppure facendo bollire nell’olio un po’ del suo pelo e applicandolo sulla ferita (a mussu de cane pilu de cane); le ferite si chiudono spalmandole di olio nel quale sia messo uno scorpione; le orecchie del cane, le ossa della rana, i nidi delle formiche o delle vespe bruciati e polverizzati, offrono altrettanti rimedi contro vari malanni”.

Ibidem, p. 80.

[5] “Nubile, maritata o vedova”.

[6] “Comare argia, comare argia mia, non fate male alla persona mia, non fate male alla mia persona, vi dedicherò canti d’amore e canzoni, muttos e canzoni di ogni tipo, comare argia, comare argia mia”.

[7] Ibidem, p. 80-84.

[8] Ivi.

[9] D. Turchi, Leggende e canti popolari della Sardegna, cit., p. 22.

[10] B. Mazzone, I sardi, un popolo leggendario, cit., p. 159-161.

[11] Vedi Viaggio nel tempo a cura di Giovanni   M. Cappai, cit., p. 128.

[12] E. A. Poe, Il gatto nero, in Tutti i racconti, Luigi Reverdito Editore, Varese, 1995.

[13] F. Méry, Il gatto, vita, storia, magia,   cit., p. 32.

[14] A. Bierce, Il funerale di John Mortonson, in Tutti i racconti dell’orrore, Newton Compton edizioni, Roma, 1994, p. 29, 30.

[15] Città del basso Egitto oggi scomparsa.

[16] Vedi F. Méry, Il gatto, vita, storia, magia, cit., p. 20.

[17] Vedi ibidem, p. 23; F. Cimmino, Vita quotidiana degli Egizi, Bompiani, Milano, 2001, p. 93, 327.

[18] L’odierna Tisseh, nei pressi di Porto Said.

[19] Vedi F. Méry, Il gatto, vita, storia, magia, cit., p. 30.

[20] Ibidem, p. 30, 31.

[21] Ibidem, p. 33.

[22] Ibidem, p. 34, 35.

[23] Questa cerimonia subì un’interruzione di tredici anni ad opera dei Calvinisti dal 1578 al 1590 epoca in cui ci fu la liberazione di Ypres ad opera di Alessandro Farnese. A quel tempo si sacrificavano soltanto due gatti; “ma poiché, un certo anno, la fiera annuale aveva ottenuto un troppo magro successo fu deciso di aggiungere una terza vittima. Malgrado questo ulteriore sacrificio, la fiera successiva continuò ad essere un tale fiasco che non se ne parlò più fino al 1714, quando il ‘lancio dei gatti’ venne ripreso per un paio d’anni. Dopo il 1789 i Francesi, durante la loro occupazione, proibirono questi sacrifici, ma nel 1847 il Kattestoet venne ripreso con una gram messa in scena e costumi di gala. Interrotto nuovamente durante le ultime due guerre, non rinacque veramente che nel 1954: … ma non già per lanciare gatti vivi dall’alto della torre, ma soltanto gatti di stoffa”, ibidem, p. 37, 38.

[24] Ibidem, p. 39.

[25] Ibidem, p. 40.

[26] Ibidem, p. 25.

[27] Ibidem, p. 44.

[28] Una di queste leggende racconta che all’inizio del secolo XIX un gatto che aveva assunto sembianza umana un giorno portò due monete d’oro ad un vecchio mercante di pesce divenuto povero perché afflitto da una lunga malattia. Il gatto voleva mostrarsi riconoscente verso il vecchio malato che tante volte gli aveva offerto bocconi prelibati. Appena guarito il mercante apprese la notizia della morte del gatto, ucciso da un suo cliente al quale il felino aveva rubato le monete. Il mercante allora capì che lo sconosciuto che lo aveva aiutato altri non era che il gatto. Raccontò tutta la storia al cliente che riconobbe il suo errore e fece dissotterrare il corpo del gatto per farlo seppellire in un tempio con tutti gli onori, vedi ibidem, p. 47, 48.

[29] Ibidem, p. 47.

[30] Il sogno secondo Freud è sempre l’espressione di un desiderio. Questo può essere considerato inaccettabile o vergognoso dal soggetto perciò nella visione onirica può subire mascheramenti e deformazioni. Compito del terapeuta è interpretare il sogno cercando di cogliere il desiderio nascosto che sta alla base di esso attraverso un lavoro sul sogno raccontato dal paziente e sulla vita reale dello stesso che non può essere disgiunta dalle rappresentazioni oniriche. Vedi Freud, L’interpretazione dei sogni, traduzione di E. Facchinelli e H. Trett, L’Unità-Boringhieri, Roma, 1994.

[31] G. Bottiglioni, Vita sarda, note di folklore, cit., p. 87.

[32] Ibidem, p. 88, 90.

[33] G. Bottiglioni, Vita sarda, note di folklore, cit., p. 84, 85; vedi anche D. Turchi, Leggende e racconti popolari della Sardegna, cit., p. 33.

[34] Vedi ivi.

[35] Vedi ivi.

[36] Vedi D. Turchi, Leggende e racconti popolari di Sardegna, p. 53.

[37] Ibidem, cit., p. 23.

[38] “Vai a Gorroppu”.

[39] Vedi D. Turchi, Leggende e racconti popolari di Sardegna, cit., p. 24.

[40] Vedi E. Delitala, Il manoscritto 58 del fondo Comparetti, in Bollettino del repertorio dell’atlante demologico sardo, n. 5, 1974.

[41] Vedi a tal proposito R. Marchi, Il bue muliache della Barbagia, in Atti del convegno degli studi religiosi sardi, Cagliari, 1962.

[42] Vedi a tal proposito M. Attori e M. M. Satta, Credenze e riti magici in Sardegna, Ed. Chiarella, Sassari, 1980.

[43] “Si perfidia abnuit, detegitur facinus coecitate, et captus oculis admissus fatetur”, G. Lilliu, La civiltà dei sardi, dal neolitico all’età dei nuraghi, ERI, 1967, Torino, p. 350; vedi a tal proposito anche B. Mazzone, I sardi, un popolo leggendario, cit., p. 57.

[44] Vedi ibidem, p. 119.

[45] Ibidem, p. 122.

[46] G. Bottiglioni, Vita sarda, note di folklore, cit., p. 85, 86.

[47] Ibidem, p. 86.

[48] P. Pastonesi, Tortoli, Saludi e Trigu! Parole ed espressioni del vernacolo, giochi tradizionali, antologia documentaria, Collage Edizioni, Tortolì, 1998., p. 413.

[49] Occhio cattivo.

[50] P. Pastonesi, Tortoli, Saludi e Trigu! Parole ed espressioni del vernacolo, cit., p. 413.


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18 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Gennaio 2010 @ 16:42

    Semplice avviso ai correttori di bozze: un individuo non vuole l’apostrofo; sé (pronome), non unito a stesso o medesimo vuole l’accento acuto. Per il resto si tratta di qualche refuso.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 8 Gennaio 2010 @ 18:44

    Sono articoli, Gian Gabriele, già programmati da tempo.   Ho detto a tutti che io mi esonero dal fare il correttore di bozze. Non ne avrei il tempo. Approfitto per raccomandare che ciascuno si rilegga per bene il proprio testo prima di inviarmelo, e raccomando anche  che il lettore sia anche un po’ magnanimo.

    In internet spesso prevale la fretta per mancanza di tempo e cadere negli errori non è affatto difficile.

    Raccomando anche di non riscaldare l’ambiente in un momento in cui non ho l’adsl (scrivo dal pc di mio fratello). Posso consultare posta e rivista una o due volte al giorno grazie a mio fratello.

  3. Commento by Maria Antonietta Pinna — 8 Gennaio 2010 @ 19:04

    Questo testo è stralciato da un libro di 300 pagine, sinceramente non ho avuto tempo di stamparlo e mettermi a correggere errori, refusi e via dicendo, per cui beccatevelo con tutti i refusi ed errori del caso e non rompete troppo le scatole.

    Grazie

    Maria Antonietta

    p.s. Ogni riferimento a Gian Gabriele Benedetti è puramente casuale.

  4. Commento by Maria Antonietta Pinna — 8 Gennaio 2010 @ 19:06

    Invece della solita pippa sui refusi  sarebbe stato più gradito un commento sul contenuto…

  5. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Gennaio 2010 @ 19:52

    Cara Maria Antonietta, puoi fare pure riferimento a me, non c’è problema. Io rimango del parere, ragionando pacatamente, che, quando si pubblica, si deve evitare di commettere errori piuttosto consistenti. Gradirei che fossero segnalati.  Non ritengo una “pippa” l’evidenziarli, come non può essere una “pippa” un eventuale commento. Essendo persone di cultura (tranne me, ovviamente), si presuppone che anche la correttezza ortografica sia rispettata. E’ troppo chiedere questo? Altrimenti tutto è ammesso. Lo dico con tranquillità e serenità d’animo, in quanto ritengo che la Rivista di Bartolomeo abbia un suo valore in ogni senso e tale valore deve avere ed accrescere.

    Riguardo al commento, mi astengo: non mi sento in grado e non sono all’altezza di pronunciarmi.

    Gian Gabriele

  6. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Gennaio 2010 @ 19:54

    Ringrazio chiunque voglia segnalare i miei eventuali errori e le mie manchevolezze

    Gian Gabriele

  7. Commento by Carlo Capone — 8 Gennaio 2010 @ 20:01

    Uno studio antropologico interessante e approfondito. Mi ha sorpeso, ma fino a un certo punto, l’attenzione che veniva   riservata alla donna. Succube, di fatto confinata al ruolo di fattrice,  strega, puttana,  segretamente vogliosa, finanche   nella cura dei  neonati    ritenuta  inaffidabile.
     Il tratto è caratteristico di tutte le culture passate,  in merito  ho già citato     il massacro delle     streghe di Triora, entroterra sanremese.  
    A seguito di una terribile carestia, che costrinse Genova a  spedire    emissari per  sedare i tumulti  (nel 600 Triora  era un avamposto stretegico della Repubblica) si decise di addossare  la colpa della sciagura  a un gruppo di donne, solite riunirsi   per cantare intrecciando ghirlande. Furono affumigate e torturate.   Venti morirono e più del triplo restò deturpata.
    Un museo, da visitare  insieme al borgo di Triora, ricorda l’episodio.

    Carlo Capone  

  8. Commento by Maria Antonietta Pinna — 8 Gennaio 2010 @ 20:17

    Ho segnalato alcuni errori in un racconto di Gian Gabriele Benedetti.
    Però non mi piace cacciare le pulci. Lo trovo ridicolo. Del resto spiegarlo allo stesso Benedetti sembra inutile. Non si cava sangue da una rapa.
    Dobbiamo passare il nostro tempo a caccia di pulci?
    Si vede che il maestro non ha niente da fare.

  9. Commento by Maria Antonietta Pinna — 8 Gennaio 2010 @ 20:21

    Il maestro s’intende soltanto di refusi, a quanto pare.
    Sarebbe meglio interrompere ogni comunicazione con la sottoscritta.
    Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
    Se vuole mando a lui i miei testi, così mi corregge i refusi, con calma, se li stampa, prende il righello, la matita rossa e si mette al lavoro, così prima di mandarli a Bartolomeo i testi sono perfetti.

  10. Commento by Maria Antonietta Pinna — 8 Gennaio 2010 @ 20:22

    Ringrazio Capone per il commento al testo.

    Maria Antonietta

  11. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Gennaio 2010 @ 20:57

    Io mi intendo non tanto di refusi, bensì, grazie a Dio) di errori veri e propri, commessi da una laureata! Tanto che mi vien di pensare che le lauree ultimamente le diano a peso.

    Io faccio quello che ritengo opportuno fare: che accetti o meno Maria Antonietta, che rompa o no le scatole. Se non va bene a Bartolomeo, mi si dica apertamente e  non ho problemi a ritirarmi in buon ordine.

    Per quanto riguarda gli errori, come da lei pomposamente definiti, sul mio raccontino, preciso che si tratta di un solo refuso (“oscurutà”, non “sé”, pronome personale senza accento ripetuto due volte, non “un” con l’apostrofo di fronte ad un nome maschile!),  ho risposto nella pagina dove si trova lo scritto (il racconto è “Emozioni”, tanto… caro alla stessa Maria Antonietta).

    A lei, preciso, farebbe bene leggere tanti raccontini con la “melassa”! L’addolcirebbero un bel po’ e sarebbe bene per lei (che non si amareggerebbe il sangue) e per tutti.

    Saluti

    Gian Gabriele

  12. Commento by Maria Antonietta Pinna — 8 Gennaio 2010 @ 21:17

    La laureata in questione sa benissimo che un maschile non si apostrofa mai. L’ho imparato alle elementari. Ed ero piuttosto brava…  Ripeto non ho tempo di controllare i refusi. Si tratta di errori di battitura.    
    Se ancora non l’ha capito è perché non lo vuole capire oppure vuol fare polemica a tutti i costi con la sottoscritta.
    I suoi raccontini non mi piacciono, tutti cinguettii, cori angelici, zucchero e miele. Fanno venire il diabete, se proprio ci tiene a saperlo.
    Guardi che io non mi amareggio affatto, sono assolutamente pacata e tranquilla. Vede come le rispondo con garbo?
    Vede che pazienza che ho?
    Sembro quasi un angioletto dei suoi raccontini… Non le pare?

  13. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Gennaio 2010 @ 21:36

    La laureata in questione, intanto non sa che “sé” pronome personale va accentato e non sa altre cose. Io non controllo i refusi: marchio gli errori inconcepibili in chi sbandiera lauree.

    Se non vuol fare polemica, perché risponde?  Anch’io mi domando perché perdo del tempo dietro a una  come lei? Comunque sappia che ad ogni azione c’è sempre una reazione, anche da parte del pur tranquillo Benedetti.

    Se i miei racconti non le garbano, li lasci perdere. Non è mica obbligata! Del suo parere, poi, come le ho già precisato, non me ne può fregar di meno. Detto poi il negativo da parte di una come lei, mi sento soddisfatto, perché ho già misurato da che persona viene. Smetta di leggere al più presto i miei racconti: non vorrei le venisse il diabete alto, per carità, o vedesse volare gli angioletti come visione allucinante, tanto da preoccuparla per la salute mentale.

    Il suo garbo è alquanto strano, a dire il vero. Si vede che è abituata così. E così sia!

    Da un testa di rapa ad un’altra testa di rapa più dura!

     

  14. Commento by Maria Antonietta Pinna — 8 Gennaio 2010 @ 22:03

    Rispondo perchè lei mi diverte alquanto nel suo sterile, fanciullesco e puerile tentativo di avere l’ultima. La laureata in questione sa perfettamente che sé pronome personale va accentato, soltanto che siccome ha altro da fare che perdere tempo a ricontrollare gli accenti, visto che non ha la pensione di cacciatrice di pulci, e tutti i giorni deve mettere a tavola perché dotata tra l’altro di eccellente appetito, se ne frega altamente di tutti i mielosi puristi, i professorucoli dalla penna rossa, quelli come lei insomma. E  se ne faccia una ragione, esistono anche quelle come me che se ne fregano degli accenti sulle i.
    Del resto cosa ci si può aspettare  da uno che dice di non essere all’altezza di esprimere un giudizio sul contenuto di un articolo?
    La capacità di capire qualunque cosa si abbia sott’occhio val più di un accento che, in fondo, è pura convenzione umana, stabilita in un giorno qualunque da un uomo, piccolo piccolo nel tempo cosmico dell’universo, un puntino ha inventato la grammatica e tante altre cose…
    Lo stesso puntino che ha inventato Dio e tutti quegli angioletti bellini di cui parla nei suoi racconti, cherubini, serafini, biondi, paffuti, teneri,  etc.
    So che a lei  il concetto di convenzione  sembrerà orribile, ma io la penso così, che le piaccia oppure no.  
    Tra il Paradiso e l’Inferno di Dante io ho sempre preferito il secondo, scommetto che invece lei, nella sua infinità bontà da calendario di frate Indovino, preferisce il primo.
    E che dire di Pinocchio? Lo preferisco burattino piuttosto che bambino vero.  
    De gustibus…

  15. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Gennaio 2010 @ 23:12

    Guardi che mi diverte tanto anche lei, un po’ mi fa anche piangere, per pietà,  mi creda. In quanto a puntiglio, non so chi ne ha di più e  non so chi sia a voler “l’ultima battuta”.

    Riguardo agli errori commessi e non corretti è soltanto lei a considerarlo piccola cosa o inutile cosa. La grammatica e l’ortografia esistono apposta per essere rispettate da chi si crede scrittore o lo vuol fare. Altrimenti che studiamo a fare? Ed allora mangi pure abbondantemente (buon appetito!), ma mastichi un po’ di più anche la stessa grammatica.

    Sul commento da me non fatto al suo ultimo lavoro, le dico che non l’ho proprio voluto fare, pensavo l’avesse capito con la sua notevole… perspicacia. E da qui in avanti, se continuerò il mio apporto nei confronti della Rivista e se Bartolomeo non mi caccerà, io non mi sforzerò per niente nel commentare i suoi lavori. Se li commenti e se li goda da sola. O attenda il commento di altri: non il mio! Penso sia contenta di saperlo.  Continuerò, caso mai, a sottolinearle gli eventuali errori ortografici. Ciò farò volentieri, a meno che non me lo impedisca Bartolomeo.

    Ritornando ai miei racconti, si vede che non li ha letti, perché io non ho trattato di Serafini, di Cherubini, di Angeli, di Arcangeli, di Troni, Dominazioni…, come ironicamente, tenta di dire. I miei racconti sono momenti di vita, ricordi, emozioni, sentimenti…; trattano di personaggi della mia terra, di episodi legati al paese, a me caro, di tradizioni, costumi, paesaggi, ecc. Rappresentano il mio modesto sentire ed il mio mondo, anche se vecchio e, forse, fuori moda (ma a me che importa?). Certo a lei parlare di emozioni è come dire “liscio e morbido” al riccio appallottolato.

    Rispetto al Paradiso ed all’Inferno di Dante, non mi crederà, preferisco alla lunga il secondo, in quanto è più vicino al nostro mondo ed al nostro modo di vivere, mentre il Paradiso rappresenta, in poesia, gran parte della filosofia aristotelica, pertanto è materia ardua e richiede un maggior sforzo mentale.

    Pensi un po’? Pinocchio è di gran lunga uno dei miei libri preferiti: rappresenta l’uomo e la vita. Lo conosco a meraviglia in tutte le sue parti: avrei potuto portarlo come materia in qualche quiz televisivo.

    Come vede, de gustibus…

    Gian Gabriele

    P.S. Quando ho detto di non essere all’altezza di commentare il suo lavoro, intendevo dire che, essendo un lavoro di così alto ingegno, io mi sentivo piccolo piccolo. Tuttavia, se ben controlla, sulla Rivista vi saranno più di trecento miei commenti, anche su autori a cui lei non può legare neanche i calzari. Quando voglio, forse, qualcosa riesco a fare. Non so se sempre bene. Per chi se lo merita, non mi tiro indietro.

  16. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Gennaio 2010 @ 23:32

    Non mi arriva il Calendario di Frate Indovino. Se lo ha lei, me lo può anche fare avere. Non mi dispiacerà

    Gian Gabriele

  17. Commento by Maria Antonietta Pinna — 9 Gennaio 2010 @ 23:47

    Nel raccontino ha sbagliato pure “malia” che si scrive con l’accento. S’è perso un accento per strada…

  18. Commento by Maria Antonietta Pinna — 9 Gennaio 2010 @ 23:50

    Non si preoccupi che lei i calzari non può legarli a nessuno, nemmeno a Frate Indovino…

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Bart