Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Tirar le sorti a Preneste

10 Maggio 2011

di Nicola Dal Falco

All’antica Preneste si dovrebbe andare una volta nella vita in pellegrinaggio per scoprire quanto l’architettura di un luogo sacro sia direttamente proporzionale al paesaggio.
Viventi ambedue nella stessa intimità e durata che unisce il sigillo alla ceralacca.
Così come lo vediamo, il tempio della Dea Fortuna Primigenia è segnato da due nascite.

La prima, risalente al II secolo a.C., per volontà dei mercanti prenestini, arricchitisi nei traffici con le isole egee, e successivamente per intervento di Silla che, dopo aver espugnato la città durante la guerra contro Mario, giustiziandone l’intera popolazione maschile, la ripopolò con i suoi veterani, abbellendone l’antico santuario italico.

La seconda, nel 1944,grazie al maquillage delle bombe americane che, centrando una cittadina a sud di Roma, nella ipotetica certezza che vi stazionassero delle truppe tedesche in ritirata, rasero al suolo i quartieri medievali.

Diradatosi il fumo delle esplosioni e dei crolli, sotto le macerie vennero alla luce le possenti strutture del tempio che con enormi terrazzamenti risalgono le pendici del monte Ginestro.

Per avere un’idea delle dimensioni basti dire che l’intera struttura si sviluppa tra i 400 e i 506 metri di quota con la parte bassa del santuario che copre un’area di 86 x 55 metri pari a 4.730 mq e quella superiore di 112 x 112 metri, equivalente a 12.544 mq.

Tuttavia, per chi percorreva la via Prenestina l’effetto visivo era ancora più imponente, dal momento che la cima del monte con l’acropoli, a 752 metri d’altezza, era unita al tempio da una doppia cortina di mura poligonali che ne risalivano i fianchi.

Il santuario, diviso in sei successivi terrazzamenti, culminava con la cavea del teatro, sormontato da un tempietto circolare a protezione della grande statua della dea.

Oggi, i gradoni del teatro, abbelliti da un pozzo centrale, conducono all’ingresso di palazzo Barberini, sede del museo archeologico di Palestrina.

La facciata ricalca esattamente l’emiciclo del teatro. Girandole le spalle, la pianta ripropone il colpo d’occhio sulla piana, delimitata dalla quinta dei Monti Lepini a sinistra e dei Colli Albani a destra.

Una corrispondenza che aiuta l’immemorabile gesto della religio (guardare con attenzione e unire insieme), la percezione di una traccia numinosa che si riverbera nella fisionomia del paesaggio.  

Ma torniamo all’iniziale nudità dei luoghi, immergendoci per un attimo nel racconto mitico, dietro ai passi di Telegono, il figlio di Ulisse e di Circe, anche lui preso dalla ricerca del padre.

E siccome sempre di radici si tratta, la sua quíªte doveva passare attraverso la fondazione di una città, il cui sito gli sarebbe stato svelato dall’incontro con una danza di uomini coronati di rami di leccio.

Per questo, l’etimologia di Preneste avrebbe a che fare con la parola greca prinos che corrisponde al quercus ilex, l’elce o leccio.

Nonostante si rincorrano altre voci, questa di Telegono, dei danzatori e dei rami di quercia aggiunge un po’ di vortice alla danza del tempo, invitando nella sarabanda la stessa Circe, i vaticini sotto gli alberi parlanti, e il futuro del santuario.

Scrive, infatti, Cicerone, nel II Libro del De Divinatione che il popolino si teneva ancora strette alcune credenze e sopra a tutte quella legata al culto di Fortuna:

(…) Gli annali di Preneste raccontano che Numerio Suffustio, uomo onesto e ben nato, ricevette in frequenti sogni, all’ultimo anche minacciosi, l’ordine di spaccare una roccia in una determinata località. Atterrito da queste visioni, nonostante che i suoi concittadini lo deridessero, si accinse a fare quel lavoro. Dalla roccia infranta caddero giù delle sorti incise in legno di quercia, con segni di scrittura antica.

Quel luogo è oggi circondato da un recinto in segno di venerazione, presso il tempio di Giove bambino, il quale effigiato ancora lattante, seduto insieme a Giunone in grembo alla dea Fortuna mentre ne ricerca la mammella, è adorato con grande devozione dalle madri.

E dicono che in quel medesimo tempo, là dove ora si trova il tempio della dea Fortuna, fluì miele da un olivo, e gli aruspici dissero che quelle sorti avrebbero goduto di grande fama, e per loro ordine col legno di quell’olivo fu fabbricata un’urna, e lì furono risposte le sorti, le quali oggidì vengono estratte, si dice, per ispirazione della dea Fortuna.

Che cosa di sicuro può esserci dunque in queste sorti, che per ispirazione della Fortuna, per mano di un bambino vengono mescolate e tratte su?

E in che modo codeste sorti furono poste entro quella rupe? Chi tagliò, chi squadrò, quel legno di quercia, chi vi incise quelle scritture? «Non c’è nulla – rispondono – che la divinità non possa fare ». (…)

Una divinità, Fortuna, che a Preneste è chiamata Primigenia, che è nata prima e da cui, verosimilmente, derivano gli altri dei. Il ruolo universale estende il suo operato su tre piani, o tempi dell’esistenza.

Protegge la nascita degli esseri umani e delle piante; ne accompagna la crescita; presiede alla morte. In quest’ultimo caso, è accumunata alla guerra e all’attività oracolare, portatrice della buona o della cattiva sorte.

Il suo triplice aspetto ne fa, in definitiva, un’emanazione della Grande Madre che, a somiglianza dell’astro notturno, scandisce il ciclo vitale, offrendo alla vita il doppio impulso di nascita e morte, di crescita e annientamento.

A mio avviso, sono due gli arcana che contraddistinguono il santuario prenestino.

Il primo si trova nel quarto terrazzamento, dove si apre un pozzo profondo 7,5 metri, sormontato in origine da un tempietto rotondo.

Per alcuni studiosi, da qui avveniva la discesa del puer, incaricato di raccogliere le sorti per il postulante. Una rapida caduta nel ventre della terra, quasi a ripercorrere all’indietro la gestazione prenatale.

Il secondo, invece, è un grande mosaico che decorava l’aula dell’Iseo, un luogo di culto egizio che sorgeva ai piedi del santuario.

La presenza di Iside si confonde con quella di Fortuna, nelle sue declinazioni di madre, sorella e amante.

È lei che nel romanzo iniziatico di Apuleio appare a Lucio, mentre, trasformato in asino, dorme in riva al mare. Nel sogno, la dea gli ordina di cibarsi di rose durante una festa in suo onore. Solo dopo avrebbe ripreso le sue sembianze umane.

Il mosaico mostra in un contesto fiabesco, con tratti bozzettistici, scene di templi, animali, imbarcazioni, riti, cacce, pesche, come “trasportati” dalla piena del Nilo.

La corrente del fiume scavalca gli argini non per travolgere, ma per irrigare la terra, paragonabile all’azione fecondatrice di Fortuna che riversa i propri doni, indifferente a chi ne avrà vantaggio o duolo.

In questo contesto acquatico di perenne trasformazione che assimila la vita ad un grande delta in movimento si può forse avvicinare l’idea romana di Fortuna a quella greca di Nemesi, una sorta di Giustizia divina, che brandendo la spada plana sulla storia per separare, ridimensionare, circoscrivere, facendo ghiaia d’ogni umana baldanza.


Letto 1349 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart