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LETTERATURA: Trudi Birger: Da una vita normale al ghetto, al lager e all’impegno civile

6 Giugno 2024

di Bartolomeo Di Monaco

L’amico Giuseppe Iannozzi qualche tempo fa ha recensito 2 romanzi di questa scrittrice, scampata ai lager nazisti.
Grazie a lui, ho potuto leggerla e desidero confermare il giudizio positivo del prezioso e attento amico. Le sofferenze e gli orrori dei lager sono stati narrati da altre vittime (cito ad esempio gli autori che possiedo: Anna Frank, Louise Jacobson, Szac-Wajkranc, L. Weliczker, Salmen Gradowski e naturalmente Primo Levi), ma essi incidono su chi li subisce in maniera non uguale. Ogni esperienza vissuta nei lager, infatti, è sempre un’esperienza unica. Iannozzi addirittura mette la testimonianza rilasciata in questi 2 libri all’altezza di quella del nostro Primo Levi, se non di qualità superiore.
I titoli dei 2 libri, che anch’io consiglio di leggere, sono: “Ho sognato la cioccolata per anni” e “Da bambina ho fatto una promessa”.
Vi si legge quanto l’uomo può scendere in basso e non avvertire le sofferenze e gli orrori che provoca. Ciò che sovente dimentichiamo. Due libri che sono un monito anche per il mondo di oggi.
Per capirne l’importanza mi limiterò soprattutto a riportare alcuni stralci, a tal punto significativi da evitare una mia ulteriore disamina.

“Ho sognato la cioccolata per anni” (la traduzione è di Maria Luisa Cesa Bianchi).

– “Poi nel giugno del 1941 le nostre vite cambiarono radicalmente. Venimmo a sapere che i russi avevano deciso di deportare in Siberia tutte le famiglie borghesi ebree, e sapevamo di essere sull’elenco. La parola ‘Siberia’ evocava immensi orrori nella mia mente.”.
– “I lituani che erano stati i nostri vicini, nostri clienti o nostri soci in affari, si dedicarono al vantaggioso passatempo di ammazzare gli ebrei.”.
– “I nazisti non sono mai riusciti ad inculcarmi l’idea che essere ebreo è un peccato.”.
– “È difficile esprimere lo strano senso di dissociazione che ci affliggeva. Il tedesco era la mia madrelingua. Nella mia famiglia ci vantavamo di parlarlo bene. I libri per bambini che amavo erano tutti in tedesco. I miei amici e i miei insegnanti nella scuola di Memel erano stati tedeschi. Ma adesso i tedeschi erano diventati dei nemici. Non ci si poteva più fidare di quello che dicevano. Tutto mascherava la loro smania di uccidere.”.
– “I sogni mi incoraggiavano. Mi davano la forza e la volontà di vivere, mi aiutavano a non spegnermi.”.
– Il 24 marzo 1944 nel ghetto di Kovno viene perpetrata una strage che coinvolgerà 2000 bambini: “Conoscevamo i bambini che erano stati portati via. Erano nostri fratelli, nostri cugini, nostri nipoti. Il loro sangue era il nostro. Camminavamo con gli occhi bassi, per non guardare le finestre e cogliere lo sguardo disperato di una madre.”.
– Siamo ora al campo di concentramento di Stutthof: “Dietro di noi, la selezione continuava. Sentivamo i passi strascicati delle donne, i loro singhiozzi quando venivano separate dai loro cari, le grida delle guardie che le spingevano verso il loro destino.”.
– Ora siamo al campo polacco di Torun (o anche Thorn): “Il vento umido e freddo penetrava sotto i nostri indumenti. Non avevamo riparo all’infuori di un capannone improvvisato, non c’era un posto dove lavarsi. Il freddo screpolava la pelle e il sudiciume penetrava nelle escoriazioni. Non riuscivamo quasi a piegare le dita.”.
– “Quando una donna si ammalava senza possibilità di recupero, veniva rispedita a Stutthof per essere mandata nelle camere a gas. La morte era un fatto quotidiano.”.
– “Lavoravamo tutto il giorno sotto la pioggia pungente, senza protezione, immerse fino ai polpacci nella fanghiglia che risucchiava gli zoccoli, rendendoci difficile ogni movimento.”.
– “Poi una giovane prigioniera ci notò e si offrì di aiutarci a raggiungere il treno. Fu un gesto molto generoso, nemmeno lei poteva essere sicura di farcela e, se non ci fosse riuscita, sarebbe stata uccisa insieme a noi. Lo sapeva, eppure quando vide che avevamo bisogno del suo aiuto, affrontò il rischio. Le devo la vita e non ricordo nemmeno il suo nome.”.
– “Ovunque girassi lo sguardo c’erano emaciati corpi nudi, così raggrinziti dalla prolungata denutrizione da non sembrare più nemmeno donne. Quegli esseri che una volta avevano fatto l’amore, partorito e nutrito figli erano adesso ridotti a una parodia di umanità. Solo gli occhi avevano ancora qualche traccia umana: erano occhi che chiedevano pietà, che esprimevano il desiderio muto di poter morire in pace.”.
– “Vedevo i prigionieri in piedi davanti alle bocche dei forni che gettavano le Musulmane nel fuoco. Erano così prossime alla morte, che non avevano nemmeno la forza di ribellarsi. I nazisti non si preoccupavano nemmeno di mandarle nelle camere a gas prima di cremarle. Le gettavano nei forni vive.”.
– “Adesso ero così vicina che vedevo le facce dei prigionieri polacchi mentre gettavano i corpi vivi nel fuoco. Afferravano le donne in qualche modo e le spingevano dentro con la testa in avanti. A volte, se una donna era troppo alta per entrare interamente nel forno, bruciavano prima il torso, poi le gambe e i piedi.”.
– Salvata in extremis (il lettore leggerà come e perché, e il fatto sarà meglio precisato nel secondo libro), l’autrice, al momento che stava per toccare a lei di essere bruciata, ci fa sapere: “Poi, quando vidi che stava per arrivare il mio turno, mi raggelai. Diventai di pietra, come le altre. Non avrei gridato, né mi sarei dibattuta quando quelle rozze mani mi avessero afferrata. Non avrei fatto nulla per ricordare a quei feroci criminali che ero un essere umano.”.
– “Lo scopo del campo di concentramento era quello di uccidere gli ebrei, perché allora fare qualcosa per tenerli in vita? Sono convinta che fosse solo per prolungare la nostra sofferenza. Non solo ci volevano morti, volevano torturarci, spezzarci nell’anima. Glielo leggevi in faccia che si divertivano a vederci soffrire.”.
– “La gente moriva di tifo a un ritmo impressionante. Il crematorio non riusciva più a fare fronte alla quantità di cadaveri, così costruirono un’immensa pira per affrontare l’eccedenza. Il fumo denso e il fetore dei corpi che bruciavano riempivano l’aria notte e giorno.”.
Arriva la liberazione:
– “Fisicamente, non ero quasi cresciuta in quei quattro anni di stenti. Dopo la liberazione cominciai immediatamente a crescere di nuovo. Fui reintegrata nel tempo reale.”.
– “Quella parte di me vuole scrollarsi di dosso i ricordi. Ma io non fuggo, perché un’altra parte in me dice che cancellare il passato è un’offesa alla memoria di chi ha sofferto e all’immensa moltitudine che non è sopravvissuta.”.
– “Nessuno, eccetto un altro sopravvissuto all’olocausto, può pienamente comprendere quello che ci è successo. Questi ricordi non sono come degli indumenti, qualcosa di cui ci si può spogliare e mettere nell’armadio: Sono incisi sulla nostra pelle! Non possiamo liberarcene.”.
In questa tragica vicenda rifulge un grande amore, quello tra l’autrice e sua madre, Rosel, entrambe sopravvissute alla tragedia: “Non mi sento di andare al cimitero, se non a trovare mia madre, cosa che faccio ogni venerdì.”. La madre è morta nel 1991. L’autrice è morta a Gerusalemme il 18 luglio 2002-

“Da bambina ho fatto una promessa” (traduttrici: dall’ebraico Elisa Carandina e dall’inglese Carmit Gai)

È il libro che ci parla della promessa fatta dall’autrice al tempo della prigionia, ossia di adoperarsi, se sopravvissuta, affinché nessun’altro bambino potesse subire la sua stessa sofferenza. Vi ritroveremo anche accadimenti già narrati nel primo libro.
Scrive l’ex sindaco di Gerusalemme Teddy Kollek nella introduzione: “Trudi è un’associazione fatta da una sola persona. È lei stessa un’organizzazione. Nel corso degli anni gli abitanti di Gerusalemme hanno tratto un grande beneficio dalla sua meravigliosa attività e la vita di molte famiglie è cambiata grazie a lei.”.
Trudi ha fondato la clinica dei dentisti volontari per prestare le necessarie cure ai bambini bisognosi sia ebrei sia arabi: “Nel corso delle visite quotidiane presso le cinquanta famiglie ho scoperto che molti bambini soffrivano di gravi problemi ai denti, una cosa di cui poteva accorgersi solo chi andava a trovarli con regolarità.”.

– Dio ti prometto che, se mi lasci vivere, se mi concedi di nuovo una vita normale, mi impegnerò a fare del bene nel Tuo mondo, affinché nessun bambino soffra come ho sofferto io.”; “Non dimenticai mai la mia promessa, ma sarebbero passati molti anni prima che fossi riuscita a mantenerla.”.
– “A poco a poco imparammo a rallegrarci di essere sfuggite agli artigli della morte. Come la maggior parte dei sopravvissuti, gioivamo di cose semplici e avevamo un’innocenza quasi infantile.”.
– Sposatasi con un scampato al lager di Dachau, Zeev Birger, la cui famiglia era stata “interamente sterminata”, e uniti alla madre s’imbarcano per trasferirsi in Israele: “Mentre la nave entrava lentamente, quasi solennemente, nel porto di Haifa, dentro di noi l’emozione crebbe fino a straripare. Vedemmo le colline boscose intorno alla città e, quando fummo vicini alla banchina, trovammo una folla di gente – ebrei come noi – venuta a darci il benvenuto nella nostra terra.”.
– Ha un principio di tubercolosi (analoghi problemi ha Zeev, conseguenti alla prigionia), ma continua a lavorare: “La promessa che avevo fatto anni prima rimaneva incisa nella mia mente e nel mio cuore e io sapevo che, se non mi fossi data da fare per costruirmi una vita solida, non avrei mai avuto abbastanza tempo libero né forze per aiutare gli altri.”.
– Ha un figlio, Doron (che significa “dono”; ne avrà altri due, Oded e Ghil), e un lavoro stabile: “Già allora, mentre lavoravo al laboratorio, cominciai l’attività di volontariato a favore degli indigenti di Haifa. Ogni volta che potevo, portavo loro vestiti, cibo e denaro e cercavo di rendermi disponibile, a dispetto del poco tempo libero che avevo.”.
– Con altre cinquanta donne sceglie di interessarsi di due quartieri poveri di Gerusalemme: “La cosa che più ci colpi fu che queste persone non erano in grado di esprimere le loro necessità e i loro desideri. O forse il loro silenzio era dovuto al fatto che si vergognavano di chiedere o erano troppo orgogliose per farlo; dovevamo provvedere noi a tutto, avanzando proposte per migliorare la loro vita e aiutare i loro figli.”; “Una dopo l’altra le volontarie abbandonarono il progetto perché avevano troppi impegni e alla fine mi trovai da sola a occuparmi dei problemi di cinquanta famiglie e di cinquecento bambini.”.
– Le famiglie benestanti di Gerusalemme non vedono di buon occhio il lavoro di Trudi a favore delle comunità povere di Romema e di Lifta: “A dire il vero tutto ciò mi importava poco. Volevo bene a quelle famiglie e il grande piacere che traevo dall’aiutarle rendevano Romema e Lifta più importanti e più veri di tutte le soirée e le boutique dei quartieri alti della città.”.
– Ci narra ora la storia di alcune famiglie “che si sono salvate dall’antisemitismo” di cui si è presa carico. I loro viaggi, a piedi o su asini o cavalli, diretti verso la Terra promessa per sfuggire alle persecuzioni presenti in tanta parte del mondo ci narrano di tribolazioni e di persecuzioni subite lungo il percorso, da cui il lettore trarrà l’immagine di un massiccio esodo per allontanarsi dalla sofferenza e dalla discriminazione e con la speranza di riuscire a giungere in Israele, la loro nuova Patria.
– “La verità è che quando voglio aiutare una delle mie famiglie, niente mi può fermare e, anche se il mio modo di fare talvolta può sembrare importuno, ciò che conta sono i risultati che ottengo”.
Trudi è una donna tenace, e molti devono la loro uscita dalla miseria e dalla rassegnazione alla sua ostinata volontà. Una delle sue protette, venute dalla Persia (l’attuale Iran) Rahel, “ricorda che i musulmani erano soliti andare in cerca degli ebrei per picchiarli, al punto che questi ultimi a volte avevano paura di uscire di casa ed erano costretti a nascondersi.”.
– “Yokeved soffre di un grave problema alla schiena e avrebbe corso il rischio di rimanere paralizzata, se non l’avessi fatta operare e non le avessi pagato le cure.”. Un medico che ha visitato Trudi e che lei vuol pagare, le risponde: “Quello che lei ha fatto e fa per tutti i poveri è il pagamento per i miei servizi.”.
– “Queste sono alcune delle cinquanta famiglie che ho aiutato in tutto ciò che ho potuto. Per quello che ho dato, comunque, ho ricevuto un compenso dieci volte maggiore: ciò che ho avuto in cambio dai miei assistiti è non meno, e forse di più, di quel che io ho dato loro.”.
Non vi è dubbio che ci troviamo di fronte ad un esempio di altruismo e di solidarietà esemplare che contrasta con alcuni sopravvissuti che si sono limitati a ricevere riconoscimenti per il loro tragico passato e ne hanno fatto specialmente un titolo speculativo, soprattutto in politica. Scrive l’autrice: “sono sempre più convinta che un giorno passato senza aver aiutato qualcuno è un giorno perduto.”. Riguardo all’importanza della Clinica odontoiatrica (ne narrerà la storia), avendo costatato che molti bambini ne avevano bisogno, scrive: “I problemi dentali sono una faccenda seria, in quanto hanno ripercussioni sullo stato di salute generale di una persona, sul suo benessere e anche sul suo aspetto.”. Inoltre: “Secondo noi, l’atmosfera della clinica crea legami e aiuta a costruire la pace tra i popoli, anche se i bambini non vengono qui per socializzare.”. Ne è entusiasta: “La clinica è l’opera della mia vita, cominciata con una promessa e conclusasi con la sua realizzazione.”.
Il lettore troverà altri ricordi e il segno delle cicatrici psicologiche rimaste all’autrice a seguito della feroce prigionia, al punto che leggerà: “Noi, sopravvissuti alla Shoah, possiamo perdonare, ma non potremo mai dimenticare.”; “I ricordi sono annidati nel profondo della mia anima e, ogni giorno, dovunque vada, possono riaffiorare e squarciare la mia mente come lampi e improvvise associazioni di idee.”; “Non dormo bene, ho spesso incubi. E ogni incubo mi riporta al passato.”.
Non manca il riferimento all’attualità: “la difficile storia di Israele, dai fatti successivi alla fondazione dello Stato e fino ai conflitti e agli attentati di quest’ultimo periodo, mi rammenta che il mio popolo e io siamo ancora costretti ad affrontare nemici crudeli, che non ci permettono di vivere in pace e tranquillità.”.

Sono due libri che narrano una tragedia cupa che, anziché in odio, si tramuta in amore.


Letto 18 volte.


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Bart