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Meschi, Italo

2 Giugno 2024

Italo Meschi. Poesie, riflessioni, testimonianze

Nel corso della lettura di un libro di Pier Giuliano Cecchi: “Barga. La storia del Teatro dei Differenti”, ho trovato un accenno al lucchese Italo Meschi (Lucca, 9 dicembre 1887 – Lucca, Carignano, 15 ottobre 1957), riconosciuto come “l’ultimo trovatore italiano”. Lui si definiva, invece, “povero musico ignorante” (in una lettera immaginaria indirizzata a Girolamo Savonarola e datata Lucca, 21 Marzo 1953). Quand’ero ragazzo e passeggiavo per le strade della mia bella città di Lucca, l’ho visto più volte. Non si poteva non notare. Aveva i sandali ai piedi, una borsa a tracolla, lunghi capelli e una folta barba che incorniciavano il viso di un uomo bello e alto. Una figura, seppur dimessa, attrattiva (era soprannominato “il Cristo”). Mi ricordo che camminava con passo svelto. Ma quando aveva con sé la chitarra, una chitarra molto grande, che lui chiamava “chitarpa” e che aveva voluto fosse speciale, come del resto lo era lui (“da lui ideata e creata”, La Tribuna Illustrata, 15 aprile 1928; Guglielmo Lera preciserà nella testimonianza alla fine del libro che erano 12 corde: “Sei corde correvano sulla tastiera, sei fuori”), chi lo incontrava, notava in lui due personalità che si erano unite in una simbiosi d’arte. Non l’ho mai ascoltato suonare e cantare, ma so che era un ammaliatore.
Così, ho ripreso in mano un libro a lui dedicato dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in provincia di Lucca, uscito nel 1993 con l’editore NEROsuBIANCO. Ha l’introduzione della nipote Laura Bedini. Il titolo esatto è “Italo Meschi, musico cantore della Terra Lucchese. Poesie, riflessioni, testimonianze”.
Si apre con la poesia, che vi fa la parte del leone. Sono molte e quasi tutte senza titolo. Si distinguono per un dolce e mai gridato cantico alla vita, pervaso da un amore verso il creato, spesso vilipeso dall’uomo, nonché per una innocente tenerezza, velata a volte da dolorosa malinconia: “Son fermo e muto/nell’aer silenzioso/mi sento cupo,/quasi insonnolito.” (La Cappella, 18 Dicembre 1943). Ancora: “Così nella Vita la bellezza/scolorisce, appassisce,/lasciandoci l’anima/profondamente triste. (La Cappella, 24 Ottobre 1943). Molte poesie sono datate in quella località, dove ha vissuto per qualche tempo. Per 33 anni ha vissuto, invece, “appollaiato” “in cima al Torrione dugentesco” (si trova nella Premessa alla poesia “Vecchiaia”, bella, e commovente, scritta a Lucca, il 6 Novembre 1954). Si tratta di uno dei 2 torrioni che compongono a Lucca Porta San Gervasio e Protasio. Pensose e commoventi sono le poesie della vecchiaia. L’ultima, forse la più bella, è un addio e s’intitola “I desideri miei quand’ero giovane”, composta a Lucca l’8 Agosto 1956, un testamento, una rivelazione dell’anima. Morirà, infatti, l’anno dopo, il 1957, stanco e malato.
Talune rivelano una sensibilità religiosa accompagnatrice e consolatoria. Nostro Signore viene appellato come “Maestro d’amore” (così nella poesia scritta a La Cappella il 20 Giugno 1943. Troviamo anche alcune poesie d’amore dedicate “alla bella dormiente”. Questa comincia così: “Quante volte prego Iddio/Anch’io ho bisogno/di un capo da carezzare,/d’un viso da baciare,/di una fanciulla/cui poter confidare./Tu sei la donna in cui ho fede;/Ti dedico tutto me stesso/puoi ricambiare/il mio affetto?…(La Cappella, 15 Luglio 1943, vi è l’annotazione “giorno doloroso”).
Degli anni della Seconda guerra mondiale lascia un segno sdegnato e doloroso: “Oggi triste giorno di guerra/bombardamenti vicini,/distruzioni sulla terra.”.
Uomo di pace, la disdegna.
In una lettera scrive: “La notte ho sentito quel maledetto allarme e poi gli scoppi che sembravano tanto vicini. Mi sono alzato e ho pianto tanto.”. Alle Nazioni Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America, Russia, Germania dedica alcune poesie nelle quali, con durezza, le accusa dei mali che affliggono il mondo: “Smettete o sciagurati/i vostri pensieri sbagliati,/arrendetevi a discrezione./Dalla pace tutto riavrete/con la guerra tutto perderete.” (“Germania- Italia”, senza data).
Anche qui è assai esplicito e dirompente: “È finito l’anno/ma non è finito/l’umano macello, insulso, vano sterminio/di vite preziose/di tante buone cose,/sei lì a dimostrare/quanto l’uomo è lontano/dall’amore cristiano. (…) Luce e potenza di divino amore,/datemi la forza/ di far cessare quest’orrore.” (“21 Dicembre 1943”). L’invocazione all’’intervento di Dio è frequente. “Signore!/Abbiate pietà de’ nostri orrori,/mandate un raggio di luce/ne’ pervertiti cuori.” (“Pasqua 1944”).
Dalle poesie si nota quanto la guerra abbia inciso nell’anima del poeta. Il suo lamento è in realtà un grido rivolto non solo agli uomini ma anche a Dio, che rimane silenzioso di fronte alle efferatezze della guerra. Solo quando lo sguardo si distoglie dall’uomo e si rivolge alla natura, la presenza di Dio è invocata e avvertita: “Forma, profumo, colore;/una sola cosa mi fa dire:/grazie, sublime Creatore.” (La Cappella, 20 Luglio 1947); “Adesso la bellezza/m’ha inebriato,/ guardo il cielo,/piego il capo,/ringraziando/l’Autore del Creato.” (Chiatri, 30 Dicembre 1951).
Seguono nella seconda parte del libro foto, documenti e testimonianze, con estratti dai giornali che si occuparono dei suoi concerti. Citiamo da un articolo apparso su “Il Nuovo Giornale” il 29 Marzo 1924: “Italo Meschi ha suonato davvero con grazia e sentimento nobilissimo, dimostrando in pari tempo di possedere una bella tecnica, ricca di risorse, (specialmente notata la fluidità della mano destra) ed una notevole padronanza della tastiera.”. Tra questi è da notare un articolo apparso a firma Il Cristo Errante de “Il Mattino dell’Italia Centrale” del 26 Settembre 1951, in cui è descritta la piccola stanza che Meschi abitava in cima al torrione di cui s’è detto: “Fra quelle pietre, in cima a quella scaletta che, sempre più ritta, arriva agli ottantasei scalini e giusto a metà strada, sfiora l’usciolo inchiavardato d’una prigione che inutilmente, oggi, cerca di non far venire i brividi ospitando una sedia senza una gamba, una bicicletta fuori uso, tre o quattro camere d’aria, e quant’altro, insomma, farebbe onore a un normalissimo ripostiglio, fra quelle Mura, dicevamo, è andata a fare il nido la più bella e pittoresca, e per molti versi significativa, vita umana che ci sia capitato, da gran tempo a questa parte, di incontrare. Lassù abita Italo Meschi”.
Guglielmo Lera ricorda Meschi quando abitava alla Cappella, in un articolo apparso su “La Provincia di Lucca” nel numero di Aprile-Giugno 1973. Così scrive della sua abitazione: “Ci trovammo all’interno senza volerlo. Una panca con spalliera di legno presso il camino. Due panchette di castagno rozze e scomode, un tavolo con zampe di leone e piano rientrante, quattro belle sedie di gusto neoclassico. Nell’angolo un paravento di seta orientale con dietro la dispensa. In terra un tappeto che abbracciava tutta la stanza.”. Ci dà anche la descrizione dell’uomo: “Italo Meschi era alto, aveva barba fluente ed occhi azzurri. Le mani color dell’avorio, il naso aquilino e una capigliatura che gli indorava le spalle.”.


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Bart