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LETTERATURA: “Tu non c’eri” di Erri De Luca – editrice Dante & Descartes

10 Gennaio 2011

di Francesco Improta

“L’uomo entra nel rifugio, vuoto. A un tavolo un anziano sulla sessantina è seduto e guarda fuori dalla finestra”. È questo l’incipit dell’ultimo libro di Erri De Luca, Tu non c’eri pubblicato da Dante & Descartes. A voler essere precisi si tratta di un libriccino di complessive quaranta pagine, di cui le prime 36, a struttura dialogica, si dividono in sei scene con pochi inserti narrativi e le ultime dieci sono considerazioni dell’autore che chia ­riscono eventuali dubbi scaturiti dalla lettura della prima parte. Nell’incipit ci sono già tutti gli elementi principali: i personaggi (padre e figlio), lo sfondo (l’alta montagna) e soprattutto il vuoto, intorno e sotto i piedi, che consente, come si legge nella quarta di copertina, l’ascolto. Procedendo nella lettura ci si accorge che l’anziano sessantenne non c’è; il rifugio è vuoto se si esclude la presenza discreta, con cui si confronterà all’inizio l’autore, della donna che gestisce il punto di ristoro. L’uomo, entrando nel rifu ­gio, ha visto proiettarsi e prendere corpo, il ricordo di suo padre, l’immagine che aveva conservato dentro di sé e che ora, a distanza di tempo, assume caratteristiche e connotazioni diverse, simili alle proprie, a conferma delle tracce che, visibili o meno, la figura pa ­terna lascia in ognuno di noi. Si tratta di un dialogo immaginario in cui l’uomo rimprovera al padre tutta una serie di mancanze e di errori, e in particolare una latitanza che di fatto non ci è stata, come l’autore riconosce nel capitolo conclusivo, nel senso che non è stato il padre assente dalla sua vita, ma è stato lui che a 18 anni ha scelto di andare via, inseguendo quel sogno che nel ’68 acco ­munava molti giovani desiderosi di cambiare il mondo che hanno scambiato il pronome personale io con quello non più personale ma fortemente politico noi, che hanno cioè rinunciato all’indivi ­dualismo di una società sempre più gretta ed egoista in nome di una comunione, di un senso di appartenenza che ha restituito spessore ai sogni e dignità più che qualità alla vita. Penso a quel senso di appartenenza al Novecento, così sentito da Erri come dall’amico fraterno Izet Sarajlic che all’alba del terzo millennio non parlava di ventunesimo secolo ma di ventesimo secolo più uno, e tutto ciò a dispetto dei fantasmi, degli scheletri e delle macerie proprie del cosiddetto secolo breve. Accanto alla lotta politica e al senso vivo dell’amicizia si affacciano, in questa sua opera, i due grandi amori di Erri, entrambi ereditati dal padre: la montagna e i libri. La montagna, rappresentata a livello icono ­grafico da sei splendide fotografie delle Dolomiti scattate da Paola Porrini, è stata lo scenario privilegiato dell’uomo e dello scrittore che vi ha ambientato alcuni racconti, un libro scritto a quattro mani Sulla traccia di Nives e l’ultima bellissima e struggente favo ­la Il peso della farfalla. La montagna rappresenta per Erri una panacea, una consolazione, la possibilità concreta di sottrarsi alla folla, al frastuono, di “procurarsi la distanza urgente” se si ha la capacità di “respirarne la misericordiosa indifferenza”. I libri, in ­vece, hanno consentito a Erri, che nella casa paterna dormiva in una biblioteca dalle pareti rivestite di volumi, di riempirsi gli oc ­chi di luce e la mente di storie; di precorrere con l’immaginazione i viaggi che avrebbe fatto in seguito in Africa, in Belgio e in Bosnia lavorando nelle miniere, nei cantieri o guidando i camion dei soccorsi umanitari durante la guerra serbo-bosniaca. In questo dialogo immaginario e tutto interiore con il padre, si assiste a uno scambio di ruoli, di funzioni e di responsabilità; ci si scontra, rin ­facciandosi mancanze e incomprensioni. Il figlio afferma di esser ­si sentito orfano, pur non essendolo veramente, di aver portato il lutto dentro prima ancora che il padre morisse. Eppure le due figure, apparentemente così lontane, finiscono con il coincidere nella condivisione di una stessa condanna: “a stare dentro il padre” e “a stare fuori il figlio” e nel medesimo sentimento di perdita e di dolore. La cornice vuota che il bambino a 10 anni re ­gala alla madre con la scritta papà è del tutto simile alla sedia vuota accanto al tavolo da pranzo che il padre volutamente ha lasciato, allorché Erri abbandonò la casa paterna e, insieme al luogo della sua adolescenza, “tutto il tempo passato e tutto l’avve ­nire immaginato”.

Cosa aggiungere a queste mie brevi considerazioni se non un invito pressante a leggerlo, perché si tratta, come avviene sempre più spesso con le opere di Erri De Luca, di un libro imperdibile, irrinunciabile.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Tu non c'eri” di Erri De Luca … — 10 Gennaio 2011 @ 15:50

    […] Fonte Articolo: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Tu non c’eri” di Erri De Luca … […]

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