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LETTERATURA: Un emigrante mancato

13 Settembre 2013

di Mario Camaiani

• Da poco era terminato il tremendo conflitto della seconda guerra mondiale e l’Italia era in febbrile fase di riorganizzazione, di ricostruzione, di rinascita; ma un ritorno alla normalità lavorativa, sociale, era ancora lontano. Per questo, nella Valle del Serchio, in Lucchesia, terra di emigrazioni massicce, molti giovani, non trovando occupazione, sulla scia dei loro ascendenti si accingevano ad emigrare all’estero in cerca di lavoro. Altri non pensavano ad emigrare e fra questi c’era Luciano, un ragazzo sui vent’anni, un po’ gracile: costui sperava che, alla ripresa dell’attività lavorativa di un’azienda della zona, nella quale aveva già prestato la sua opera, potesse esservi riassunto. Inoltre, suo zio Amilcare che, emigrato nella metà degli anni venti negli Stati Uniti e colà si era formato una famiglia, raggiungendo nel contempo una buona posizione sociale, poteva rappresentargli, al bisogno, un eventuale aiuto per trasferirsi anch’egli nella grande nazione americana. Ed ecco che un giorno Antonio, padre del giovane, annunciò ai suoi una grande, bella notizia: “Rita, Luciano: ci ha scritto mio fratello – e mostrò loro la lettera -, comunicandoci che fra circa un mese sarà qui da noi, ovviamente con Mary e con la loro figlia che, come abbiamo visto dalla foto che ci ha inviato, è una meravigliosa ragazza!”. A quest’ultima affermazione del padre, il ragazzo ebbe un moto gioioso, pregustando il piacere di ospitare la bella cugina Adele, di un anno più grande di lui, mentre i tre poi parlarono a lungo di come avrebbero gestito al meglio il tempo da trascorrere con i parenti americani. “Sono sette anni che non ci vediamo con loro – concluse l’uomo -, esattamente dal ’39, alla vigilia del conflitto, in occasione dell’ultimo viaggio che fecero in Italia per venirci a trovare; e poi negli ultimi anni, essendo in guerra contro l’America, furono sospese perfino le comunicazioni postali!”.

• L’imponente nave transoceanica, aiutata dai rimorchiatori, entrata nel porto di Genova, si avvicinava lentamente alla banchina dove stava per attraccare, mentre dai vari ponti e dalla coperta pullulavano i passeggeri che si apprestavano a scambiare festosi saluti, con grida e sventolii di fazzoletti, con coloro che li attendevano a terra, mentre l’assordante stridulo fischio della sirena di bordo lacerava l’aria. In siffatto caotico ma avvincente clima, Antonio ed il figlio cercavano di individuare i loro parenti; ma ci riuscirono solo quando ormai questi stavano per salire sulla passerella che li avrebbe portati sulla terraferma…Abbracci, baci a non finire, e lacrime di commozione… “Come state?”, chiesero i nuovi arrivati. “Bene, e voi?”. “Pure noi; ed oggi, felicissimi…e Rita?”. “Vi aspetta a casa, altrimenti, chi avrebbe preparato la cena? Ma adesso affrettiamoci, ché ci saranno alcune ore di viaggio, non proprio comodo!”. Bagagli, valigie, borse, tutto caricato su due autopubbliche, ed eccoli sul treno, con vetture vecchie e malmesse, fino a Viareggio; poi su altro treno fino a Lucca e di lì, con una corriera sgangherata, a risalire la valle del Serchio in un viaggio veramente disagevole. Ma i loro cuori erano colmi di gioia, che raggiunse il culmine quando finalmente arrivarono al loro paese ed i nuovi arrivati, prima di dirigersi verso casa, vollero soffermarsi su un poggio panoramico ad ammirare uno scorcio della meravigliosa valle, al declinare di quel serenissimo giorno di maggio, rimuginando nei loro pensieri tanti nostalgici ricordi.
La cena andava alle lunghe ed i commensali, fra una portata e l’altra di ottime pietanze cucinate da Rita, intrecciavano vivaci dialoghi: gli ospiti chiedevano agli altri ragguagli sul periodo di guerra guerreggiata che per tanti mesi si svolse in questo territorio; mentre questi domandavano ai loro parenti d’oltre oceano informazioni sul tipo di vita che conducevano a Chicago. Poi, al presente, a grandi linee, parlarono dei tre mesi che avrebbero trascorso assieme… “Dopo una giornata così intensa – disse infine Amilcare -, penso sia l’ora di andare a dormire, magari fino a domani a mezzogiorno!”. “Giustissimo!”, risposero gli altri. Ma non tutto era andato per il verso giusto, ché Luciano e sua cugina, seduti al tavolo l’uno accanto all’altra, avevano trascorso buona parte della serata conversando fra loro: era evidente che una simpatia reciproca era sorta, la qual cosa non era gradita alla signora Mary che, sbirciando i giovani in modo preoccupato, tenendoli d’occhio, osservava il loro comportamento.

Nei giorni seguenti ci furono numerosi incontri ed inviti a pranzi e cene fra i nuovi arrivati con tutto il parentado, e ripetutamente furono ospitati da cugini, da nipoti, da cognati…, da amici: tutti si davano da fare con calorosa accoglienza verso gli ospiti americani. In questo contesto Adele e Luciano, pur partecipando a dette riunioni, si prendevano anche la libertà di andare da soli dove volevano, anche in motoretta: il giovane infatti ne possedeva una, che per quei tempi era ancora una rarità, e con quella potevano liberamente scorrazzare dappertutto. Finché, durante una di queste gite i due giovani, in sosta in un campo di fiori, si ritrovarono abbracciati, baciandosi ripetutamente, a lungo: ormai l’amicizia aveva lasciato il posto ad una ardente passione. E, giurandosi eterno amore, valutando come fra non troppe settimane Adele doveva rimpatriare, ed era assurdo pensare di stare fidanzati a distanza, considerando chissà quando si sarebbero potuti rivedere, decisero di sposarsi, fissando ipoteticamente la residenza a Chicago, dove la ragazza doveva completare gli studi e dove c’era possibilità per lui di lavorare. Così decisero di richiedere in America i documenti necessari alla ragazza per lo sposalizio e, quando questo fosse avvenuto, avrebbero richiesti quelli necessari per l’espatrio del giovane. “Però – disse Adele -, non so come farò a parlare ai miei di questo… intanto lo dirò a mamma”, concluse preoccupata. L’incontro fra le due donne fu tempestoso: quando la figlia esternò il suo proponimento alla madre, questa reagì con violenza: “Non mi aspettavo da te questo comportamento da adolescente immatura: non ti rendi conto che una unione così precipitosa rischia di naufragare alla prima difficoltà? Devi ancora laurearti, inserirti nel lavoro, hai serie possibilità di trovare, insieme all’amore, un partito migliore di questo, in un contesto di tempo e di circostanze normali…”. “Mamma, al cuore non si comanda e sono certa che mai mi pentirò di questa decisione – proruppe la figlia; indi proseguì, più calma, conciliante -: e sono altrettanto certa che neppure tu e babbo, aiutandomi, non vi pentirete…Io vi voglio bene e per ciò sono combattuta in questa situazione che capisco vi fa soffrire…E a papà glielo dici tu?”. “Vedremo”, le rispose laconicamente la mamma. La sera stessa, in un clima di tensione, Mary informò il marito della cosa, e l’uomo in un primo momento andò su tutte le furie: “E’ assurdo che nostra figlia si sia infatuata di quel ragazzo mingherlino senza titolo di studio, senza lavoro, che lo voglia sposare subito e portarselo a casa, appioppandocelo a noi! Mi oppongo, non sarà mai!”. La donna lo lasciò sfogare, poi cercò di calmarlo: “Sappiamo bene come Adele sia ostinata nelle sue decisioni, ma che in seguito le ridimensiona; perciò evitiamo uno scontro con lei che qui sarebbe insopportabile. Con cautela diamole un po’ di corda, cercando di frenare la cosa, e chissà che tutto finisca alla svelta, come è iniziato!”. “Va bene, e si fa per dire! – le rispose burbero l’uomo -. Forse hai ragione tu, facciamo come hai detto”. Ed in simile difficoltà furono coinvolti pure Rita e Antonio che, informati della cosa dal loro figlio, l’accettavano, sì, ma penosamente: “Pensare che nostro figlio ci lascerà mi addolora – fece lei -, passeranno degli anni prima di poterlo rivedere…”. “Non ti angustiare – le rispose lui per consolarla, mentre gli si stringeva il cuore -, potremmo noi andarlo a trovare: sarebbe bello fare un viaggio in America, vero cara?”. Rita annuì, ed i due anziani si abbracciarono teneramente.

Trascorsero giorni, settimane, mentre freneticamente venivano richiesti, approntati ed inviati i relativi documenti dagli Stati Uniti, necessari per il matrimonio. Di questo se ne occupavano dei parenti di Mary a Chicago, ed era tutto un susseguirsi di telegrammi, lettere, telefonate internazionali. Ovviamente pure il giovane faceva altrettanto, ma per lui, qui in Italia, le procedure erano più semplici. Ed occorrevano anche i documenti ecclesiastici, dalle due relative comparti, perché lo sposalizio sarebbe avvenuto con rito cattolico ed in più, essendo i due giovani cugini di primo grado, era necessario uno speciale permesso da parte della curia dove si sarebbero svolte le nozze. E come se non bastasse, per corretta regola anche il consolato USA di Firenze era stato interessato allo svolgimento della pratica dato che, dopo che fosse avvenuto il matrimonio, sarebbe stato indispensabile l’intervento del console per l’espatrio in America del giovane, divenuto marito di cittadina statunitense. Dato che i genitori di entrambi i giovani fossero tutt’altro che contenti di un siffatto, imprevisto e frettoloso matrimonio, con tutto il trambusto consequenziale che rovinava le vacanze di Amilcare e dei suoi, rendendo talvolta tesi e difficile i rapporti con gli ospitanti, quello che doveva essere un periodo di serena convivenza tra le due famiglie, adesso rasentava il tormento. Abolite le progettate gite a Roma e a Viareggio, per un brevissimo periodo di stagione balneare; ed inoltre i rapporti con gli altri parenti non si svolgevano più in modo semplice e lineare, ma quasi con sospetto. Un esempio: un giorno una anziana parente ebbe l’indelicatezza di chiedere a Mary se sua figlia fosse incinta! Ma nonostante tutto ciò, la gioia serena, come si conviene, spesso prevaleva ed Antonio ed Amilcare, con le loro mogli, partecipavano a feste locali con parenti, con amici, andando a fare compere fino a Lucca, a Viareggio, godendosi insomma la loro fraterna compagnia.
Le campane della plurisecolare chiesa suonavano a festa, ma non per festività religiosa, ché quello infatti era un normale giorno feriale; bensì per la celebrazione di un matrimonio: proprio quello fra Luciano e Adele! Officiava il rito il vecchio parroco, il quale tanti anni prima aveva unito nel sacro vincolo coniugale i genitori dello sposo e, nel breve fervorino che fece, non mancò di ricordare questo toccante particolare. Alla cerimonia erano presenti una trentina d’invitati; e poi tutti poi a tavola, in una trattoria nel vicino paese, a festeggiare convivialmente gli sposi. Furono ore di spensieratezza: la gioia del lieto avvenimento aveva preso il sopravvento sulle incertezze ancora incombenti. Applausi, brindisi, canti, letture di biglietti augurali, telegrammi di felicitazioni provenienti anche da oltre oceano e, con la musica di un giradischi, ci fu perfino il ballo! Infine, dopo aver abbracciato e baciato ognuno dei presenti, i novelli sposi, accompagnati in macchina da un amico alla stazione ferroviaria, partirono per il loro viaggio di nozze: destinazione Venezia, per una settimana da sogno!

I giorni passarono veloci, ed ecco gli sposini tornati a casa, con tanti regalini da distribuire, con tante cose da raccontare, con tante foto da vedere; ma nel contempo procedendo a completare le pratiche riguardanti l’espatrio di Luciano. Che venivano espletate agevolmente: la prenotazione sul transatlantico, in aggiunta ad Adele ed ai suoi e, per le autorità competenti nordamericane, l’attestato degli studi conseguiti, il libretto di lavoro, la fedina penale, che doveva essere ‘pulita’, il certificato medico di buona salute…Ed altre formalità; poi, quando sembrava che tutto si avviasse ad una positiva soluzione dell’iter burocratico, Luciano venne convocato a Firenze per la visita medica: era l’ultimo ostacolo. Che però mise il giovane in apprensione, perché nell’inverno precedente era stato ammalato di una bronchite che gli aveva lasciato uno strascico di persistente leggera tosse fino al presente, dato anche che egli aveva il vizio di fumare. Perciò per prudenza mise da parte le sigarette e riprese ad usare dei medicinali con i quali già si era curato. Ma tutto fu inutile, ché all’accurata visita medica gli furono riscontrate complicazioni polmonari per cui gli fu sospeso, per sei mesi, il nulla osta per recarsi negli USA; dopodiché doveva ripresentarsi per una nuova visita. Tremenda delusione! Luciano era annientato ed anche sua moglie accusava il colpo: che fare, ora? Ma non c’erano valide soluzioni alternative, per cui venne deciso che Adele sarebbe ritornata in America con i genitori, alla data prestabilita. Come finora i giorni erano trascorsi velocemente, adesso quelli che mancavano per la partenza sembrava che durassero il doppio, ed in tal penoso periodo i rapporti fra i familiari erano spenti, in un clima di patente tristezza.
Il nostro ragazzo era divenuto taciturno, abulico, e poco aiutava il babbo nei lavori nell’orto, non solo; ma addirittura, alla vigilia della partenza, si rifiutò di accompagnare la moglie ed i suoceri al porto di Genova: “No, non me la sento – addusse -, non sopporterei di vedere partire mia moglie rimanendo a terra!”. “Ma hanno bisogno di aiuto, come sai sono tanti i bagagli – ribatté duramente Antonio -, bisogna andare in due ad aiutarli”. Luciano non replicò, in ostinato silenzio; allora dolcemente intervenne Rita: “Chiederemo a mio fratello Gustavo che ci dia una mano, sai bene che lo farà volentieri”. “Sì, va bene, buona idea, grazie, Rita”.

Antonio e suo cognato giunsero a casa a tarda sera, con l’ultima corriera. “Finalmente siete tornati – disse Rita -, si stava in pensiero”. “La nave ha ritardato la partenza di qualche ora, sembra a causa di un guasto – le rispose suo marito -, e noi abbiamo atteso onde dar loro l’ultimo saluto dalla banchina alla partenza della nave: è stato triste, ma era necessario”. “E’ normale – disse Gustavo per elevare il morale -: agli arrivi c’è gioia, alle partenze, mestizia!”. “E…Adele?”, chiese Luciano. Gli rispose lo zio: “Non so se faccio bene o meno, ma ti dico la verità: ha pianto tanto, la vedo anche adesso, con il fazzoletto sugli occhi, appoggiata al parapetto della tolda, mentre la nave si allontanava”. Al che il giovane si alzò di scatto e si ritirò in camera.
Lo specialista in malattie polmonari, primario del sanatorio di Arliano, stava visitando scrupolosamente il giovane, nel suo ambulatorio di Lucca; indi sentenziò: “La malattia polmonare non è grave, non occorre ricovero in casa di cura e, con una buona cura che ora ti prescrivo, tornerai in piena salute, in piena forma – poi aggiunse -; bisogna però che nel contempo tu cessi di fumare”. “Certamente, lo farò”, rispose Luciano, un po’ sollevato. “Come le ho già accennato, professore, tra pochi mesi si dovrà ripresentare al controllo medico per l’espatrio – intervenne Antonio -, ce la farà questa volta?”. L’illustre medico sorridendo benevolmente rispose: “Direi di sì, anche se qualche ‘segno’ resterà sempre…comunque al momento opportuno redigerò un attestato medico in merito, da proporre a quei sanitari”. Tornato a casa Luciano scrisse subito ad Adele dell’esito della visita medica, che era stata consigliata dal suo medico curante. Frattanto i due sfortunati sposini avevano già intrecciato varie corrispondenze epistolari ed anche si erano parlati a voce, tramite il telefono pubblico sito nel bar del paese, sempre rinnovando le promesse d’amore, anelando al giorno che si sarebbero potuti riunire. Qualche settimana più tardi, una buona notizia per il giovane: la Ditta nella quale aveva già lavorato stava ripristinando l’attività, sospesa per il passaggio e la permanenza del fronte di guerra, ed egli era fra i primi ad essere riassunto! Finalmente un po’ di sole si era riaffacciato nella famiglia di Luciano, ed i tre familiari erano ora abbastanza tranquilli. Da Chicago Adele comunicava che i suoi studi procedevano bene e che si preparava per alcuni esami importanti, ed a questo proposito prendeva lezioni private da un docente, un certo Walter. Frattanto nel capoluogo del comune si stava costituendo la banda musicale e Luciano, che era un discreto suonatore di clarino, ne entrò a far parte. Poi cominciarono le esibizioni, i concerti, per le strade e piazze, nei teatri; ed egli era molto contento di questa attività ricreativa. Un giorno portò a casa una foto del gruppo musicale, tutti in uniforme: lui, in prima fila, figurava moltissimo… “Ne manderò una copia a Adele”, fece il giovane. “Farà piacere anche ai suoi genitori”, aggiunse Rita.

Quello per loro fu il momento dell’apice della ritrovata serenità. Attendendo un riscontro a detta missiva di Luciano i giorni passavano, ma dall’America non giungeva alcuna lettera. Allora il nostro giovane ne scrisse un’altra, pressante, preoccupato per questo strano silenzio. Questa volta sua moglie gli rispose adducendo che era occupatissima, sia per gli studi, sia per un’importante occupazione di lavoro nella segreteria di un’alta scuola privata, nella quale era stata assunta per interessamento del prof. Walter. Indi discorsi su cose generali, niente di intimo fra loro, saluti quasi piatti …Luciano capì che l’amore era finito. “Quel Walter – esclamò -: già, dall’ultimo colloquio che ebbi con lei per telefono capii che qualcosa stava cambiando, lo elogiava troppo, sentivo che nei miei confronti si era affievolito il sentimento d’amore. Certamente i di lei genitori, soprattutto Mary, si saranno dati da fare per farla distogliere da me: erano delusi della scelta che Adele aveva fatto!”. E così dicendo furiosamente batteva i pugni sul tavolo. Rita, con affetto carezzò il figlio, che le disse: “Stai tranquilla, mamma cara, questa volta, pur soffrendo, non andrò in crisi, supererò la prova e gestirò la mia vita nel migliore dei modi!”. Antonio scrisse subito a suo fratello Amilcare chiedendo spiegazioni su tutto questo; e, nel giro di qualche giorno, giunse la di lui risposta, nella quale diceva che tanto egli che sua moglie erano rimasti scioccati dallo incredibile comportamento della figlia. Testualmente: “Come sapete Adele è sempre stata testarda nelle sue prese di posizione, ma questa volta ha superato ogni limite. Infatti, purtroppo, sta chiedendo lo stato di divorzio da Luciano e si risposerà, civilmente, con Walter, il quale è più grande di lei di una quindicina d’anni, ed è celibe. Caro fratello, cara Rita: Mary ed io siamo costernati per questa spiacevolissima situazione, con tutto il cuore siamo con voi…e abbracciate tanto il caro Luciano, da parte nostra”. Di lì a qualche giorno anche Adele scrisse un’accorata lettera al suo sposo nella quale gli confessava il suo stato d’animo: “…Forse, giovane inesperta, sono stata impulsiva nel ritenere un eterno amore quella che magari era una infatuazione del momento, ridimensionata poi dalla lontananza e dalla conoscenza di Walter…Sono desolata, scusami, mi spiace, soprattutto per te…Ti porterò sempre in me come un bene meraviglioso…Adele”.
Un giorno i tre familiari erano riuniti al desco domestico per il pranzo domenicale. Ad un certo punto Antonio si rivolse al figlio: “Dunque, fra pochi giorni scadono i sei mesi onde sottoporsi alla nuova visita medica a Firenze. Che pensi di fare?”. “Nulla, babbo; ovviamente a questo punto non m’importa né della visita, né dell’America: si lascia perdere tutto, e va bene così!”. E giù una sonora risata, alla quale si unirono quelle dei genitori.

Luciano, ormai completamente ristabilito, lavorava, aiutava il padre nei lavori agresti, suonava nella banda, ed anche si era inserito nel coro parrocchiale (voce da basso). Infine entrò a far parte della risorta società calcistica, non come giocatore, ma come dirigente. Era quindi occupatissimo, con giornate piene, ed estroverso e socievole com’era rappresentava un punto d’incontro di amicizia e di aiuto per chiunque. L’unica cosa che non gli interessava erano le donne; donne nel senso di relazioni sentimentali: chissà, forse era per la tremenda delusione subita; oppure, al contrario, perché sempre innamorato di Adele. Di ciò mai ne parlava con alcuno; però una volta, andando a far visita all’ospedale al vecchio parroco ammalato, fu sfiorato l’argomento; ed infine il sacerdote gli disse: “Bravo Luciano, che sopporti con cristiana dignità la prova della separazione coniugale senza averne colpa e senza cercare altre unioni che colpa determinerebbero”.
Il tempo inesorabilmente trascorreva macinando anni ed anni, ed ogni tanto i due fratelli si scambiavano notizie delle loro rispettive famiglie, finché Amilcare e sua moglie decisero di tornare in Italia per un periodo di vacanza; ma questo proposito fu troncato da un attacco di forte ipertensione che colpì Amilcare, rendendolo infermo. E questo fu l’inizio di disgrazie che, inevitabilmente, con il trascorrere del tempo colpiscono per legge di natura tutti i viventi. Cosicché, brevemente: dopo pochi anni Amilcare venne a mancare, seguito dopo qualche mese dalla consorte, causa una brutta caduta dalle scale di casa; indi, molto più in là, negli anni ’80, uscirono dalla scena di questo effimero mondo la madre di Luciano, per un male inesorabile, e poi anche il padre, a causa di un embolo prodottosi dopo un intervento chirurgico ad una gamba. Luciano quindi era rimasto solo; ma c’era una vicina di casa, una vecchia zitella che viveva da sola, che il nostro giovane chiamava fin da ragazzo: zia Ilda la quale, dopo avere assistito Rita, ora si occupava di Luciano, preparandogli i pasti, ed aiutandolo nelle varie faccende domestiche. Ed egli la contraccambiava in tanti modi, anche portandola in macchina a feste paesane ed a santuari della zona ed oltre, dato che Ilda era molto religiosa.

Ed Adele? Tra lei e Luciano, dopo la morte dei loro genitori, erano cessati del tutto i contatti, sia pure indiretti tramite altre persone: da allora l’uno non seppe più niente dell’altra, e viceversa. Sennonché, e siamo a pochi anni dalla fine del secolo scorso, Luciano un giorno ricevette una telefonata da parte di Ada, figlia di suo zio Gustavo, che abitava col marito a Capannori. Dopo i saluti ed i convenevoli, la donna entrò nel merito: “Sai, Luciano, Adele mi ha telefonato per dirmi che…”. “Dirti cosa?”, sollecitò lui. “Che è morto Walter…Era malato da tempo e, con l’età avanzata che aveva, non ce l’ha fatta”. “Mi spiace – fece lui -: quando è avvenuto?”. “Un paio di mesi fa. Adele, dopo averlo assistito a lungo, rimasta sola, ché anche dall’unione con Walter non ha avuto figli, cadde in depressione; ma ora, ben curandosi, si sta riprendendo… E – riprese Ada dopo una pausa -, verrà in Italia, per una breve vacanza, onde ritrovare tutti i parenti ancora in vita…”. Luciano a questo punto, eccitatissimo, la interruppe: “La rivedrò ben volentieri…Avverrà presto questo viaggio?”. “Molto prima di quanto puoi pensare: lunedì mattina prossimo, quindi fra pochi giorni, arriverà all’aeroporto di Pisa. Mio marito ed io la andremo a ricevere e sarà nostra ospite, almeno per il momento”. “Allora, lunedì nel pomeriggio sarò a casa tua, per rivederla”, soggiunse lui, commosso.
Quando Luciano entrò in casa di Ada, gli tremavano le gambe…Ed eccolo davanti ad Adele! La osservò: invecchiata, sì, ché aveva superato la settantina; ma sempre bella, con la carnagione rosea, senza rughe sul volto, ben eretta con il suo corpo flessuoso; e quegli occhi azzurri, dolcissimi e penetranti, che mezzo secolo prima l’avevano ammaliato! “Come sei bella – esclamò -, più di prima!”. “Anche tu – fece lei -, sei come allora!”. E si abbracciarono. Quella sera il nostro uomo rimase a cena dalla sorella, e invitò Adele: “Certamente verrai anche in Garfagnana, ti accompagnerò dai pochi parenti rimasti, ormai di secondo e terzo grado, sarai mia ospite. E – aggiunse timidamente -, per dormire ti sistemerai nella casa accanto alla mia, da zia Ilda”. “Chi mai è questa zia Ilda?”. “Una santa donna: la conoscerai”. Adele annuì, mentre Ada diceva, sorridendo: “Però, per un certo tempo, mio marito ed io Adele la vogliamo con noi e, quando sarà il momento, te lo faremo sapere e la verrai a prendere”.

Durante il viaggio fra Capannori e la Mediavalle del Serchio Luciano ed Adele, di nuovo insieme dopo tanti anni, erano lieti ed impacciati nello stesso tempo: lei osservava e commentava come tutto il territorio si fosse sviluppato così tanto e così in meglio, i centri urbani, le singole abitazioni, la viabilità, con innumerevoli veicoli; mentre lui le dava le spiegazioni del caso. Ed eccoli a casa, ricevuti da zia Ilda che, dopo aver servito la cena e consumato il pasto con loro, con discrezione si ritirò nella sua abitazione. Rimasti soli parlarono a lungo dei loro cari, defunti e non, delle vicende trascorse, ma tutto per sommi capi, indi seguirono un film alla televisione tenendosi mano nella mano con tenerezza. Poi lui accompagnò Adele a casa di Ilda per trascorrervi la notte, come stabilito, ed al momento del commiato i due anziani innamorati finalmente si abbracciarono e si baciarono con trasporto! L’indomani partirono in macchina per salutare parenti e conoscenti, e si fermarono sul prato dove, da giovani, era esploso il loro amore. E lì, giurandosi eterna fedeltà, decisero di riprendere la vita coniugale. La sera, quando Ilda seppe della cosa, esclamò: “Che Dio vi benedica!”. Regolarono la loro posizione dal lato civile, al comune, e così pure misero al corrente il giovane parroco della ricomposizione della famiglia, che disse loro: “Dal lato religioso non occorre alcuna formalità liturgica: il vostro matrimonio, cristiano, pur sospeso, è sempre totalmente valido, perché è indissolubile fino alla morte di uno dei contraenti. Comunque, come avete chiesto, è buona cosa far celebrare una Santa Messa di ringraziamento, con una benedizione speciale”. Lavori di miglioramento della casa, mobilia nuova: i due maturi sposi per un certo tempo furono occupatissimi; poi Adele, eccellente corista, entrò anch’essa nel coro parrocchiale, dove già vi partecipava Luciano, ed i due vivevano intensamente in gite, in feste varie, anche da ballo, a sagre paesane…Dicevano: “Dobbiamo ricuperare il tempo perduto e, se ciò è impossibile come periodo, è possibilissimo in intensità!”. E tutti gradivano la loro compagnia, ammirandone il comportamento da giovani innamorati. “Sono come due colombi!”, veniva detto di loro. A Chicago Adele possedeva un appartamento e aveva molti amici e buone conoscenze, perciò essa e suo marito decisero di farci un viaggio-vacanza: questa volta Luciano ottenne in quattro e quattr’otto il passaporto turistico; ed eccoli nella grande nazione americana, a Chicago, ed in visita anche in altre città: il nostro uomo ne era estasiato: “L’America la conoscevo, nei film, in televisione…Ma qui sul posto è un’altra cosa, meravigliosa!”. Poi, tornati in Italia, dopo vari anni, ancora un viaggio a Chicago, ed infine un terzo, forse l’ultimo, durante il quale Adele vendette il suo appartamento. Frattanto scorrevano i primi anni del nuovo millennio, e Luciano uscì dall’impegno con la banda, mentre ancora continuò, con la moglie, a cantare nel coro parrocchiale…
Dunque, Luciano e Adele, dopo aver da giovanissimi convissuto come coniugi per pochi mesi; poi separati per circa cinquant’anni a causa delle ferree e severe leggi statunitensi che regolavano l’immigrazione; di nuovo riuniti insieme nel vincolo matrimoniale alla soglia dei settant’anni di età…Ed adesso, e siamo nel 2013, ultraottuagenari, con qualche acciacco, conducono una vita serena e tranquilla, a tuttora senza bisogno di “badanti”. E, quel che più conta, lucidissimi di mente, sempre pronti alla “battuta” simpatica, in specie Adele che, da buona americana, interpella chiunque con il “tu”. Paradossalmente, nonostante la loro anomala vicenda, nella quale la realtà ha superato ogni fantasia, danno un esempio di unità e di amore sponsale. Probabilmente non faranno più altri “salti” a Chicago, ma rimarranno in questa terra lucchese: lui, mancato emigrante e lei, americana trasferita in Italia in tarda età: entrambi insieme fino a quello che sarà il loro ultimo domicilio. Per sempre.


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1 commento

  1. Commento by mario camaiani — 14 Settembre 2013 @ 14:24

    Come di consueto, l’amico Gian Gabriele, che tanto ringrazio, mi ha inviato il seguente bel commento a questo mio lavoro:
     
     
     
    “Commento al racconto  “Un emigrante mancato”  di
    Mario Camaiani
     
                      Non si può rimanere indifferenti di fronte a questa storia che ci offre un quadro ampio e assai complesso.
                      Va subito sottolineato che compare, ben puntualizzata, la situazione ancora precaria e difficile del dopoguerra. Situazione che assommava una non indifferente crisi economico-occupazionale e l’arretratezza di un sistema non in grado di decollare, nonostante una certa voglia di rinascita, scaturita soprattutto dalla disponibilità e dalla semplice ma intensa generosità della gente e da quell’unione familiare, base di una costruzione sicura di vita.  
    In siffatto contesto, ecco inserirsi un evento inaspettato. Ed è qui che prende corpo quel sentimento forte e genuino che è l’amore, vissuto nella sua essenza più elevata e nella sua eccelsa ricchezza d’animo. Tanto che apre un ventaglio di prospettive allettanti di vita migliore, che cumula chiari risvolti economici ad una elevazione decisa di passione e di affetti. Ma spesso è difficile toccare il cielo prospettato. Così la serenità, quel senso di equilibrio sicuro e auspicato, quel pizzico di felicità intravista, vengono distrutti da una realtà impietosa. Eppure il protagonista, seppur avvolto nella sua naturale delusione e nell’intima tristezza, non perde la dignità di uomo, nonostante la profonda ferita. Avverte sì la cruda verità, ma non conosce resa. E la sua umanità, la sua fede, la sua forza interiore gli concedono ancora spiragli esistenziali, finché avvenimenti imprevisti non gli donano, alfine, ciò che gli era stato ingiustamente tolto.
                      In tutto questo si intravede il volto di una Provvidenza, che arriva ad aiutare in ogni momento difficile e sa ricompensare, elargendo i suoi doni, che parevano smarriti. Ed è giusto ed onesto risarcimento per chi ha saputo attendere e mai ha manifestato ribellioni, né si è smarrito in imprecazioni o in risentimenti.
                      Il lungo racconto sprigiona il respiro dell’autenticità, quell’autenticità che possiede lo stupore dei piccoli miracoli. Così possiamo affermare che la vita stessa, a dispetto di tutto, si fa continuo prodigio.
     
                                                                                    Gian Gabriele Benedetti”

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