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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Un puma

6 Novembre 2007

di Vincenzo Pardini

[Gli ultimi libri di Vincenzo Pardini: “Lettera a Dio”, Pequod, 2004; “Tra uomini e lupi”, Pequod, 2005, vincitore del Premio Viareggio-Inverno 2005]

Le stagioni hanno rinnegato le antiche consuetudini. Il loro equilibrio si √® rotto, spezzato come gli arti di un gigante che non riesce pi√Ļ a percorrere monti, valli e pianure. Prigioniero della sua disgrazia. Pioggia, vento o neve, pu√≤ cos√¨ accadere che si riversino su di noi nel momento pi√Ļ inaspettato. Addirittura di primavera.

Una notte, il vento, si √® abbattuto nella mia contrada divellendo ¬†castagni e querce secolari. Il mondo sembrava in bilico. Tornavo a casa il mattino presto, ¬†ancora a buio, allorch√© ¬† i fari della macchina illuminarono qualcosa sul ciglio della via; un qualcosa simile, per forma e mole, a un cane Corso. Ma dal ciglio in cui si trovava, balz√≤ su quello opposto, scomparendo tra gli alberi. Volli credere fosse un’illusione creata dal vento, un alternarsi di ombre. Tra ¬† le nubi, la Luna andava e veniva come i sussulti di un dolore. A casa ¬† trovai la tettoia del loggiato divelta.

M’ero dimenticato del balzo della bestia in mezzo al vento quando, giorni dopo, un uomo del paese mi disse d’aver intravisto un grosso felino, ¬†colore rossiccio, nei pressi dei cassonetti dell’immondizia. Ma, in men che non si dica, era schizzato via, la lunga coda inarcata, scomparendo al di l√† del parapetto. Ricordai, allora, le teste di volpe, gatto e istrice che, durante l’inverno, i miei cani trovavano nelle piane degli oliveti, ancora ¬†insanguinate. Nel periodo della neve, lungo la via che scende nel bosco, avevo veduto delle impronte di forma rotonda pi√Ļ larghe di ¬† un tacco di scarpone di montagna, inoltrarsi nel folto. Pensavo fossero della lince. Erano invece ¬†del grosso felide. Dovetti, quindi, dare credito a ci√≤ che m’aveva detto, d’estate, un amico: d’aver scorto, mentre in macchina risaliva la strada, le zampe posteriori d’un insolito animale dileguarsi nei cespugli. Conversando ¬†con un orologiaio, che sapevo essere anche cacciatore, gli dissi che, dalle mie parti, era stato avvistato un grosso felino. Toltosi il monocolo, e smesso di lavorare tra molle e rubini, narr√≤:¬ęDue anni fa, una notte di maggio, nei pressi della rotonda delle ¬†Tre strade , mi sono trovato davanti i ¬† fanali della macchina, quello che ¬† americani e ¬†pellerossa chiamano leone di montagna, ossia il puma. Non credevo ai miei occhi. Se ne andava tranquillo lungo il margine della via maestra, finch√® non svolt√≤ nel sentiero dei campi e dei prati. Non ne parlai con nessuno. Chi m’avrebbe creduto? ¬Ľ Gli raccontai, allora, della mattina del vento e il resto. Tirato un sospiro di sollievo, aggiunse: ¬ęBene, non sono pi√Ļ il solo ad averlo visto ¬Ľ.

Un puma, dunque, si trovava allo stato brado, forse fuggito o ¬† reso libero da qualcuno a ¬† cui piace tenere bestie esotiche. Intanto, nella zona ¬† pi√Ļ a monte, nel bel mezzo del bosco, era stato veduto uno strano individuo. Piccolo, anziano e coi baffi, aveva scaricato dal furgone un certo numero di galline nane. Galline, fu accertato da chi ne cattur√≤ qualcuna, ¬† grasse ¬† e in salute. Altre volte aveva scaricato frattaglie e lembi di carne. ¬† ¬†¬ęServono al puma ¬Ľ, mi dir√† ¬† infine il confidente. E prosegu√¨: ¬ęLa bestia sta da queste parti. Se vai in giro nelle selve ne respiri l’odore di carogna e piscio di gatto in amore. Comunque non teme le persone. Giorni fa, dopo pranzo, io e altri eravamo al fresco sotto la pergola, quando l’abbiamo visto nell’aia. Uscito dalla macchia √® andato a bere nel truogolo. Peser√† un quintale. E’ balzato via solo quando il vento ha sbattuto una finestra. C’√® chi gli ha teso la trappola, chi ¬†il laccio, ma per adesso nulla. Se ¬†uno di noi aveva ¬†il fucile poteva, per√≤, farlo secco ¬Ľ. Il giorno medesimo, arrivato a casa, mia figlia mi chiam√≤: alla ¬†televisione c’era ¬† un puma. Giunsi nell’attimo in cui il felide cercava di aggredire Robert Mitchum per impossessarsi d’un coscio ¬† che stava abbrustolendo allo spiedo. Il felino soffiava, abbassava le orecchie come un grosso gatto e, in un baleno, lui e l’eroe s’affrontano corpo a corpo. Ma esplode una fucilata e il puma ¬†crolla a terra. Due loschi individui, attirati quanto lui dal profumo della carne, sono accorsi appena in tempo. Cos√¨, almeno, sembra. In realt√† la situazione si rivela assai diversa. Con Mitchum c’√® Marilyn Monroe. Sar√† lei che i due loschi individui vogliono. Il film √® infatti La magnifica preda. Un’avventura che, in parte, si svolge ¬†sopra un zattera, lungo il Mississipi. Nel finale, Marilyn canta la canzone Il fiume senza ritorno. La sua voce ¬†penetra nei sensi e nella fantasia al pari della sua immagine.

Nelle piane degli oliveti, alle teste dei selvatici e dei gatti, se n’aggiunse qualcuna di cane. Una, assai grossa, aveva gli occhi sbarrati. Ne rimasi turbato. Dolore e ¬†morte di un cane ¬† credo ci riguardino da vicino pi√Ļ di quelli di altri animali. ¬† Poi fu la volta d’una capretta che soleva pascolare intorno a un casolare. Sparita. ¬† Cambiata mi parve, infine, la vita di volpi e ¬†gatti che, di notte, scorgevo ¬† sul margine della strada. Si mostravano guardinghi e diffidenti.

Nei paesi di collina e di montagna non esiste pi√Ļ la vita di un tempo quando la gente, ¬†nei giorni feriali, s’incontrava nelle piazze, all’osteria o alla bottega d’alimentari. Quest’ultime ¬†sono chiuse, e pi√Ļ nessuno sosta sui sagrati. Nemmeno gli anziani. Le loro case le hanno visitate i ladri, alla stregua delle chiese, anch’esse ¬†sprangate. Anziani e bambini rimangono, quindi, presso le abitazioni. Soltanto la domenica il paese ¬† ¬†si anima. Le vicende del puma continuavano a tenere banco. Una signora, che abita in una casa ¬† a mezza costa, diceva esserle spariti, nel volgere di un paio di mesi, ben sedici cani randagi ¬† da lei ospitati. Le sparizioni erano iniziate di primavera, insieme a ¬†grosse orme lasciate sul terreno appena arato. Saputo che potevano essere ¬†del puma, lo voleva morto. Lo chiedeva ai ¬† cacciatori, in particolare ai cinghialai. Lusingati e sorridenti, tono ambiguo le rispondevano: “Non si pu√≤, la caccia √® chiusa. Guai sparare un colpo adesso. ¬† Se, tuttavia, capitasse durante una battuta…”

Di notte aveva cominciato a giungermi un lamento: una sorta di mugolio strozzato simile a una voce umana. I cani abbaiavano, forsennati. Consultai una vecchia  enciclopedia. Descriveva il puma come un animale di un peso dai 60 ai 110 chili, il corpo lungo, inclusa la coda, fino a un metro e ottanta; altezza dai 60 ai 70 centimetri. Con gli uomini non si mostra aggressivo, anzi è accaduto corresse in loro difesa quando  erano assaliti da orsi o altri grossi predatori. Ed emette lamenti che sembrano umani.   Quella voce, dunque, era la sua.

Nel frattempo si occuparono di lui ¬†i giornali, descrivendolo ¬†come animale ¬†feroce e solitario, terrore degli indiani d’America. ¬† Le mamme ¬†si spaventarono. Temevano che, i loro figli, potessero esserne vittime.
   
Una sera di luglio, al tramonto, i suoi lamenti non mi giunsero dai boschi della valle, bens√¨ da quelli estremi della collina. Avevano il ritmo d’una nenia, a cui si unirono quelli delle civette. I cani non abbaiavano e, la nenia rimbalzava ¬† nell’aria. ¬† Finch√© lui smise e proseguirono le civette, imitandolo. Ma, d’improvviso, dalle case del rialto provenne un trambusto di porte sbattute e il nitrito di un cavallo. La padrona chiamava i figli, urlando: ¬ęC’√® il gattone! c’√® il gattone! ¬Ľ Scese il silenzio. Poi la voce di un uomo url√≤: ¬ęFate presto! ¬Ľ Arrivato su, trovai la donna coi figli armati di fucile e altre persone con ¬† roncole, badili e ¬†coltelli da cucina. Alcuni anziani scrutavano a terra alla ricerca delle sue impronte. Non ne trovavano, ma il cavallo, collo teso e testa alta, continuava a scalpitare, innalzando polvere. Uno degli anziani disse: ¬ęStavolta hanno ragione i giornali. Un felino √® proprio ¬† in mezzo alle ¬†case ¬Ľ. La notte, poco dopo l’una, i cani presero ad abbaiare con affanno ed eccitazione. M’affaccio alla finestra soprastante il bosco e illumino con la torcia il circondario. Due globi scintillano tra ¬† rovi e ¬† felci; inquadro una sagoma rossiccia. Non credo ai miei occhi. Il puma √® l√¨. Immobile. Sembra una leonessa. Il fascio di luce non sembra incutergli paura. Volge la testa verso di me. Poi si volta come si srotolasse e scende il poggio prospiciente il bosco in uno scricchiolare di ¬† rami. Nell’aria ristagna il suo odore. Torno a letto ma non riesco a dormire. L’emozione tiene desta la memoria e ripresenta aspetti e particolari del felino: le zampe posteriori pi√Ļ lunghe delle anteriori, la schiena non poi tanto pi√Ļ larga di un grosso molossoide. Sto per assopirmi, ma echeggia il grido di un cinghiale, analogo a quello d’una cornacchia. Torno alla finestra. Il grido cessa come ¬†spento. Giungono dei grugniti. All’alba scendo nel bosco. Trovo sue impronte su di un poggio di argilla. I segni degli artigli paiono striature di grossi chiodi. Nel sentiero che scende alla sorgente il suolo √®, invece, segnato dalle orme degli ungulati. Seguirono giorni in cui pareva scomparso. Ma in un fine settimana, nel cuore della notte, lo vedr√† una donna traversare un vicolo al margine del paese. Lo raccontava con stupore e paura. Dal canto mio non cessavo di svolgere perlustrazioni, scrutando col ¬†binocolo luoghi distanti e inaccessibili.

L’intensit√† dei nuovi temporali e l’abbandono in cui versano le foreste provocano, sovente, enormi smottamenti. Strade e sentieri pu√≤ succedere vengano addirittura ¬† cancellati, gli alberi crollano sovrapponendosi. Le ¬† mie selve, che durante l’Ultima guerra furono ¬† anche ¬† ricetto ¬†di sfollati o di uomini che si nascondevano ai rastrellamenti dei nazifascisti, stanno divenendo la giungla d’occidente. Transitarle non √® quindi agevole. ¬† Su di un cumolo di terra esposta a nord, umida nonostante la calura, trovai ben ¬† marcate le impronte del felide. Un silenzio insolito gravava attorno. Non un uccello. Nemmeno le petulanti ghiandaie. Col binocolo esplorai la distesa degli alberi soffermandomi sui rami alti e medio alti dove sostano i volatili. D’un tratto, nel ¬† fogliame di un grande castagno, centrai ¬† un involucro fulvo. Una corrente fredda mi percorse la schiena e il resto del corpo. Il colore s’era mosso, aveva preso forma. Era il puma, in piedi su di un ramo. Poi discese dal tronco alla stregua di un enorme gatto. I pensieri mi si accelerarono, assecondando i brividi. ¬† Il castagno non si trovava granch√© lontano. Non riuscivo, tuttavia, a fuggire. M’attraeva l’idea di vederlo ¬†allo scoperto confidando sulle nozioni dell’enciclopedia: il puma non attacca gli uomini ¬†se non deve difendersi. Ero intanto arrivato nei pressi di casa. Il sole pomeridiano splendeva ancora alto. Verso sera, quando non pensavo pi√Ļ al puma, mi giunse ¬† il suo lamento. Era di nuovo vicino. La Luna, enorme e vermiglia, oscillava sugli alberi che delimitano il promontorio del paese. Macchine passavano dalla strada ma, il loro rumore, giungeva attutito dal silenzio di una notte che, in virt√Ļ della Luna piena, pareva di seta e velluto. I lamenti del felino suonavano cos√¨ pi√Ļ nitidi. Diversi a quelli gi√† uditi: avevano un ritmo costante con variazioni di tono. Cos’√® che voleva dire; ¬†soprattutto, a chi si rivolgeva? Poteva, pensai, aver nostalgia della femmina, oppure emettere il lamento alla stregua d’un canto solitario, forse per salutare la notte, il suo ¬† regno.

Tra boscaglia e coltivato, non molto lontano, seppi che ¬† si trovava una bestia riversa a terra. Chi l’aveva intravista s’era ben guardato da fare accertamenti. Temeva fosse il puma ferito. Si trattava, invece, di un grosso cane meticcio divorato nelle parti tenere, tra cui il ventre. Avvolto ¬† in un turbine d’insetti, giaceva al margine di un tratturo. Il puma doveva averlo incrociato e aggredito. La sua caccia vicino le abitazioni proseguiva, come io continuavo a cercarlo spingendomi ogni giorno nei boschi. ¬†Una sera, traversando una radura, mi giunsero fischi allarmati di merli e di non so quali altri pennuti, a cui si un√¨ un frenetico canto di cuculo. Una poiana s’innalz√≤ emettendo il suo stridulo richiamo. Pensai che gli uccelli potevano essere in allarme per lei, sennonch√© ¬† giunse un rumore di propaggini infrante come se investite dal vento. ¬†Scorsi ventre e coda del puma balzare da un albero all’altro, scorrendo sulle ramificazioni con la disinvoltura di un cane ¬† sul terreno.

Un conoscente, incontrato per caso al bar, mi chiese se, di notte, tenevo il cane libero. La domanda mi sembr√≤ insolita e gliene chiesi il motivo. Rispose d’aver veduto, nella stradetta d’accesso a casa mia, un molosso enorme di colore fulvo. Tacqui. Chi poteva essere se non il puma? Sapere che continuava a venire nei pressi di casa mi dette tuttavia preoccupazione. Temevo per mia figlia ancora piccola. Pensai volesse aggredirla. Telefonai a un etologo chiedendogli se esisteva questa probabilit√†. Mi rispose ch’era molto remota. Anche se, da materiale di sua conoscenza, un puma aveva di recente aggredito una signora americana mentre passeggiava al margine di un bosco, ferendola. ¬†Ma era un caso assai isolato: si trattava di una femmina col cucciolo, la quale ¬†doveva aver veduto nella donna un avversario. Il mio caso era ¬† diverso, dal momento che doveva trattarsi di un soggetto probabilmente vissuto in cattivit√†, visto che mostrava dimestichezza con gli umani. Quindi, non lo reputava pericoloso per la gente. Risposta che, tuttavia, non mi soddisfece. Il mio puma, diciamo cos√¨, uccideva e sapeva destreggiarsi tra rami di alberi e boscaglie con la spigliatezza e la maestria proprie della sua specie. Assalire una persona, per di pi√Ļ un bambino, gli sarebbe quindi stato facile. Pensiero che, in breve, mi si tramut√≤ in una sorta di incubo. Una mattina molto presto, mentre ¬† in macchina risalivo la strada, in prossimit√† d’una curva fui costretto a inchiodare: per poco non entrai dentro un branco di cinghiali, adulti e piccoli. Dietro avevano il puma che, schivata la macchina, scomparve nel sottobosco. I ¬† cinghiali erano invece rimasti allo scoperto nella piana di un uliveto; fatto cerchio attorno ai piccoli, gli adulti non ¬† accennavano a muoversi. Finch√© un ¬† verro irsuto non scatt√≤ in avanti. Nell’erba alta vidi il puma balzare e, nello stesso tempo, ¬† ritrarsi insieme a un grido che si spostava.

Nei giorni seguenti m’accadeva di ripensare all’attimo in cui m’era apparso davanti la macchina e ¬†avevo veduto i suoi occhi d’un giallo trasparente. Poi m’era rimasto impresso il suo modo di camminare a piccoli balzi.

Ne trovai le ¬†impronte vicine una sorgente; dal terreno umido e renoso, si spostavano nel bosco scomparendo tra le piante. Da uno spiazzo argilloso circondato da alberi caduti, giunse il suo odore. Cominciai a esplorare il circondario. D’un tratto ebbi la sensazione d’essere spiato. Nel mezzo di due carpini vidi brillare la sua testa. Seduto mi osservava, le orecchie appena tirate indietro. Eravamo distanti una ventina di metri. Stranamente, non m’incuteva paura. Ci guardavamo. Immobili. ¬†Sprofondai in un silenzio fatto di voli d’api e di mosche. Alcune delle quali ronzavano attorno il suo muso. Mi mossi per andar via. Incresp√≤ le fauci come fanno i gatti. ¬†Svoltato che ebbi ¬† dal bosco alla strada, lui emise un lamento. Mi voltai. Uscito allo scoperto camminava lungo i cespugli, zoppicando su una zampa anteriore. ¬† Aveva una spalla lacerata.

Inoltratosi nel bosco scomparve. Il messaggio che m’aveva lanciato ¬†era ¬†chiaro. Non potendo cacciare, sarebbe morto di fame. Dovevo ¬† soccorrerlo dandogli della carne. Un amico veterinario mi consigli√≤ di portargli frattaglie ¬†con dentro antibiotici.
   
Seguirono giorni che potrebbero essere un diario, tanti i ¬† risvolti e le sorprese, ma preferisco andare per le spicce. Di pomeriggio scendevo fino allo spiazzo d’argilla in mezzo agli alberi con un sacco pieno di interiora di vacca, rognone e fegato. Deposta la carne, m’allontanavo posizionandomi col binocolo. Nel volgere di breve tempo, intravedevo i suoi movimenti nel folto. Veniva a prendere il cibo e s’imboscava. In seguito s’avviciner√† non appena gli volgevo le spalle. Ne avvertivo il rumore lieve e uniforme. Un giorno, con mia sorpresa, lo trovai ad attendermi seduto tra i castagni. Deposta la carne retrocessi ¬† un poco. A piccoli passi, la coda oscillante, ¬† s’accost√≤ al cibo guardandomi coi suoi occhi d’una trasparenza dorata. Poi, svelto, afferrata la carne si ritrasse. La ferita, vidi, non mostrava pi√Ļ il colore dell’aceto e zoppicava assai meno. Il veterinario mi disse che sospendessi pure la donazione: poteva ¬† di nuovo cacciare. ¬† Ma io continuai. Per un paio di giorni non si fece vedere. Il terzo ¬†lo trovai ad attendermi nel punto in cui solevo depositargli il cibo. Al posto del quale si trovava un piccolo di cinghiale che sembrava ancora vivo. Coda sferzante, emise un brontolio che, sul principio, non compresi se di amicizia o di minaccia, tanto che mi pentii di non aver con me un’arma. Come avesse capito il mio pensiero, tramut√≤ il brontolio in un profondo suono gutturale, analogo alle fusa di un gatto. Fissandomi, atteggi√≤ il muso a un’espressione di dolcezza. ¬† Capii, alfine, che mi offriva il cinghialetto. Preso da un impeto di riconoscenza, quasi senza avvedermene, allungai una mano per carezzarlo. Lui mi venne appresso porgendo ¬† testa e collo. M’arrivava quasi a met√† coscia, e, proprio alla stregua dei gatti, prese a strofinarmi col costato. Morbida e vellutata, la pelliccia gli aderiva su muscoli e ossa che avevano la compattezza di un attrezzo metallico. Il suo odore m’entrava nelle narici, lasciandovi una sensazione agrodolce. Si discost√≤ quando gli sfiorai la ferita: una cicatrice appena chiusa, a forma di falce di Luna. ¬† Se n’and√≤. Appena fu notte i miei cani presero ad abbaiare. Dall’aia mi giunse il tonfo d’un involucro che cade a terra. M’affacciai. Vicino alle scale, ¬†giaceva la carogna del cinghialino. Continuava a sembrare ancora vivo. Il puma gli aveva spezzato la schiena lasciandolo intatto. Dal bosco provenne il suo lamento. Lo interpretai come un addio. Aveva ¬† infatti adempiuto ai doveri della sua specie: mostrarsi grato verso un essere umano che lo aveva assistito. Mi sbagliavo. Dovendo trasportare della legna, scendevo nel bosco per farne dei fasci. Intento a questa mansione di noia e fatica, ¬†avvertii del movimento sui rami di un albero. Il tempo di voltarmi e gi√† il puma, con una sorta di ¬† sobbalzo come fosse di gomma, aveva toccato terra. Mi venne accanto e gli carezzai la testa; compatta e rotonda, sembrava l’elmo di un guerriero, mentre il collo ¬† era gonfio e teso come il tricipite d’un atleta. Poi si ritrasse, quasi a voler fuggire. Poi mi ritorn√≤ appresso. M’invitava a seguirlo. Ora precedendomi ora seguendomi iniziammo a scendere lungo un sentiero. M’avvidi che non riusciva a starmi vicino come, forse, desiderava; ¬† la flessibilit√† della sua colonna vertebrale lo obbligava a procedere a balzi. Cos√¨ mi precedeva sempre d’una ventina di metri, aspettandomi. Eravamo nel ventre della boscaglia-jungla. Il mondo dei rumori e delle macchine, sembrava lontano, se non inesistente. Provai a tornare indietro per vedere se mi seguiva. Dopo qualche istante sbuc√≤ dai cespugli, oltrepassandomi. Ci fermammo in una radura. Bocca semiaperta sui lunghi denti, si sdrai√≤ restando col collo eretto. Mi osservava spiandomi, pareva, non solo nei movimenti, ma anche nelle intenzioni. In realt√† ci eravamo come gemellati. Tutto in virt√Ļ del pi√Ļ antico dei linguaggi: quello dei boschi, della terra e degli alberi che si rivela soltanto ai suoi eletti, oppure, in casi ¬† eccezionali come ¬†il nostro. Eravamo di fronte, ¬†ammaliati uno dell’altro e ci guardavamo. Dalla bocca, ancora semiaperta, gli spioveva adesso la lingua un poco forcuta e che sembrava dura come una suola di cuoio. A momenti socchiudeva gli occhi, quasi stesse assopendosi. Cosa che, forse, un poco fece allorch√© sedetti sopra una pietra, sdraiandosi tutto. Altro suo regalo: oltre la compagnia mi concedeva la fiducia. Lo carezzai. Restava immobile sfoderando i lunghi artigli dalle punte uncinate. Poi d’improvviso, come gli fosse giunto un richiamo misterioso, scatt√≤ in piedi sparendo nella selva. Luglio e parte d’agosto trascorsero senza che lo rivedessi. Ma un pomeriggio, che mi trovavo davanti casa con degli amici, ne avvertii la presenza. Guardato dalla parte del bosco, ne intravidi la testa tra degli arbusti. Era schiacciato a terra, come per un agguato. Volevo mostrarlo agli ospiti. Ma venni trattenuto da una strana considerazione. Ci sono state persone che hanno avuto la grazia di vedere la divinit√†; io, invece, quella di vedere ¬† e stare con un puma. Meglio, decisi, non rivelarla. Ne andava del suo segreto.

I cacciatori, che nelle loro perlustrazioni in vista dell’apertura della stagione venatoria avevano ricostruito i ¬†movimenti del felino, decisero di eliminarlo. Uno di loro m’era venuto a dire del suo covo: si trovava poco lontano da casa mia, nelle impenetrabili sterpaglie che si estendevano, quasi a picco, al limitare di un oliveto. ¬† Sogghignando, aggiunse ch’era tutto pronto per tendergli l’agguato: noceva alla caccia e doveva essere eliminato. E mi chiese se, per caso, non l’avessi veduto. La sera medesima, in una corte al centro del paese, presi parte al loro convegno. Erano una decina di individui, di piccola statura, le pance prominenti e i capelli ¬† grigi o bianchi. Appassionati di calcio, trascorrevano i meriggi domenicali con le radioline all’orecchio, oppure al circolo davanti il televisore. Se la squadra del cuore era in difficolt√† o subiva un gol, le loro facce ¬† s’incupivano come quando ¬† condannavano il puma. Decisero di attaccarlo al calasole poco prima che uscisse dai roveti. Gli avrebbero sparato a raffica con fucili d’alta precisione, caricati coi proiettili da cinghiale. L’avrebbero fatto all’indomani. Disponevo, quindi, del tempo necessario per ordire un piano in sua difesa. Con questo pensiero mi coricai. ¬† Appena desto, sentii d’essere in sintonia col puma come quando n’avvertivo la presenza. Avevo la mente lucida e l’animo ¬† sereno. Era una bella giornata. Andai alla volta delle sterpaglie. Volevo accertarmi che ¬†ci fosse. M’affidai all’olfatto. Il suo odore era fresco. Mi ritrassi. Cominciavano le ore dell’ansia e dell’attesa. Non mi spostai da casa. Mi bastava il binocolo. I cacciatori sarebbero discesi da un certo sentiero traversando boschi e coltivato. Dovevano agire in incognito. Per la legge erano bracconieri. Venne infine il momento che li vidi incamminarsi. Procedevano in fila indiana, accosto agli alberi sfiorati dal tramonto. Sembravano un drappello d’ombre. Anch’io mi mossi e, assai prima di loro, giunsi sul posto. L’odore del puma era greve: era rimasto l√¨ il giorno intero. Presi dei sassi, li scagliai nella sterpaglia. Subito, udii dei soffi. Parevano gli sfiati di un camion che frena. Segu√¨ un forte scricchiolio di arbusti che si spezzano. Stava andandosene. Dovevo battere la ritirata prima dell’arrivo dei cacciatori. Appena ebbi scollettato, crepit√≤ la raffica della fucileria. Silenzio. Finch√© il vento della sera non mi rec√≤ le loro voci. Certi d’averlo crivellato, se ne compiacevano come quando la ¬†squadra del cuore vinceva la partita. ¬† Invece l’avevano persa. ¬†Ho infatti saputo che lui si trova sull’altro versante della montagna, in una riserva. L’hanno visto cacciare caprioli. Ma, prima o poi, sento che ci rivedremo. Forse sar√† lui a tornare. La sua mente selvaggia, proprio perch√© selvaggia, non pu√≤ avermi dimenticato.


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Bart