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LETTERATURA: Una lunga striscia di grano

28 Dicembre 2008

di Dino La Selva
[E’ uscito in questi giorni il suo ultimo libro, “Mosaico di Paese”, edito da Maria Pacini Fazzi, Lucca]

Stamane, passando in automobile per una strada molto transitata, ho visto per terra una lunga striscia di grano, perduto certamente da un camion. “Toh, il grano!” ho esclamato, come se avessi incontrato dopo tanto tempo un vecchi amico. E subito dopo un pensiero istintivo mi è venuto in mente: “Perché nessuno lo raccoglie?” Il primo impulso è stato quello di fermarmi e di raccoglierlo io, ma non avevo gli strumenti adatti, il traffico era molto intenso,… e poi mi sarei vergognato. Ho proseguito con un leggero senso di disagio e di colpa, come se fossi passato su di un’immagine sacra senza fermarmi a raccoglierla. E mentre continuavo a guidare meccanicamente per le solite strade intasate dal traffico del lunedì mattina, la memoria mi portava indietro, molto indietro nel tempo, al paese paterno, acquattato in una valletta pietrosa del Gargano, che ci aveva accolto misericordioso nell’autunno del ’44, subito dopo il passaggio della guerra.
    Mio padre, memore delle ristrettezze e dei disagi appena trascorsi, aveva fatto portare su in soffitta alcuni quintali di grano, una piccola montagna d’oro antico dalla quale periodicamente prelevavamo il fabbisogno per il nostro pane quotidiano. Per difenderla dalla voracità dei topi noi ragazzi l’avevamo circondata con una barricata di trappole a molti buchi, che ogni mattina trovava
mo piene di topi di ogni età e dimensione.
    Un paio di volte al mese io e il mio amico Raffaele riempivamo un sacco di grano e lo caricavamo sulla “Sifitta” per portarlo a macinare. La “Sifitta ” era un carrello di ferro con due piccole ruote simile a quelli dei facchini delle stazioni ferroviarie, che sostava abitualmente davanti alla bottega del fabbri di fronte a casa nostra. Raffaele l’aveva battezzata così dalla scritta in vernice bianca che l’industriose e accorto artigiano vi aveva dipinto sopra: SI FITTA   Caricavamo il sacco e, uno di noi seduto sopra, l’altro a spingere, correvamo all’impazzata sulla grigia strada polverosa in lieve discesa che conduceva al mulino De Florio, vasto stanzone, bianco di impalpabile farina, eternamente ronzante di pulegge e di cinghie. Tornavamo in su più lentamente un po’ bianchi di farina, tirando entrambi con fatica. La sera, a casa, lo staccio andava su e giù sulle guide di legno con movimento monotono e uguale, lasciando cadere finissima neve che si ammucchiava lentamente in colline e paesaggi incantati, nel cui candore poteva anche capitare di addormentarci.
    La fornaia veniva a bussare al portone alle due dopo mezzanotte: bisognava cominciare a quell’ora affinché il pane fosse pronto per la prima infornata. Toccava alle donne di casa alzarsi nella fredda e silenziosa notte invernale ed iniziare con gesti ancora stanchi e assonnati l’antichissimo rito. Sistemare la “fazzatora”(1), accendere il fuoco sotto la caldaia di rame, far scaldare l’acqua con il sale esattamente dosato. Poi calcolare la farina con l’apposita misura di legno: tanti “stuppelli”(2) da una parte, tanti dall’altra in due mucchi uguali alle due estremità della fazzatora, l’acqua calda nel mezzo. Aggiungere il lievito stemperato nell’acqua. E poi mescolare con gesti sempre più ampi finchè si forma la pasta, e questa diviene sempre più densa e lavorabile man mano che assorbe la farina. E poi lavorare la pasta (3) coi pugni e coi polsi, aggiungere un po’ d’acqua e lavorare ancora, e poi ancora, e ancora… Quanto? Non so. E finalmente coprire la pasta con lenzuolo e coperte, rimboccandole come si fa con un bambino, e mentre il pane lievita riposare un po’… ma con un occhio solo, e per il tempo giusto, altrimenti il pane riesce “Jàsceme”(4) “screscentate”(5).
    La pasta veniva divisa in quattro o cinque pezzi di circa sei chili ciascuno, lavorata di nuovo, posta in cesti di paglia foderati da un tovagliolo infarinato, segnata da un contrassegno particolare. Per la gioia di noi ragazzi c’erano anche un paio di pizze. Veniva la fornaia col suo asse, e le ceste partivano in meraviglioso equilibrio sul suo capo, accompagnate dalle benedizioni e dalla trepida speranza delle donne.
    Tornavano dopo qualche ora quattro o cinque “panette” rigonfie, con la crosta scura e compatta spessa un dito che diveniva più chiara e sottile solo da un lato, dove c’era “lu sckante”. (6) A volerlo tagliare appena sfornato la crosta crepitava e schizzava via dal coltello come schegge di granata mentre la mollica era troppo molle e umida. Ma dopo un paio di giorni il pane era al punto giusto; la crosta si era ammorbidita e a masticarla aveva un gusto dolce con appena un sentore di amarognolo; la mollica si era rassodata, con il suo sapore un po’ acidulo, e a tirarla se ne veniva a sfoglie. Il pane durava due settimane, coperto d’estate da un panno umido per non farlo indurire troppo, e conservava intatto fino alla fine il suo sapore e il suo profumo: dallo “stipone” dove veniva conservato quel suo profumo lentamente si diffondeva nella cucina e in tutta la casa. Ora ricordo; era di pane l’odore che la invadeva tutta e che da allora non mi è più uscito dalla mente e dall’anima! Riudii la voce della nonna materna, una creatura magra, piccolina, dalle occhiaie profonde e dalle “tunacelle”(7) pieghettate da contadina che, quando ci vedeva mangiare il companatico e lasciare la fetta di pane perché troppo dura, ci rimproverava dicendo: “Hhhn…Quanne ieva menenna i’ lu pane me sapeva de zùcchere!!(8)”
    E rividi anche Carolina,la vecchia paesana che era al nostro servizio quando eravamo bambini e che ci divertivamo a prendere in giro. Ogni volta che lasciavamo cadere oer terra un pezzo di pane anche piccolissimo essa ci rimproverava severamente; dovevamo inginocchiarci, raccoglierlo e baciarlo prima di mangiarlo o di riporlo nel canestro. Perché il pane era “‘Razia de Ddì”(9), e chi lo disprezzava commetteva un sacrilegio.
    A queste cose pensavo mentre guidavo meccanicamente nel traffico intenso del lunedì mattina. E ad un tratto non seppi resistere. Decisi che potevo anche ritardare di un quarto d’ora, e tornai indietro di proposito per andare a vedere che cosa ne era del povero grano. Era ancora lì. Le automobili, i camions, i pullman, i motofurgoni passavano senza sosta, continuando a schiacciare i piccoli chicchi gialli, sospingendoli su una striscia al centro della strada, sempre più lunga e sottile. Proseguii senza fermarmi e pensai, come certamente avrebbe pensato Carolina (da quanti anni ormai sarà morta?), che nulla di buono può accadere ad un mondo dove si calpesta indifferenti la “‘Razia de Ddì”.
 

  • (1) Vasca di legno nella quale s’impasta la farina.
  • (2) Lo “stuppedde”, recipiente a doghe di legno simile a un piccolo tino rivoltato, contiene circa due chili e mezzo di farina.
  • (3) In dialetto “trumpà”, ossia temprare.
  • (4) Poco lievitato, àzzimo
  • (5) Troppo lievitato.
  • (6) Spacco, crepa.
  • (7) Gonne lunghe fino ai piedi.
  • (8) “Ehh!!…Quando ero piccola io, il pane mi sapeva di zucchero!
  • (9) Grazia di Dio.

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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 28 Dicembre 2008 @ 17:21

    “Il ricordo”, diceva Jean Paul, “è l’unico paradiso dal quale non possiamo venir cacciati”.
    Leggere questo racconto, che prende spunto da un fatto apparentemente minimo, si ritrova il sapore ed il profumo di un tempo andato, che non può conoscere eclissi di sentimenti. Il chiarore del segno che rimane si fonde con un’intima, sostanziale emozione ed è sospeso in una dimensione acronica. L’intimità che emerge dalla rivisitazione, a prima vista semplice, ma di una religiosità profonda, si trasforma in sapienza di vita. La suggestione di immagini, il ricordo di persone, di fatti e di cose ci conducono lungo il filo prezioso di tempo che non può essere sepolto nelle ceneri di un quotidiano indifferente.
    Certamente chi non ha vissuto i momenti difficili e, talvolta, drammatici di un passato che sapeva di miseria, di tribolazione, di sofferenza e, perché no, anche di disperazione non riesce a rendersi conto del valore, della sacralità che aveva, in quei periodi, il pane. Anch’io ricordo mia nonna, quando mi invitava a raccogliere un pezzettino di pane caduto, col dire: “La Madonna scese da cavallo, per raccogliere una briciola di pane”. Tanto era il valore che si dava a quel cibo raro ed indispensabile.
    Ma, a questo punto, mi vien fatto di pensare se, tutto sommato, erano peggiori quei tempi pur disagevoli, ma ricchi di sensibilità, di umanità, rispetto a quelli che viviamo oggi, dove lo spreco è di casa, dove però, a mio avviso, regna anche tanta povertà spirituale
    Gian Gabriele Benedetti

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