di Michele Risolo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 27 febbraio 1969]
La pubblicazione del breve scritto di James Joyce dal titolo Giacomo Joyce, a torto presentato come un romanzo d’amore da parte del l’editore italiano, ha procurato a me, fin dal suo primo apparire, in America (gennaio 1968), una valanga di ritagli – da riviste e giornali – e numerose lettere, per lo più di studiosi americani e inglesi, che mi chiedono delucidazioni e mi pongono dei quesiti. Ciò è dovuto al fatto che Richard Ellmann
– il quale conosceva il manoscritto fin dal 1953 e lo ha largamente sfruttato nella sua vasta biografia di James Joyce (1959; ediz. italiana 1964: Feltrinelli) – ha creduto di poter identificare in Amalia Popper (diventata nel 1914 signora Risolo, mia moglie) la giovane triestina che aveva inconsciamente suscitato nel maestro d’inglese, James Joyce, il travaglio amoroso di cui in Giacomo Joyce si parla.
Dodici lezioni
Il Figaro Littéraire del 26 febbraio – 3 marzo 1968, ri chiamandosi a un diffuso servizio di E. H. Hughes apparso su Life a proposito della «mistery Lady of Giacomo Joyce » (ed. Atlantica, in data 19 febbraio 1968), si domandava: « A-ton élucidé l’un des nombreux mystères de la création d’Ulysses? ». Va risposto che «se gli avvenimenti nominati in Giacomo Joyce – come il professor Ellmann mi scrisse in sua lettera del 31 gennaio 1968, ed ha peraltro confermato nella prefazione all’edizione italiana dell’opera, che è dell’ottobre 1968 – vanno dal 1912 al 1914, per la maggior parte », nessun mistero è stato chiarito, e si rimane nel campo delle congetture, che risultano anche, per molta parte, arbitrarie.
Già altrove ebbi a precisare che la signorina Amalia Popper trascorse a Firenze tutta la prima metà dell’anno 1910, quale uditrice presso la facoltà di let tere dell’allora Istituto di Studi Superiori pratici e di perfezionamento e che, avendo ottenuto da Roma la concessione di poter dare l’esame integrativo di lingue classiche (greco e latino, che non si studiavano al civico liceo femminile di Trieste, dov’ella aveva ottenuto il diploma di maturità in data 2 luglio 1908), si iscrisse regolarmente ai corsi nel novembre 1911 e assiduamente li frequentò per quattro anni.
È quindi chiaro che Amalia Popper, dal 1910 in poi, non fu a Trieste. Quanto alle le zioni d’inglese con James Joyce le prese non già dal 1913 al 1914-’15 (come l’Ellmann ha scritto, e tanti altri al suo seguito), ma dall’ottobre 1908 al novembre 1909, in tre periodi ampia mente intervallati: prese le ultime lezioni un paio di mesi dopo che Joyce si era trasferito in un appartamento di via Barriera Vecchia 32 (una casa dall’aspetto molto miserabile, mi raccontava mia moglie; quel rione era allore il più squallido di Trieste , e malfamato anche): ella vi de Joyce e « Giorgino » – il primo figlio di Joyce – a casa sua, per l’ultima volta, quando il piccolo aveva tre anni e mezzo o poco più.
Questo riferimento a via Barriera Vecchia lo ricordo con precisione, perché Joyce – che si era già fatto anticipare le 12 lezioni mensili – fece alla scolara un divertito discorso sul tema di se die e mobili, concludendo che nel nuovo appartamento, al quanto spazioso (erano lui, Nora, i due bambini Giorgio e Lucia, e la sorella di lui Eileen, da poco venuta dal l’Irlanda ) di sedie e mobili non ce n’erano per tutti. La ragazza capì e lo disse al pa dre, che fece pregar Joyce di passare dal suo ufficio.
Quest’ufficio, che Joyce cono sceva, occupava una serie di locali molto grandi in uno stabile sul Canale, dalla parte della chiesa di S. Antonio Nuovo, alla destra di essa guardando il mare: vi cam peggiava all’ingresso una grande scritta: «Brum & Popper ».
Per chi ami le analogie, potrebbe darsi che quel Brum associato a Popper, il cui no me era Leopoldo, abbia sug gerito a Joyce l’idea di dare al suo eroe dell’ Ulisse il no me di Leopold Bloom; allo stesso modo non può esclu dersi che il nome di Amalia – ch’egli sentiva chiamare in casa, oltre che Malietta, anche Maliíº e Màli – ab bia suggerito il nome di Molly, nello stesso Ulisse. Ma ciò nulla dice ai fini della identificazione della giovine donna segretamente amata da Giacomo Joyce.
Con i Popper i rapporti di Joyce furono senz’altro ami chevoli; tanto ch’egli fre quentò quasi assiduamente i pomeriggi domenicali, molto festosi, di villa Popper. Vi convenivano, dalle ville vici ne, giovani graziose amiche delle sorelle Popper, si face va un po’ d’accademia mu sicale, fra grande profusione di monumentali torte, di pasticcini, di tè, di caffellatte, a seconda dei gusti. Ci ve nivano anche degli artisti, pittori, perché la padrona di casa era una pittrice di ta lento già allieva del Favretto. Più volte Joyce, da solo, e poi anche con la sorella Eileen, si esibì al piano, cantando arie d’opera Verdi, molto Puccini). Romanze, can ti popolari irlandesi: entrambi i fratelli avevano una voce bellissima.
Della nutrita, chiassosa e burlona – a scherzi e burle Joyce ci stava con pieno agio – compagnia giovanile face va anche parte una fiorenti na, venticinquenne, la go vernante delle sorelle Popper. Era alta, diritta e fiera, ch’è proprio di tante fioren tine, aveva viso ovale e chia ro con un sottofondo lieve mente olivastro, occhi scuri, capelli nerissimi annodati a trecce dietro la nuca; par lava un magnifico toscano, e poiché Joyce aveva avuto per maestro d’italiano un tosca no, il Francini, s’intratteneva volentieri con lei. Si chiama va Ina Bassano, è finita in un campo di sterminio na zista. Era sempre lei ad ac compagnarlo per il corridoio della villa, precedendolo, si no all’uscita, al termine di ogni lezione. Durante la le zione, che si svolgeva nel ti nello, sedeva nell’attigua sa la da pranzo. E in questo senso va interpretato il Fi garo Littéraire lì dove scri ve: «Idylle chaste et pure: Joyce ne fut jamais laissé seul avec sa Beatrice, pas míªme pendant les leí§ons d’anglais! ».
Quattro allieve
Ma cotesta villa non era in via San Michele, come il professor Ellmann scrive nel la sua biografia di Joyce; era in cima a via Alice (ora via Don Minzoni), al n. 16; fa ceva e fa tuttora angolo con via Bellosguardo. Ora lassù, sui declivi del colle di San Vi to, c’è tutta una nuova città, ma ai tempi di Joyce – e del mio fidanzamento con la signorina Popper -, da quel le parti c’eran soltanto po che strade solitarie, fiancheg giate da grandi ville con bel lissimi giardini. Il professor Ellmann, (e tanti altri, con lui) s’è lasciato ingannare dalle fantasie del Giacomo Joyce (ch’egli ebbe in visio ne dal fratello dello scrittore, Stanislao, ma non vagliò né approfondì): e ha creato un Leopoldo Popper dalle baset te candide (aveva soltanto 48 anni, essendo nato nel 1862, in Boemia), che s’intrattiene per via San Michele col mae stro della figliola James Joy ce, uscendo dalla propria villa.
Fra altro, quando Joyce usciva dalla casa di via Alice passava in via Bellosguardo, a dar lezione a una zia di Amalia, quindi, ritornando per via Alice (non poteva fare diversamente), ch’è mol to ripida, scendeva in via Tigor e si fermava nella ca sa di Eva Venezian, del gran de ceppo dei Venezian irredentisti ed eroi, cugina della madre di Amalia: ivi dava lezione « collettiva » a quat tro allieve. Frequentemente sostava un attimo all’ingres so della casa di via Alice, per consegnare alla governante, o alla cameriera un biglietto della zia per Amalia, in rispo sta a un altro che Amalia gli aveva affidato prima. Di que sta curiosa storiella, Joyce si ricordò nel 1934, quando, nel la lettera di risposta a quel la che mia moglie aveva scritto per chiedergli l’auto rizzazione a tradurre Dubliners, uscì in questa frase: «Come vuole che non mi ricordi di lei se le ho fatto anche da postino! »
Fu lieto di dare l’autoriz zazione – perché aveva sem pre considerato Amalia la sua migliore allieva. « Il mio n. 2 » disse una volta; e la ragazza domandò : « Chi è al lora il n. 1? ». «Si chiama Schott ». « E com’è fatto? ». «Ha la testa che sembra un puledro » -; e fece inoltre pervenire, dattiloscritta, la traccia per la « biografia es senziale » premessa al volu me Araby, che contiene sol tanto cinque dei racconti tra dotti (1935).
Concludendo osserverò che non mi rendo conto come mai il professor Ellmann ab bia seguito la falsariga del Giacomo Joyce e abbia insi stito a parlare d’una via San Michele dal momento che lo stesso indirizzario di Joyce reca chiarissima, alla lettera «P », questa riga: «Popper, Amalia. Via Alice, 16 ». E ri spondendo ai vari quesiti che mi sono stati posti, dirò: del le opere di Joyce, mia moglie lesse soltanto Dubliners, do po il 1920, in un esemplare di proprietà della sorella Li setta (il quale è tuttora in casa); nel 1932, quando si propose di fare un esame di concorso per cattedre d’ingle se nelle medie superiori (ave va già vinto un concorso per le medie inferiori), acquistò A portrait of the artist as a young man, ma si arrestò al la pagina 10 e non andò ol tre; non ha mai conosciuto Ulisse (e, confesso la mia ignoranza, neppure io l’ho mai letto); non conobbe la biografia dell’Ellmann; quan do l’edizione italiana di que sta fu diffusa, mia moglie era già ammalata di un terribile male che poco più di due an ni dopo la condusse alla tom ba.
Questo spieghi perché sol tanto ora io sono intervenu to a correggere alcune delle inesattezze in cui l’Ellmann in buona fede è incorso. E quanto al così detto « roman zo d’un amore triestino », e cioè il Giacomo Joyce, è in dubbiamente, come ben ha visto Gabriele Baldini, una sorta di poemetto in prosa, non rifinito, nel quale molti elementi derivano dalla real tà e qualcuno si accorda an che (al principio, per esem pio: «scrittura filiforme, dal tratto lungo e delicato segna to con quieto disdegno e ras segnazione: una giovine don na distinta ») col carattere e la persona della giovine allieva.
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