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LETTERATURA: Vespri a Piona

14 Gennaio 2010

di Nicola Dal Falco

Per i vijatori Piona è un capo senza vento, ombreggiato, coltivato a prati e vigne, dolce anche nelle giornate di tramontana. Un lago nel lago, più piccolo e denso del Lario frastagliato.

Sta dove è caduto il sasso, al centro dei cerchi d’acqua concentrici che sfuggono morendo. Ad ogni lancio, appare il centro, il primo cerchio, protetto e saldo, che si riunirà al tutto, alla superficie del tempo.

Stanno in cerchio al centro anche i monaci: sei neri bianchi vestiti, insieme a un prevosto e due ospiti.

Nove, un bel numero che canta e cantando i vespri, avvicina la notte al giorno. È un momento delicato, intriso di paure e di certezze.

La voce è ferma, il tono ascendente: una benedizione ripetuta, prolungata oltre l’amen. Sereni lottano contro il peso del mondo. È in gioco l’amore, la leggerezza dell’aurora.

«Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo ». La frase, architrave del canto, viene ripetuta a intervalli regolari. I nove cantori la pronunciano, piegando il busto in avanti.

In quel gesto di sottomissione sembra che tendano l’orecchio per carpire la loro stessa voce, le parole e il senso dell’invocazione.

La loro preghiera è malta per tenere insieme il mondo con le sue miserie. Offrono un muro, un braccio ai vijatori.

Nel canto che ogni sera sale uguale a Piona e in tutti i monasteri del mondo si è sciolta la figura di San Cristoforo.

Una sua immagine col Bambino in spalla e i piedi nella corrente era affrescata sul muro esterno della chiesa ed è svanita completamente agli inizi di questo secolo. Sparita alla vista per incamminarsi nell’aria e lungo i sentieri del lago e del bosco. Nei momenti d’affanno si ode chiara la frase, cancellata dalla pioggia:

VIJA
TORI
MANUS
EST INI
MICA
DOLORI


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Bart