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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Viaggi: Da Patron a Santiago di Compostella

8 Settembre 2009

di Vincenzo Moneta

Si lascia Patron.
Abbiamo dormito in un albergue di fronte alla scalinata che porta alla Chiesa del Carmen   che   domina   la città con il suo grande piazzale che evoca i terribili   autodafé[1].
 I roghi sarebbero stati visibili da tutta la città, rendendoli   ammonimento per tutti. Nella scalinata, scenografica da spettacolo  teatrale, nella penombra notturna entrano in scena  le terribili processioni di domenicani e popolo che portavano, in nome di Dio, al supplizio i condannati.
Probabilmente la richiesta di pentimento e la confessione che estorcevano con inaudite torture era un modo per giustificare a  se stessi e davanti al popolo sottomesso, quelle ingiustizie assenti dal fondatore di quel credo a cui dicevano di appartenere.

Negli anni ottanta ho fatto diversi spettacoli di piazza il cui tema era “La caccia alle streghe” naturalmente da me rivisto in tutt’ altra forma di pensiero: un “esorcismo” contro i “mali del mondo”. Iniziava con una voce cupa e profonda che evocava la bolla di Innocenzo VIII che dava ufficialmente inizio alla caccia alle streghe[2]: “È in effetti pervenuto di recente alle nostre orecchie […] che in certe regioni della Germania superiore e nelle […] diocesi di Magonza, Colonia, Treviri, Salisburgo e Brema parecchie persone di entrambi i sessi, dimentiche della loro stessa salvezza e deviando dalla fede cattolica, si sono date ai demoni, incubi e succubi; per mezzo d’incantesimi, fatture, scongiuri e altre superstiziose infamie ed eccessi magici fanno deperire ed estinguersi la progenie delle donne, i piccoli degli animali, le messi della terra, i grappoli delle vigne, i frutti degli alberi”.
La voce proveniva dall’alto della piazza, sopra i tetti, accompagnata da fuochi e visioni di mostri.
L’effetto sulla piazza era totalizzante. Poi si proseguiva con danze con torce accese, cortei grotteschi, grotteschi processi ed un grande falò volendo simboleggiare la volontà di eliminare i mali dal mondo. Quando il pubblico, dandosi per mano, danzava attorno al falò si era alla catarsi, il successo era confermato.

Lasciamo questo luogo (come ci ambienterei volentieri uno spettacolo!!!) carico di fortissime presenze e torniamo al nostro percorso. Il tempo è piovigginoso. Metto la mantellina rossa a portata di mano. Incontriamo, sul lato della strada principale   il Santuario della Escravitude (schiavitù !) santuario mariano barocco del XVIII secolo.
Il santuario è chiuso. Ai lati un piccolo borgo con case in rovina da dove “spuntano” due cani con il loro non cercato saluto che mi fa guardingo nel percorrere   il perimetro del Santuario. Sotto il Santuario una fontana dove cambio l’acqua alla mia bottiglietta di plastica.
Più tardi nel percorrere un piccolo villaggio una signora anziana mi saluta chiedendomi    se ho   visitato il santuario; al mio   diniego mi porge, baciandola,   l’immagine della madonna custodita nel suo interno dicendomi che a lei ha fatto dei miracoli. Nel frattempo sopraggiunge Cristina ed anche per lei chiediamo la stessa immagine. Ci saluta augurandoci “Buon Cammino” .
Il nostro percorso non perde mai la sua intensità, quel vissuto che ritroviamo ancora presente fra stretti   muri che delimitano le proprietà ed   i sentieri fra gli alberi ancora spogli ma, quasi come una forma grafica, si incidono fra il cielo plumbeo e le bassi siepi verdi, in lontananza altre quinte di alberi e di vegetazione sempre verde. I nostri passi si incidono fra la terra resa molle dalle piogge. I profumi della campagna mi riportano a quegli odori ed a quelle sensazioni che fanno parte della mia infanzia ma anche di tanti altri viaggi fatti in questo piccolo e grande pianeta.
Io e Cristina rimaniamo indietro per due ottimi e buoni motivi: perché non abbiamo scelto di fare le corse (non ne saremmo comunque in grado) e soprattutto per vivere e memorizzare (per quello che comunque ci sarebbe possibile) il mondo che stiamo attraversando e vivendo.
I nostri compagni (“veri corridori professionisti”)scompaiano alla nostra vista nei pressi di una centrale elettrica e come segnale scorgiamo sul muro le solite strisce gialle ma nessun segnastrada, “pietre miliari” del cammino   con la conchiglia.
Ci guardiamo intorno. Cristina: “Mah ci sarà da fidarsi? Certe volte fanno degli scherzi …”. In alto scorgo, quasi divelto, ma sempre visibile un capitello   di cui però, per la lontananza, non riusciamo a vedere la conchiglia. Vado avanti velocemente per sincerarmi e non far fare a Cristina un cammino in utile. “C’è la conchiglia!” C’è la conchiglia!”. La strada è quella giusta!
Alla sommità ci viene incontro, minaccioso, un mostro meccanico addetto allo sbancamento del terreno. Si avvicina, fa un mezzo giro su se stesso e poi cambia direzione. Guardo nell’interno per capire la pericolosità, ed eventualmente la mostruosità,     del     “comandante”   di quell’ordigno. Um …è solo un persona normale che non si cura affatto di noi. Un po’ deluso, un po’ rassicurato.
Proseguiamo, in discesa naturalmente… Ma?! Dove è andata a finire la strada?!?!
Scendiamo! Da qualche parte ci sarà! Ci   troviamo in una stretta strada asfaltata ma nessuna indicazione. E’ meglio chiedere. Una signora sbatteva dei panni a lato di un cortile. Urliamo per farci sentire. Per favor! Per favor! …Domani…Ci ha belle e sentito! Cristina butta fuori tutta l’aria che ha in corpo e finalmente questa anziana signora si volta. Il Cammino di Santiago? Quale è la strada? Premurosa ci risponde in una lingua incomprensibile per noi. “ E pensare che lo spagnolo è simile all’italiano!”
Mah chissà cosa è!?. Sarà galiziano?!. Comunque i gesti sono più eloquenti delle parole e torniamo indietro verso la strada in collina.
Ma siamo sicuri? Cristina è la più dubbiosa. Animo attento, sensibile e timoroso vuole evitare rimproveri soprattutto da un componente del gruppo. Chissà…??? ricordi di una ferma educazione   sabauda.
Ad un’incrocio chiediamo di nuovo e ci confermano di proseguire su quella strada arzigogolata che non promette niente di buono. “Chissà cosa hanno capito?” Che vogliamo andare a Santiago o che vogliamo tornare indietro?” Cartelli di cartone sbiaditi dalla pioggia sono le uniche incerte indicazioni.
Si prosegue a serpente, avanti e indietro ma finalmente, fra pini e splendide esplosioni del giallo delle   bocche di lupo troviamo il “prezioso” capitello con la conchiglia.
Ci concediamo una meritata e   liberatoria sosta “idraulica”. Ci sentiamo molto più leggeri.
Si prosegue su stretti sentieri dove dobbiamo stare attenti ad evitare le spine delle bocche di lupo: quasi spinose nuvole gialle, bellissime!!!
Il sentiero finisce fra le strettissime pareti di due   case. Una piccola strada asfaltata.
Si va in su ed in giù …”Ma che razza di Cammino!” Comunque ogni tanto a rassicurarci compare il solito capitello con la solita “santa” conchiglia.
Si salta fra una strada asfaltata, un ponte “strano”, un sottopassaggio dell’autostrada.
Le persone che incontriamo adesso non hanno lo sguardo interessato,     socievole e gentile che avevamo incontrato nell’attraversare le campagne. I più guardano con indifferenza (fastidio forse) questi coppia di   disgraziati, male in arnese, che magari vanno ad inquinare la città.
Mah… finalmente siamo a Santiago…Così ridevano! (Ricordo di riviste dirette ad un pubblico più che sempliciotto e un po’ stupidotto…) Si! Così si credeva! Siamo a Santiago?! Ma dove!
Quando, prima del duemila, facevo le mie proposte di progetti sulla Francigena, agli Enti pubblici (ed a uno in particolare) mi veniva detto: “Ma come? Non sei stato a Santiago?! Il Signor X c’è stato! Quello si che è bravo!”
Non capivo cosa voleva dire… (Era un modo per non dare finanziamenti data poi la permanente e aggravata ottusità. Ma, da illuso, l’ho capito dopo e troppo tardi… dopo averci rimesso tempo e soprattutto soldi).
Questo fastidio, ma anche questa grande curiosità, mi aveva perseguitato con la voglia di visitare e conoscere questo luogo magico rimasto fermo e intatto, in tutto e per tutto, al medioevo.
E così, cammina… cammina… non verso una lucina, piccina, piccina, lontana, lontana, verso una casettina, piccina, piccina, dove c’era una fatina piccina, piccina,   che ti diceva dove vai bimbino ché il bosco è pericoloso pieno di lupi cattivi, vieni dentro a riscaldarti…
Cammina, cammina sì!
Altro ché! Che delusione! “Ma siamo a New York ?!” Grattacieli di vetro, case e case, salite e salite. “Altro che medioevo!” E dove è il famoso Santiago?!
Un albergo “Del pellegrino” si ergeva violento sopra gli altri edifici.   Chissà che bella sequenza cinematografica!!!… farci passare pellegrini medioevali a piedi, a cavallo o sui muli…
Mah… andiamo avanti… a piedi… passo dopo passo…sempre più a fatica…
Cristina non può fare a meno del pane quotidiano, d’altra parte, lei occidentalmente religiosa (eliminerebbe qualsiasi orientale e chi li fa venire) ligia alla sua educazione sabauda-religiosa sa bene che il Padre Nostro è la preghiera che ci ha insegnato Gesù.
Continuiamo a chiedere: “La cattedrale?” “Avanti” . “Sempre avanti” .
Ma qui non si arriva mai!
Poi, finalmente, fradicio di pioggia e stanco quanto basta, dopo aver ottenuto il via libera dal verde del semaforo, si entra nella parte storica.
Finalmente! Si vedono le guglie della cattedrale e la mia voglia è di finalmente, vedere ed entrare dall’ingresso della facciata principale.
 Cristina veteranissima della “strada” e delle regole ha più urgenza di farsi timbrare l’attestato. “Se lo facciamo domani mettono un’altra data e non è più valido”. Capisco perché i piemontesi hanno potuto fare  l’unità d’Italia!
Mettiamo finalmente l’ultimo timbro. Cristina ha due credenziali: anche quella di Gerusalemme… credo…
Da piccoli ci facevano fare i “fioretti” , buone azioni che dovevamo registrare su un quadernino, con un disegno di un fiore… poi ci doveva essere un premio…non mi ricordo… ma forse il premio era la lode che ci veniva dagli adulti. Mi ricordo, però, di più, le “botte”… le “vergate” del maestro: ci diceva metti le mani sul banchino e poi vergate sopra, anche se si cercava di non essere troppo immobili sullo stesso posto dove ci diceva di mettere le mani … Forse questi sono i fioretti degli adulti? Degli adulti? (Non diciamo vecchi …) Chi ce lo darà il premio? Non ci pensiamo…
Poi finalmente verso la cattedrale. Chiedo a Cristina che  vorrei che la prima visione fosse la facciata principale, per me,   che è la prima volta, è una sensazione importante. (In uno spettacolo si ricorda la prima scena e l’ultima… dell’ultima non sono interessato… ma sì… è stato l’Oceano a Finisterre).
Infatti si entra di lato, pazienza…di lato si comincia a vedere quell’altare dorato, baroccamente, grossolanamente dorato, ultrasovraccarico di “angeloni” che sembrano parenti indiani di Brama, Shiva e Visnù, che reggono baldacchini sopra baldacchini con sopra…non riesco a vedere…mi chiedo gli angeli sorreggeranno Santiago!? Ma no la tomba è nella cripta! Allora!? Ah Santiago a cavallo! Santiago matamoros! Santiago che ammazza i mori! La funzione del santo preferita da Cristina. L’ho scoperto qui in Spagna! Questa funzione ammazzatrice di mori di cui hanno investito Santiago.
In quest’epoca di forzata convivenza con altre   culture può diventare un po’ scomoda questa attribuzione,   infatti in un altare di Santiago matamoros, i mori, con lo sguardo terrorizzato sono nascosti da fiori perennemente presenti e indifferenti allo sguardo minaccioso del santo. Il ciclo   di vita del mistero della vita e delle creazioni della natura non può tener conto delle passioni e della volontà degli uomini.
Si percorre la chiesa e ci dirigiamo verso la Porta della Gloria: stupendo gioiello del romanico. Le mani dei pellegrini hanno inciso profondamente il marmo. Oggi una transenna ci impedisce di avvicinarci a quelle impronte.
Quante moltitudini! Quanta umanità! Quanta forza ! Quanta spiritualità! Quanta fede!
Quanta speranza!

[1] nome deriva dal portoghese auto da fé[1], “atto di fede”, ed era il cerimoniale giuridico più impressionante usato dall’Inquisizione.Un autodafé prevedeva: una messa, preghiere, una processione pubblica dei colpevoli e la lettura della loro sentenza. I condannati venivano trascinati in pubblico con i capelli rasati, vestiti con sacchi (sanbenitos) e berretti da somaro (corazos), o copricapi con la fenditura centrale. Le immagini riprodotte sulle vesti del reo indicavano la pena decretata: una croce di Sant’Andrea se si era pentito in tempo per evitare il supplizio, mezza croce se aveva subito un’ammenda, le fiamme se condannato a morte. Gli autodafé si svolgevano sulla pubblica piazza e duravano diverse ore: con la partecipazione di autorità ecclesiastiche e civili.

[2] Bisogna anche considerare che per secoli la Chiesa aveva esercitato un controllo autoritario su ogni campo del pensiero e della ricerca, non esitando a ricorrere al «braccio secolare » per infliggere pene severe, comprese la tortura e la morte. Innocenzo, nella sua bolla papale Summis desiderantes (5 dicembre 1484) istigò misure molto severe nei confronti di maghi e streghe in Germania; i principi da lui enunciati vennero in seguito incorporati nel Malleus Maleficarum (1487), dando così forte impulso alla persecuzione della stregoneria. Fu anche colui che nel 1487 nominò Tomás de Torquemada come grande inquisitore di Spagna e fu un grande sostenitore dell’Inquisizione spagnola;I nnocenzo morì il 25 luglio 1492, lasciando dietro di sé numerosi figli “Innocenzo generò otto figli maschi e altrettante figlie, così a buon diritto Roma potrà chiamarlo padre” [Gianfranco, Incontri con Pasquino, Roma 2004, p.24], nei confronti dei quali il nepotismo fu tanto eccessivo quanto senza vergogna.


Letto 2002 volte.


1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Viaggi: Da Patron a Santiago … — 8 Settembre 2009 @ 10:22

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